29 Marzo 2026 Domenica delle Palme Omelia di don Angelo
Piedi che accorrono, mani che reggono.
Domenica delle Palme
29 Marzo 2026
omelia di don Angelo
Lascio sullo sfondo le parole dell’antico profeta dell’esilio. Hanno il sussulto della poesia, che fa risveglio sulla realtà. Ad interpretarle non basta la piccolezza del mio raccontare. I versi sono narrazione della sofferenza del giusto, di coloro che sono stati spogliati e denudati – e lo sono ancora oggi – della loro umanità. E’ scritto: “Tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto”. E quasi fa stupore che nel buio dell’obbrobrio rimanga acceso, quasi solitario, un verso come questo: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce”. Per troppo tempo si sono lette queste parole come se per Gesù fossero state un calco cui adeguarsi, oggi esegesi più attente le leggono non certo come una meta da rincorrerere – mai lo sarà la sofferenza – ma come il segno incancellabile della fede dei giusti, della fede luminosa di Gesù, il giusto, della sua passione di pastore, che non si ritrae a fronte della difesa della vita e della libertà del suo gregge.
Mi sembra di poter dire che Gesù non ha benedetto il dolore per il dolore. Ci ha chiesto di sollevarlo, di dare vicinanza a chi ne porta il peso, di rifuggire da ogni forma di disattenzione per i carichi che fanno curve le spalle dell’umanità. Scrivevaanni fa Don Primo Mazzolari, parroco e voce degli ultimi: “Abbiamo imparato a valutare il carico massimo di una nave, la portata di un ponte e del cemento armato, il carico di un cammello e di un cavallo, ma non ci curiamo di sapere fin dove reggono le spalle dei fratelli!”. Piedi che accorrono e mani che reggono.
E di mani e piedi vorrei ora parlare. Di mani e piedi si parla nel racconto della cena a Betania: “Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”.
So che ci sono significati più profondi, ma oggi vorrei fare indugio su piedi e su mani.
E non sarà che, ungendo di balsamo profumato i piedi affaticati di Gesù, Maria abbia anche voluto riconoscere la dismisura di quel lungo incontenibile andare del suo maestro e amico? I piedi raccontavano una vita. Scrive Christian Bobin: “Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ più fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi. Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine”.
Cammina e non si ritrae, non si ritrae, nemmeno quando è a rischio di vita. Anche se chi lo ama vorrebbe in qualche misura. per amore, ritrarlo. Forse anche Maria. Ma lo conosceva. Vi stralcio alcuni versi di una preghiera di Didier Rimaud, poeta e liturgista francese:
“Non te ne andare giù nel giardino,
Gesù mio Signore,
non te ne andare giù nel giardino,
prima dell’alba!
Se non me ne vado giù nel giardino
a notte fonda,
chi vi guiderà
fino alle stelle del paradiso?
Sì, me ne andrò giù nel giardino
a notte fonda.
Non farti legare quelle tue mani,
Gesù mio Signore,
non farti legare quelle tue mani,
senza aprir bocca!
Se non mi faccio legare le mani
come un bandito,
chi distruggerà
sbarre e prigioni di cui soffrite?
Sì, mi farò legare le mani
come un bandito”.
Piedi, che accorrono, quelli di Gesù. Anche oggi. Per noi. E ci insegnano ad accorrere, a non ritrarci, sino alla fine.
E poi mani. Quelle dell’amica, che lo ungeva, furono come balsamo per Gesu. Sentì tenerezza nelle mani, così come il cieco, giorni prima, sentì tenerezza indicibile nelle mani del rabbi di Nazaret che gli plasmava di fango gli occhi. Oggi Gesù spalma i nostri. Oggi ci invita a dar segno di tenerezza con le mani, a reggere con le nostre mani. Purtroppo alla tenerezza delle mani può fare, triste contraccolpo, la brutalità delle nostre mani. Lo denunciava in una preghiera del Venerdì Santo Don Primo, e le sue parole per la loro attualità fanno peso sul cuore. Eccole:
“La tua morte, o Gesù, è una storia di mani.
Una storia di povere mani, che denudano, inchiodano,
giocano a dadi, spaccano il cuore.
Tu lo sai, tu lo vedi, o Signore.
Prima di giudicare, però, pensiamoci.
Ci sono dentro anche le nostre mani.
Mani che contano volentieri il denaro,
mani che legano le mani agli umili,
mani che applaudono le prepotenze dei violenti,
mani che spogliano i poveri,
mani che inchiodano
perché nessuno contenda il nostro privilegio,
mani che invano cercano di lavare le proprie viltà,
mani che scrivono contro la verità,
mani che trapassano i cuori.
La tua morte è opera di queste mani,
che continuano nei secoli l’agonia e la passione.
Se potessimo dimenticare queste mani,
se ci fosse un’acqua per lavare queste mani.
Per dimenticare le mie mani,
ho bisogno di guardare altre mani,
di sostituire le mie mani spietate
con le mani misericordiose della Madonna,
della Maddalena, di Giovanni,
del Centurione che si batte il petto”.
Abbiamo bisogno di guardare altre mani: in soccorso, la cena di Betania, le mani di Maria.
Piedi che accorrono e mani che reggono.
Letture
LETTURA Is 52, 13 – 53, 12
Lettura del profeta Isaia
Così dice il Signore Dio: «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito. Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli».
Commento al filmato: le note dolenti, struggenti, del Pianoforte nella delicata “Variazione 25” da “Variazioni Goldberg” di Bach, cantano con toni appassionati la profezia di Isaia che prefigura la Passione di Cristo:
«Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.»
SALMO Sal 87 (88)
Signore, in te mi rifugio.
Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.
Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio alla mia supplica. R
Io sono sazio di sventure,
la mia vita è sull’orlo degli inferi.
Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa,
sono come un uomo ormai senza forze.
Sono libero, ma tra i morti. R
Hai allontanato da me i miei compagni,
mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo,
si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani. R
Commento al filmato: inquesto delicato “Adagio” di Michèl Corrette, l’Organo e l’Orchestra intessono uno struggente dialogo per cantare il Responsoriale Signore, in te mi rifugio tratto dal salmo 88/87:
«Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte.»
sono coinvolgenti le immagini di De Zurbaran “San Girolamo flagellato dagli Angeli”, di Camillo “martirio di san Bartolomeo” e di Sebastiano Ricci “la pazienza di Giobbe”.
EPISTOLA Eb 12, 1b-3
Lettera agli Ebrei
Fratelli, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.
Commento al filmato: nello splendido “Adagio” dal Concerto in Do min di Vivaldi, il canto spiegato, struggente, dell’Oboe, accompagnato dalle note profonde, ritmate di Violoncello e Contrabbasso, racconta le accorate raccomandazioni di san Paolo agli Ebrei:
«Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.»
VANGELO Gv 11, 55 – 12, 11
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo. Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Commento al filmato: nello stupendo“Andante Espressivo” in La min da “Songs Without Words” di Mendelssohn, il Pianoforte canta con note accorate il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la Sua Passione:
«Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Nello splendido, dolcissimo “Largo” del Concerto in La min di Vivaldi, il canto struggente dell’Oboe, ci fa vivere con grande emozione la scena della Cena di Betania:
«Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».