5 Luglio 2026 6a Domenica dopo Pentecoste Omelia di don Angelo

5 Luglio 2026 6a Domenica dopo Pentecoste Omelia di don Angelo

Delle spalle di Dio e di altro: scorribande

Sesta domenica dopo Pentecoste

5 Luglio 2026

omelia di don Angelo

Scorribande d’estate  – e non solo d’estate, per quanto mi riguarda –  quando le parole ti sfuggono disarticolate e grazia sarebbe fossero, nonostante  tutto, spruzzi di acqua  di torrente.

Vedo un monte nella prima lettura, il monte delle tavole dell’alleanza, “scrittura di Dio”, pietre affocate per dito di Dio. A colpirmi anche questo andare e vieni di Mosè sul monte, per conto, direi , di un popolo inaffidabile. Lui per primo convinto che nemmeno le seconde tavole sarebbero bastate; prima o poi avrebbero corso pericolo di nuova spezzatura: conosceva il suo popolo, popolo di dura cervice, uomini e donne dell’immediatezza, pronti ad accusarlo di aver tardato con Dio sul monte – Dio, se c’è, si faccia vedere – . Per un dio vitello d’oro si erano lasciati prosciugare di quanto a fatica erano riusciti a racimolare in monili e oggetti preziosi: dopo tutto non erano forse  riconoscimento di dignità e bellezza per traghettatori di deserti?

Sosto sulla gente alle falde del monte, occhi attraversati da ombre di spaesamento, storie di variegata umanità: gli uomini adusi ad alzare e ad arrotolare tende da campo, altri che avevano compito di guidare greggi in cerca di  racimoli di erbe, le donne che cuocevano pane su pietre affocate, i bimbi  che erano  musica anche in un deserto. Li guardo, muto anche io come loro:  le tavole spezzate, la cenere dell’idolo, il tutto dell’oro finito in quasi niente, in cenere. Cenere, ciò cui avevamo dato crisma di assolutezza:  niente più che cenere il vitello d’oro, i nostri vitelli d’oro. E dove ci hanno portato? Sento parole di un popolo alle falde del monte, ma sento anche silenzio, silenzio di smarrimento. E non mi sento a lato, mi sento dentro, dentro una condizione che ha nome ’fragilità’, che va riconosciuta in questo salire e poi risalire il monte, in queste pietre sbrecciate, ‘fragilità’ che va riconosciuta, ma non condannata senza appello, senza l’appello della misericordia che rimette in cammini.

E faccio connessione al racconto di Luca, alla pagina delle beatitudini che, nel suo vangelo, da parole di monte diventa parole alle falde del monte, per gente di pianura; e a segnarle  il brivido della destinazione universale.

Ecco Luca: “Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie”. Spicca questa universalità sia delle persone cui sono consegnate le beatitudini – da rutte le terre, nessuno straniero – sia delle situazioni di vita che il rabbi di Nazaret ha negli occhi.  Quel rabbi parla alla vita: parla  di povertà, di pianto, di oltraggi, di depredazioni, di fatiche e di gioie. E’ uno che la vita l’ha toccata e ne parla solo dopo averla toccata.

Parole per tutti, parole per chi ha animo di ascoltare, per chi gli consegna fiducia. Dice: «Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro».

Parole che ridisegnano la vita: raccontano quanto ti può accadere nella vita. e spingono oltre. A volte, forse spesso, ti suonano improponibili, venate di follia, di follia e di ingenuità. D’altro canto è sotto gli occhi di tutti dove ci hanno portato, e dove ci portano, parole di segno opposto.

Ed ora con un aggancio da folli, lontano anni luce da una credibile esegesi, vorrei fare ritorno al libro dell’Esodo, alle parole di Dio a Mosè, che esprime desiderio di  vedere la sua gloria e Dio in risposta: “Io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere”. Confesso, ho sempre  commentato le parole come un ammonimento a non mettere presuntuosamente le mani su Dio. Oggi, pur condividendo profondamente questo richiamo – con Dio devi toglierti i calzari –  mi si accende dentro il desiderio di ringraziare Dio per averci dato l’opportunità, la grazia, di vedere le sue spalle.

Ecco, le spalle di Dio. Vado solo per cenni. Dio che si carica del suo popolo. E chi la sente la voce di un fanciullo nell’immensità di un deserto,  dove Agar, allontanata per gelosia, si smarrisce con il suo bambino, non più goccia d’acqua nell’otre, in preda alla  disperazione. E’ scritto: “ Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova”. Dio si fa carico. Spalle per rialzare.

Poi ci fu dato per grazia di vedere spalle,  quando Dio nel suo Figlio,  si fece compagno di cammini,  i nostri,  lui pastore che rintraccia la pecora smarrita e se la carica sulle spalle, lui a raddrizzare la donna ricurva del vangelo, lui a stanare gli uomini del potere che, a suo dire, mettevano pesi inenarrabili sulle spalle della gente. E potremmo leggere e rileggere pagine sulle spalle. Alla fine scpriremmo  fin dove  le spalle di Dio – e il pensiero ci commuove – nel grande venerdì della storia, quando a Gesù, il rabbi di Nazaret, caricarono le spalle di croce. Ecco le spalle di Dio: portare alleggerire.

Ti pesava sulle spalle

una croce

come pesa

nel segreto dell’utero

cucciolo d’uomo.

E ruvida

ti scavava le ossa.

Ora la tua carne

prendeva forma d’accoglienza

come un grembo di donna.

LETTURA Es 33, 18 – 34, 10

Lettura del libro dell’Esodo

In quei giorni. Mosè disse al Signore: «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere». Il Signore disse a Mosè: «Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzato. Tieniti pronto per domani mattina: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù per me in cima al monte. Nessuno salga con te e non si veda nessuno su tutto il monte; neppure greggi o armenti vengano a pascolare davanti a questo monte». Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità». Il Signore disse: «Ecco, io stabilisco un’alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te».

Commento al filmato: il Pianoforte, con le sue note cristalline e il Violoncello con toni caldi, profondi, in questo Allegro con Brio della Sonata di Beethoven, cantano in modo appassionato questo misterioso dialogo di Dio con Mosè, in cui risaltano in modo luminoso l’Onnipotenza del Signore e, insieme, la Sua Tenerezza verso l’Umanità: «Ecco, io stabilisco un’alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione».

SALMO Sal 76 (77)

Mostrami, Signore, la tua gloria.

La mia voce verso Dio: io grido aiuto!

La mia voce verso Dio, perché mi ascolti.

Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore,

nella notte le mie mani sono tese e non si stancano;

l’anima mia rifiuta di calmarsi. R

Tu trattieni dal sonno i miei occhi,

sono turbato e incapace di parlare.

È forse cessato per sempre il suo amore,

è finita la sua promessa per sempre?

Può Dio aver dimenticato la pietà,

aver chiuso nell’ira la sua misericordia? R

Ricordo i prodigi del Signore,

sì, ricordo le tue meraviglie di un tempo.

Vado considerando le tue opere,

medito tutte le tue prodezze. R

Commento al filmato: il Salmo 76/77 (qui riprodotto interamente) è cantato nel filmato in due parti che ci trasmettono emozioni contrastanti; nella prima parte, quella del Responsoriale, le armonie dolenti ma confidenti del Concerto di Vivaldi, cantano con straordinaria passione l’angoscia del salmista che si sente abbandonato da Dio (questa angosciaè misteriosamente simile a quella di Gesù sulla Croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!) – nella seconda parte, il Violino della Partita di Bach, esplode con note gioiose, spumeggianti in un canto di esultanza per l’onnipotenza e la Gloria del Signore: «O Dio, santa è la tua via; quale dio è grande come il nostro Dio? Tu sei il Dio che opera meraviglie, manifesti la tua forza fra le genti.»

EPISTOLA 1Cor 3, 5-11

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.

Commento al filmato: le note discorsive del Pianoforte in questo Andante dalla Sonata di Mozart, cantano con le stupende armonie della tonalità di Sol Magg., il grande insegnamento che san Paolo da ai Corinzi: «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.»

VANGELO Lc 6, 20-31

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti. Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro».

Commento al filmato: le affascinanti Armonie generate dallo stupendo dialogo del Pianoforte con l’Orchestra in questo “Siciliano” dal Concerto di Bach, cantano con grande dolcezza la tenerezza di Gesù che insegna ai discepoli Le Beatitudini – la nuova legge dell’Amore.

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