Salmo 102
Oso dire infatti alla vostra Carità che Dio, per essere ben lodato dall’uomo, ha cantato lui stesso la propria lode e in tanto l’uomo ha trovato come lodarlo in quanto Dio s’è degnato lodare se stesso. (s. Agostino esposizione sul salmo 144)
Salmi – Capitolo 102
Preghiera nella sventura
[1]Preghiera di un afflitto che è stanco
e sfoga dinanzi a Dio la sua angoscia.
[2]Signore, ascolta la mia preghiera,
a te giunga il mio grido.
[3]Non nascondermi il tuo volto;
nel giorno della mia angoscia
piega verso di me l’orecchio.
Quando ti invoco: presto, rispondimi.
[4]Si dissolvono in fumo i miei giorni
e come brace ardono le mie ossa.
[5]Il mio cuore abbattuto come erba inaridisce,
dimentico di mangiare il mio pane.
[6]Per il lungo mio gemere
aderisce la mia pelle alle mie ossa.
[7]Sono simile al pellicano del deserto,
sono come un gufo tra le rovine.
[8]Veglio e gemo
come uccello solitario sopra un tetto.
[9]Tutto il giorno mi insultano i miei nemici,
furenti imprecano contro il mio nome.
[10]Di cenere mi nutro come di pane,
alla mia bevanda mescolo il pianto,
[11]davanti alla tua collera e al tuo sdegno,
perché mi sollevi e mi scagli lontano.
[12]I miei giorni sono come ombra che declina,
e io come erba inaridisco.
[13]Ma tu, Signore, rimani in eterno,
il tuo ricordo per ogni generazione.
[14]Tu sorgerai, avrai pietà di Sion,
perché è tempo di usarle misericordia:
l’ora è giunta.
[15]Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre
e li muove a pietà la sua rovina.
[16]I popoli temeranno il nome del Signore
e tutti i re della terra la tua gloria,
[17]quando il Signore avrà ricostruito Sion
e sarà apparso in tutto il suo splendore.
[18]Egli si volge alla preghiera del misero
e non disprezza la sua supplica.
[19]Questo si scriva per la generazione futura
e un popolo nuovo darà lode al Signore.
[20]Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario,
dal cielo ha guardato la terra,
[21]per ascoltare il gemito del prigioniero,
per liberare i condannati a morte;
[22]perché sia annunziato in Sion il nome del Signore
e la sua lode in Gerusalemme,
[23]quando si aduneranno insieme i popoli
e i regni per servire il Signore.
[24]Ha fiaccato per via la mia forza,
ha abbreviato i miei giorni.
[25]Io dico: Mio Dio,
non rapirmi a metà dei miei giorni;
i tuoi anni durano per ogni generazione.
[26]In principio tu hai fondato la terra,
i cieli sono opera delle tue mani.
[27]Essi periranno, ma tu rimani,
tutti si logorano come veste,
come un abito tu li muterai
ed essi passeranno.
[28]Ma tu resti lo stesso
e i tuoi anni non hanno fine.
[29]I figli dei tuoi servi avranno una dimora,
resterà salda davanti a te la loro discendenza.
I dare say to your Charity that God, in order to be well praised by man, sang his own praise, and man found how to praise him because God deigned to praise himself. (St. Augustine, exposition on Psalm 144)
Psalm 102[a]
A prayer of an afflicted person who has grown weak and pours out a lament before the Lord.
1 Hear my prayer, Lord;
let my cry for help come to you.
2 Do not hide your face from me
when I am in distress.
Turn your ear to me;
when I call, answer me quickly.
3 For my days vanish like smoke;
my bones burn like glowing embers.
4 My heart is blighted and withered like grass;
I forget to eat my food.
5 In my distress I groan aloud
and am reduced to skin and bones.
6 I am like a desert owl,
like an owl among the ruins.
7 I lie awake; I have become
like a bird alone on a roof.
8 All day long my enemies taunt me;
those who rail against me use my name as a curse.
9 For I eat ashes as my food
and mingle my drink with tears
10 because of your great wrath,
for you have taken me up and thrown me aside.
11 My days are like the evening shadow;
I wither away like grass.
12 But you, Lord, sit enthroned forever;
your renown endures through all generations.
13 You will arise and have compassion on Zion,
for it is time to show favor to her;
the appointed time has come.
14 For her stones are dear to your servants;
her very dust moves them to pity.
15 The nations will fear the name of the Lord,
all the kings of the earth will revere your glory.
16 For the Lord will rebuild Zion
and appear in his glory.
17 He will respond to the prayer of the destitute;
he will not despise their plea.
18 Let this be written for a future generation,
that a people not yet created may praise the Lord:
19 “The Lord looked down from his sanctuary on high,
from heaven he viewed the earth,
20 to hear the groans of the prisoners
and release those condemned to death.”
21 So the name of the Lord will be declared in Zion
and his praise in Jerusalem
22 when the peoples and the kingdoms
assemble to worship the Lord.
23 In the course of my life[b] he broke my strength;
he cut short my days.
24 So I said:
“Do not take me away, my God, in the midst of my days;
your years go on through all generations.
25 In the beginning you laid the foundations of the earth,
and the heavens are the work of your hands.
26 They will perish, but you remain;
they will all wear out like a garment.
Like clothing you will change them
and they will be discarded.
27 But you remain the same,
and your years will never end.
28 The children of your servants will live in your presence;
their descendants will be established before you.”
Commento al filmato: è una supplica ardente quella che il salmista eleva a Dio nel momento della sventura; una supplica che le note dolcissime, appassionate del Pianoforte e dell’Orchestra di questo “Adagio Assai” del Concerto di Ravel, cantano con armonie emozionanti:
[2]Signore, ascolta la mia preghiera,
a te giunga il mio grido.
[3]Non nascondermi il tuo volto;
nel giorno della mia angoscia
piega verso di me l’orecchio.
Quando ti invoco: presto, rispondimi.
Ma nella seconda parte del Salmo, la supplica del salmista si carica di speranza:
[28]Ma tu resti lo stesso
e i tuoi anni non hanno fine.
[29]I figli dei tuoi servi avranno una dimora,
resterà salda davanti a te la loro discendenza.
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Commentary on the video: it is an ardent supplication that the psalmist raises to God in the moment of misfortune; a plea that the sweet notes, passionate about the Piano and the Orchestra of this “Adagio Assai” from the Ravel Concerto, sing with moving harmonies:
[2] Lord, hear my prayer, my cry reaches you. [3] Do not hide your face from me; in the day of my distress fold your ear towards me. When I invoke you: hurry, answer me.
But in the second part of the Psalm, the psalmist’s plea is filled with hope:
[28] But you remain the same and your years have no end. [29] The children of your servants will have a home, their offspring will stand before you.
sant’Agostino esposizione sui Salmi
SUL SALMO 101/102
ESPOSIZIONE
DISCORSO 1
Ricchezza e povertà del Figlio di Dio.
1. [v 1.] Abbiamo davanti a noi un povero che prega e non prega in silenzio. Ci è dunque possibile ascoltarlo e vedere chi sia, perché potrebbe anche essere colui di cui l’Apostolo dice: Egli, pur essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché grazie alla sua povertà voi diveniste ricchi 1. Se dunque è lui, per quale ragione è povero? È infatti evidente per quale ragione sia ricco. In sostanza, che cosa rende ricchi gli uomini? A mio avviso, l’oro, l’argento, la proprietà familiare ed i beni terrieri che essi possiedono. Orbene tutte le cose furono fatte per mezzo di lui 2: chi è dunque più ricco di colui, per mezzo del quale furono fatte le stesse ricchezze, anche quelle che non sono vere ricchezze? Per mezzo di lui furono fatte, da un lato, le ricchezze costituite dall’ingegno, dalla memoria, dal costume morale, dalla vita, dalla stessa sanità fisica, dagli organi di senso, dalla struttura delle membra: tutte cose queste che, quando sono integre, rendono ricchi anche i poveri. Per mezzo di lui furono fatte, d’altro lato, anche le ricchezze di maggior valore, cioè la fede, la pietà, la giustizia, la carità, la castità, la rettitudine morale. Nessuno infatti può averle, se non per mezzo di colui che giustifica l’empio 3. Ecco quanto egli è ricco! Difatti, chi è il ricco di questi due: chi ha quel che vuole grazie al lavoro fatto da un altro, o chi fa quel che vuole e lo fa avere anche ad un altro? Ritengo che sia più ricco colui che ha fatto quel che tu hai, non avendo tu quel che ha lui. Ecco quanto egli è ricco! Ma allora come possiamo cogliere, in uno che è tanto ricco, la verifica di queste parole: Io mangiavo la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto 4? È questa la fine che han fatto le sue grandi ricchezze? Quanto è eccellente quel che abbiamo nominato prima, altrettanto è spregevole quel che ora leggiamo. Che cosa dobbiamo pensare? In che modo possiamo insieme combinare questa estrema abiezione con l’altra meravigliosa realtà? Si tratta di cose troppo lontane tra loro. Non scorgo ancora il povero, di cui stiamo parlando; forse si tratta di un altro, ma continuiamo a cercare. Difatti, non ci sembra esser lui e certo sorprenderebbe se tu, interrogandolo, non provassi spavento per le sue ricchezze: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto 5. Colui che disse queste cose era appunto ricco per il fatto che le diceva; quanto più ricco era dunque colui di cui egli diceva: In principio era il Verbo, e non già un Verbo qualsiasi, ma il Verbo-Dio; e non già in un luogo qualsiasi, ma presso Dio; e non già inoperante, ma tale che per lui furono fatte tutte le cose? Forse egli ha mangiato la cenere qual pane, ed alla sua bevanda ha mescolato il pianto? C’è proprio pericolo che alle sue ricchezze tanto grandi rechi offesa ed impedimento la nostra povertà. Eppure, bisogna ancora cercare se non sia proprio lui questo povero, dal momento che il Verbo si fece carne ed abitò in mezzo a noi. Bisogna considerare anche la nota invocazione: Io sono tuo servo e figlio della tua ancella 6, e rivolger lo sguardo a quella ancella casta, che è insieme vergine e madre. Difatti, egli assunse la nostra povertà proprio là dove rivestì la natura di schiavo annientando se stesso, perché tu non provassi spavento di fronte alle sue ricchezze ed avessi il coraggio di avvicinarti a lui pur nella tua indigenza. Fu là – ripeto – che egli assunse la natura di schiavo e rivestì la nostra povertà; fu là che egli rese povero se stesso e noi rese ricchi! Siamo dunque vicini ormai a intender queste cose di lui. Tuttavia non dobbiamo pronunciare un giudizio avventato. Il parto della Vergine è quel masso che si stacca, non sospinto, dal monte 7; in esso non ci fu opera di uomo, non ci fu intervento di concupiscenza; si ebbe soltanto un’accensione di fede, e ne risultò il concepimento del Verbo. Questi poi uscì dal seno materno: lo cantarono i cieli, gli Angeli l’annunziarono ai pastori 8, la stella condusse i Magi ad adorare il re, e Simeone, ispirato dallo Spirito Santo, riconobbe il Dio fatto bambino, sorretto dalle braccia materne. Egli crebbe in età, a livello – s’intende – non della divinità, ma della carne. Di fronte alla sapienza del fanciullo dodicenne quei vecchi ignoranti provarono meraviglia e stupore 9. Ma anche se fossero stati veramente dotti, che sarebbe stata la loro dottrina di fronte al Verbo di Dio? Che sarebbe stata la loro dottrina di fronte alla Sapienza di Dio? Si direbbe che erano dei periti che sarebbero sicuramente periti, se egli non li avesse sostenuti! Egli cresce ancora relativamente all’età del suo corpo; si porta al fiume per essere battezzato; chi lo battezza, lo riconosce come Dio ed insieme confessa di essere indegno di sciogliergli il legaccio dei calzari 10. E da allora ottengono la vista i ciechi, si apre l’udito dei sordi, i muti parlano, i lebbrosi sono sanati, i paralitici si consolidano, i malati riprendono le forze, i morti risorgono 11.
Cristo povero della povertà delle sue membra.
2. Naturalmente, in rapporto a quel Verbo, per mezzo del quale furono fatte tutte le cose, riconosco già in lui la povertà di ricchezze: ma quanto è ancora lontano dalla cenere e dal pianto mescolato alla bevanda? Sono ancora esitante nel dire che è lui, eppure lo voglio. Ci trovo, infatti, alcuni elementi che mi spingono ad esitare. È lui e non è lui! Egli già vive nella natura di schiavo, porta la fragilità della carne mortale, è appunto venuto per morire; eppure non si riesce ancora a individuarlo in questa sua indigenza. Io mangiavo la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto 12. Provi dunque ad aggiungere altra povertà alla sua povertà, ed assuma, assimilandolo, il corpo della nostra bassezza 13: sia egli il nostro capo, noi le sue membra e vivano queste due parti in una carne sola. Sappiamo infatti che, non appena volle farsi povero, nell’atto di prendere la natura di schiavo 14, egli lasciò il Padre; dato poi che è nato dalla Vergine, lasci anche la madre e si unisca alla sua sposa e vivano i due in una carne sola 15. Sarà così che i due si uniranno anche in una voce sola: nessuna meraviglia allora se in quell’unica voce sentiremo anche la nostra voce: Io mangiavo la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto 16. Il fatto è che egli si è degnato di prenderci come membra. Ora tra le sue membra ci sono anche dei penitenti che non sono né esclusi né separati dalla sua Chiesa; né questa sarebbe del resto divenuta sua sposa se non in forza di quell’altra voce: Fate penitenza, perché il regno dei cieli è già vicino 17. Ed allora dobbiamo ascoltare quale sia la preghiera del capo e del corpo 18, dello sposo e della sposa 19, di Cristo e della Chiesa, che formano entrambi una cosa sola. Il Verbo e la carne – si badi – non formano una cosa sola; il Padre e il Verbo invece formano una cosa sola, e così pure Cristo e la Chiesa, in quanto costituiscono entrambi un uomo perfetto nella struttura della pienezza di lui: fino a che tutti arriviamo all’unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, raggiungendo l’uomo perfetto, il modulo di statura della pienezza del Cristo 20. Ma fino a che a ciò non arriviamo, resta il fatto della nostra povertà, rimangono ancora il travaglio ed il pianto. E ringraziamone la sua misericordia. Donde derivano al Verbo, per mezzo del quale furono fatte tutte le cose, il travaglio ed il pianto? Se si è degnato di partecipare alla nostra morte, non ci comunicherà la sua vita? Egli ci ha risollevato ad una grande speranza, e con questa grande speranza effondiamo il nostro pianto. Il pianto esprime tristezza, ma c’è anche il pianto che esprime letizia. Penso che Sara, già sterile, pianse di gioia quando divenne madre: anche noi, grazie al tuo timore, abbiamo concepito e partorito lo spirito della salvezza 21. Dobbiamo dunque ascoltare Cristo, che è povero in noi e con noi e per noi. Il titolo stesso del salmo ci parla infatti di un povero. Tenete presente, infine, che solo in via d’ipotesi io ho stabilito chi sia questo povero: ora ascoltiamo la sua preghiera e vediamo di riconoscere la persona. Se ho posto questa premessa, l’ho fatto per evitare eventuali errori, quando si ascolteranno dei particolari che siano incompatibili con la realtà del Cristo-Capo: in questi casi, bisogna ricordare che essi si riferiscono alla debolezza del corpo e riconoscere nel capo la voce delle membra. Il titolo suona dunque così: Orazione di un bisognoso, che, essendo in preda all’affanno, effuse la sua preghiera dinanzi al Signore. Questi è appunto quel povero, che in altro salmo dice: Dai confini della terra ti ho invocato, allorché il mio cuore era in preda all’affanno 22. Costui è ancora quel povero, perché è lo stesso Cristo che nel testo del Profeta ha detto di essere, ad un tempo, lo sposo e la sposa: (Il Signore) mi ha recinto come sposo di una corona e mi ha adornato come sposa di monili 23. Se ha detto di essere sia lo sposo che la sposa, non è forse da spiegare perché è sposo in ragione del capo ed è sposa in ragione del suo corpo? Una sola è dunque la voce, perché una sola è la carne. Dobbiamo allora ascoltare o, meglio, dobbiamo riconoscere noi stessi in queste sue parole. Chè se avvertissimo di essere fuori dal corpo, dovremmo procurare di esserci dentro!
Continue le tribolazioni e la preghiera del Corpo di Cristo.
3. [vv 2.3.] Ascolta, o Signore, la mia preghiera, e il mio grido giunga fino a te. C’è identità di contenuto tra il primo concetto: Ascolta, o Signore, la mia preghiera, e il secondo: Il mio grido giunga fino a te. La ripetizione denota l’intensità d’affetto in colui che eleva la supplica. Non distogliere il tuo volto da me. Ma quando Dio ha distolto il suo volto dal Figlio, e quando il Padre l’ha distolto dal Cristo? Ciò è in ragione della povertà delle membra: Non distogliere il tuo volto da me; in qualunque giorno in cui sia angustiato, volgi il tuo orecchio verso di me. Quaggiù sono infatti angustiato, ma tu sei lassù: se mi innalzo, tu ti allontani; se invece mi abbasso, tu ti volgi ad ascoltarmi. Ma che significano le parole: In qualunque giorno in cui sia angustiato? Forse ora chi supplica non è angustiato? E si esprimerebbe così, se non fosse angustiato? Basterebbe dunque dire: ” Volgi il tuo orecchio verso di me, perché sono angustiato “. Le parole: In qualunque giorno in cui sia angustiato, volgi il tuo orecchio verso di me, si comprendono alla luce dell’unità del corpo: se soffre un solo membro, soffrono con esso tutte le membra 24. Sei tu oggi angustiato, anch’io sono angustiato; domani un altro è angustiato, anch’io sono angustiato; dopo questa generazione altri uomini, i posteri dei posteri, sono angustiati, anch’io sono angustiato; insomma, sino alla fine del mondo, per quanti appartenenti al mio corpo sono angustiati, anch’io sono angustiato. Perciò in qualunque giorno in cui sia angustiato, volgi il tuo orecchio verso di me; in qualunque giorno ti abbia invocato, esaudiscimi subito. Ancora identità di concetti. Ecco che già ti invoco, ma tu, in qualunque giorno ti abbia invocato, esaudiscimi subito. Pregò Pietro, pregò Paolo, pregarono gli altri Apostoli; pregarono i fedeli di quell’epoca, pregarono i fedeli dell’epoca successiva, hanno pregato i fedeli dell’epoca dei martiri, pregano i fedeli della nostra epoca, pregheranno i fedeli dell’epoca posteriore alla nostra: in qualunque giorno ti abbia invocato, esaudiscimi subito. Esaudiscimi subito, perché null’altro ti chiedo se non quel che vuoi darmi. Io non cerco, come creatura terrena, le cose terrene, ma come creatura riscattata dalla schiavitù primordiale, io aspiro al regno dei cieli. Tu dunque esaudiscimi subito, perché solo in relazione a questa aspirazione tu hai detto: Mentre stai ancora parlando, io ti dirò: Ecco, sono qui 25. In qualunque giorno ti abbia invocato, esaudiscimi subito. Donde nasce questa tua invocazione? Da quale angustia, da quale indigenza? O povero che stai davanti alla porta di Dio tanto ricco, per quale aspirazione ti metti a mendicare, per quale miseria insisti nel chiedere, per quale indigenza tu bussi perché ti sia aperto? Dillo: ascoltiamo direttamente questa indigenza, scoprendo in essa noi stessi e pregando con te. Tu ascolta e sappi riconoscerci, se puoi.
Il fumo nefasto della superbia e la fortezza frutto di carità.
4. [v 4.] Perché sono dileguati come il fumo i miei giorni. Oh, i miei giorni, seppur son giorni! Ché quando si dice giorno, non si può non pensare alla luce. Ma i miei giorni sono dileguati come il fumo. I miei giorni, cioè il tempo della mia vita; e perché come il fumo, se non per la spinta all’insù data dalla superbia? Questi furono i giorni meritatamente ricevuti dal superbo Adamo, da cui Cristo assunse la carne. In Adamo è dunque Cristo, come in Cristo è Adamo. È certo, peraltro, che ci ha liberato anche dai giorni fumosi, o del fumo, chi si è degnato di accogliere di questi stessi giorni la voce. Perché sono dileguati come il fumo i miei giorni. Osservate come il fumo assomigli alla superbia: esso sale in alto, si gonfia, svanisce, per cui giustamente scompare, perdendo qualsiasi consistenza. Perché sono dileguati come il fumo i miei giorni, e le mie ossa sono bruciate come se fossero deposte su un tegame. Le stesse mie ossa, la stessa mia forza non sono sfuggite né all’angustia della tribolazione, né al fuoco che brucia. Le ossa del corpo di Cristo, la forza del corpo di Cristo in chi hanno maggiore consistenza se non nei santi Apostoli? Eppure si nota come anche le loro ossa siano bruciate: Chi si scandalizza, che io non bruci? 26 Essi sono forti, pieni di fede, ottimi intenditori e predicatori della parola, essi vivono così come parlano e parlano così come ascoltano: sono indubbiamente forti, eppure quanti soffrono scandalo rappresentano per loro uno strumento che li brucia. Questo perché c’è in loro la carità e la carità è più vigorosa nelle ossa, quelle ossa che sono più interne rispetto al resto della carne, di cui sono la struttura portante. Ora se uno soffre uno scandalo, corre certo pericolo anche nell’anima: le ossa bruciano nella misura che amano. Se viene a mancare l’amore, nessuno più brucia; ma se c’è la carità, quando soffre un membro, soffre con lui l’altro membro. Come allora non bruceranno quelle membra che sono portatrici di tutte le altre membra? Le mie ossa sono bruciate, come se fossero deposte su un tegame.
La Parola di Dio è pane che nutre chi si converte.
5. [v 5.] Il mio cuore è stato battuto come il fieno, e si è inaridito. Prova a guardare Adamo, da cui deriva il genere umano. Da chi infatti se non da lui si è propagata tale miseria? Da chi se non da lui è derivata, come un fatto ereditario, codesta povertà? Ed allora colui che nel suo corpo era dianzi privo di ogni speranza, ripeta con tutta speranza, perché ormai inserito nel corpo di Cristo: Il mio cuore è stato battuto come il fieno, e si è inaridito. È proprio così, perché ogni carne è fieno 27. Tuttavia è lecito chiedere: come mai ti è capitato questo? Perché ho dimenticato persino di mangiare il mio pane. Difatti Dio aveva dato il pane del suo comandamento. Ed in realtà qual è il pane dell’anima se non la parola di Dio? Sennonché, per la suggestione del serpente e per la prevaricazione della donna, l’uomo toccò il cibo proibito 28 e dimenticò il precetto: giustamente allora fu battuto come il fieno e si inaridì il suo cuore, avendo egli dimenticato di mangiare il suo pane. E come dimenticò di mangiare il suo pane, egli bevve il veleno: fu dunque battuto il suo cuore e si inaridì come il fieno. Proprio questo è l’uomo battuto che troviamo in Isaia, quell’uomo del quale ed al quale viene detto: Io non sarò adirato per sempre con voi, poiché da me procede lo spirito ed ogni soffio io ho creato: A causa del peccato io l’ho un po’ contristato e l’ho anche battuto ed ho distolto il mio volto da lui 29. Appare dunque giusta l’invocazione: Non distogliere il tuo volto da me, cioè dall’uomo battuto, di cui appunto hai detto: Io l’ho battuto, ed ancora: Io ho visto la sua condotta ed io l’ho guarito. Il mio cuore è stato battuto come il fieno, e si è inaridito, perché ho dimenticato persino di mangiare il mio pane. Devi ora mangiare quel pane che avevi dimenticato. Ma è proprio lui che è venuto come pane: nel suo corpo ti è possibile ricordare la voce che avevi dimenticato, e gridare altresì dallo stato di povertà, in cui ti trovi, per ottenere la ricchezza. Devi ora mangiare, dal momento che sei nel corpo di colui che ha detto: Sono io il pane vivo, disceso dal cielo 30. Avevi, sì, dimenticato di mangiare il tuo pane, ma poiché lui è stato crocifisso, si ricorderanno e si convertiranno al Signore tutti i paesi della terra 31. Alla dimenticanza deve ora succedere il ricordo: ora bisogna mangiare, per vivere, il pane venuto dal cielo, e non già la manna, come la mangiarono i padri che poi morirono 32. Bisogna mangiare quel pane, di cui è detto: Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia 33.
Gemere per chi non geme o non geme come dovrebbe.
6. [v 6.] Per la voce del mio gemito le mie ossa sono rimaste attaccate alla mia carne. Ecco la voce che io ben comprendo e conosco: per la voce del mio gemito, non per la voce e per il gemere di coloro, con i quali condivido le sofferenze. Difatti sono molti quelli che gemono, ed anch’io gemo, e gemo precisamente perché essi non sanno gemere. Uno, ad esempio, ha perduto una moneta e si mette a gemere; se invece ha perduto la fede, non geme affatto. Io peso la moneta e la fede, trovando così motivo di più grande gemito per chi non sa gemere o non geme affatto. Un altro compie una frode e se ne rallegra. Ma qual è esattamente il suo guadagno e il suo danno? Egli ha, sì, acquistato del danaro, ma ha perduto la giustizia! Proprio per questo geme chi davvero sa gemere: chi sta vicino al suo capo, chi aderisce bene al corpo di Cristo geme per tale motivo. Invece gli uomini carnali non gemono per tale motivo, e per ciò stesso si rendono appunto degni di gemito, pur se non possiamo – sia che non gemano sia che non sappiano gemere – disprezzarli. Noi infatti vogliamo e intendiamo correggerli, migliorarli e rinnovarli: quando non ci riusciamo, gemiamo, ma se gemiamo, non rimaniamo staccati da loro. Sta scritto infatti che per la voce del mio gemito le mie ossa sono rimaste attaccate alla mia carne: i forti sono rimasti attaccati ai deboli, i robusti ai fiacchi. Perché tale collegamento? Per la voce del mio gemere, non già per la voce del loro gemere. E secondo quale legge si è stabilito tale collegamento se non per quella in cui è detto: Dobbiamo noi più robusti portare la debolezza dei più fiacchi 34? Le mie ossa sono rimaste attaccate alla mia carne.
Simbolismo dei tre uccelli menzionati dal salmo.
7. [vv 7.8.] Sono diventato simile al pellicano che abita nel deserto; sono diventato come il gufo notturno tra le macerie; ho vegliato e sono diventato come il passero solitario sul tetto. Son qui designati tre uccelli e tre località: ci conceda il Signore la grazia di spiegare che cosa tutto questo significhi, ed a voi la grazia di ascoltare con profitto quel che spieghiamo a vostro spirituale vantaggio. Che cosa dunque significano i tre uccelli e le tre località? E quali sono i tre uccelli? Sono il pellicano, il gufo e il passero; quanto alle tre località, sono il deserto, le macerie e il tetto. Troviamo cioè il pellicano nel deserto, il gufo tra le macerie, il passero sul tetto. Per prima cosa dobbiamo spiegare che cosa sia il pellicano, che a dire il vero nasce in una zona che è tale da renderci sconosciuto questo tipo di uccello. Esso nasce in mezzo ai deserti, specie quelli del fiume Nilo, laggiù nell’Egitto. Ma quale che sia questo uccello, ciò che dobbiamo veder bene è quel che di esso ha voluto dire il salmo. Esso abita – leggiamo – nel deserto. Non c’è bisogno di cercar di sapere come siano il suo aspetto, le sue membra, la sua voce, il suo modo di vivere. Stando alle parole del salmo, si tratta di un uccello che abita nel deserto. Il gufo poi è un uccello che ama le tenebre; e la parola macerie indica tutto ciò che comunemente chiamiamo rovine, dove ci sono pezzi di muro che restano in piedi, ma privi di tetto e disabitati: è proprio lì che abita il gufo. Che cosa infine siano il passero e il tetto, lo sapete certamente. Suppongo allora di imbattermi in un uomo appartenente al corpo di Cristo, che ne predica la parola, che sa condividere le sofferenze dei deboli, che attende ai veri interessi di Cristo, che ha ben presente il futuro ritorno del suo Signore per non sentirsi dire: Servo iniquo ed infingardo ( … ) avresti dovuto almeno affidare il mio denaro ai banchieri 35. È dall’ufficio di un tale ministro che dobbiamo individuare i tre riferimenti suddetti. Egli potrebbe essersi recato in mezzo ad alcuni che non sono cristiani: è come il pellicano nel deserto. Egli potrebbe essersi recato tra quelli che furono già cristiani, ma poi sono caduti: è come il gufo tra le macerie, in quanto non rifugge dalle tenebre di coloro che abitano nella notte, ed anzi li vuole riguadagnare. Egli potrebbe essersi recato tra quelli che sono, sì, cristiani ed abitano nella propria casa (non dunque quelli che non hanno mai creduto, o che hanno abbandonato quanto avevano creduto), ma che si dimostrano tiepidi nel vivere quello che credono: in questo caso è come il passero che grida verso di loro, non nel deserto, perché essi sono cristiani, non tra le macerie, perché essi non sono caduti. Si trovano infatti sul tetto, o più esattamente sotto il tetto, poiché sono soggetti alla carne: appunto sopra questa carne il passero grida, cioè non tace i comandamenti di Dio, e non diventa esso stesso carnale per finire poi sotto il tetto. Sta scritto infatti: Chi si trova sul tetto, non ne discenda per prendere alcuna cosa nella casa 36, e: Ciò che udite nell’orecchio, predicatelo sopra i tetti 37. Eccoli dunque i tre uccelli e le tre località: un sol uomo può impersonare i tre uccelli ed anche tre uomini possono impersonare i tre uccelli; i tre tipi di località rappresentano tre tipi di uomini, e in questo caso – si badi – il deserto, le macerie ed il tetto non rappresentano altro se non tre tipi di uomini.
Applicazione cristologica del simbolo precedente.
8. Ma perché indugiare in questa spiegazione? Guardiamo direttamente al Signore, se non sia proprio lui, o meglio non debba proprio lui essere riconosciuto come il pellicano nel deserto, come il gufo tra le macerie, come il passero ramingo sul tetto. Ce lo spieghi il povero di questo salmo, cioè il nostro capo: egli che si è fatto povero di sua volontà, parli a noi che siamo poveri per intrinseca necessità! Né, da parte nostra, dobbiamo tacere quel che si racconta ed anche si legge dell’uccello chiamato pellicano: pur evitando affermazioni temerarie, non dobbiamo però tacere quel che ne han voluto che si leggesse e si raccontasse quanti hanno scritto di lui. Da parte vostra, ascoltate la spiegazione in maniera da considerarla ben appropriata, se è vera, e da ritenerla senza alcun valore, se è falsa. Ora si racconta che questi uccelli uccidono i loro piccoli nati a colpi di becco e che, dopo averli uccisi nel nido, li piangono per tre giorni; si aggiunge che infine la loro madre si ferisce a morte riversando il suo sangue sui figli, che appunto in tal bagno riprendono vita. Può darsi che tutto questo sia vero, come può darsi che sia falso; tuttavia se è vero, voi vedete come si adatti in maniera appropriata a colui che con il suo sangue ci ha ridato la vita. Gli si adatta il fatto che è la carne della madre a ridare la vita con il suo sangue ai suoi figli: è un’analogia abbastanza appropriata. Infatti anch’egli dice di essere simile alla gallina sopra i suoi pulcini: Gerusalemme, Gerusalemme ( … ), quante volte ho voluto raccogliere insieme i tuoi figli, come la gallina che raccoglie sotto le ali i suoi pulcini, e tu non hai voluto! 38 Egli difatti ha l’autorità propria del padre, ma possiede l’affetto della madre; così anche Paolo, che è ad un tempo padre e madre, non certo in virtù della sua persona, ma in virtù del Vangelo. Paolo è padre, quando dice: Anche se aveste diecimila pedagoghi in Cristo, tuttavia non avreste molti padri: in Cristo Gesù infatti io vi ho generato in virtù del Vangelo 39; ed è madre quando afferma: Figliolini miei, per i quali di nuovo soffro le doglie del parto, finché il Cristo non sia formato in voi 40. Questo uccello pertanto, se è vero il relativo racconto, presenta una grande somiglianza con la carne di Cristo, per il cui sangue abbiamo riavuto la vita. Ma come si può adattare al Cristo l’altro fatto, secondo il quale l’uccello uccide anche i suoi figli? Non si adattano forse a lui le parole: Io ucciderò ed insieme ridarò la vita; io colpirò ed insieme risanerò 41? O forse Saulo sarebbe morto come persecutore, se non fosse stato colpito dal cielo 42, e sarebbe forse rinato come predicatore, se dal sangue di lui non avesse riavuto la vita? Ma lasciamo lo studio di queste analogie a quelli che hanno scritto di quell’uccello: noi non dobbiamo appoggiare la nostra interpretazione su dati incerti. Fermiamoci, piuttosto, a considerare l’uccello nel deserto, perché questo ha voluto appunto stabilire il salmo: Il pellicano che abita nella solitudine del deserto. Io penso che in ciò sia da intendere il Cristo nato da una vergine; difatti egli solo è nato a questo modo, perciò si parla di solitudine; è nato nella solitudine, perché egli solo è nato così. Dopo la nascita si arrivò alla passione: da chi veniva crocifisso? Forse da quelli che lo accompagnavano o da quelli che lo piangevano? Era dunque crocifisso come nella notte della loro ignoranza e come tra le macerie della loro rovina. Eccolo, il gufo che dimora tra le macerie ed insieme ama la notte. Difatti se non amasse, come potrebbe dire: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 43. Ma poi, chi era nato nella solitudine, perché solo a questo modo era nato, chi aveva patito in mezzo alle tenebre dei Giudei, cioè nella notte, in conseguenza della prevaricazione, cioè tra le loro rovine, che cosa ha fatto successivamente? Ho vegliato. Avevi dunque dormito tra le macerie ed avevi detto: Ho dormito. Che significa: ho dormito? Ho dormito, perché l’ho voluto; ho dormito, in quanto amavo la notte. Ma lì subito dopo si legge: E sono risorto 44. Ciò spiega quel che si legge qui: Ho vegliato. Ed ancora, dopo aver vegliato, che cosa ha fatto? È asceso al cielo, e si è fatto come il passero nel suo volo, ossia nella sua ascesa: come il passero solitario sul tetto, cioè nel cielo! Egli pertanto assomiglia al pellicano per la sua nascita, al gufo per la sua morte, e al passero per la sua risurrezione: fu là nella solitudine, perché solo nato a quel modo; fu poi qui tra le macerie, perché ucciso da coloro che non seppero rimanere stabili nel loro edificio; fu infine lassù come chi veglia e vola solitario sul tetto, ed ivi intercede per noi 45. Davvero il nostro capo è il passero ed il suo corpo è la tortora. Infatti il passero si è trovato la casa: quale casa? Essa è nel cielo, dove egli intercede per noi. E la tortora si è trovato il nido: la Chiesa di Dio ha trovato il suo nido fatto con i pezzetti di legno della sua croce, in cui ricovera i suoi nati 46, i suoi piccoli nati. Ho vegliato e sono diventato come il passero solitario sul tetto.
9. [v 9.] Tutto il giorno mi insultavano i miei nemici, e quelli che mi lodavano giuravano contro di me. Lodavano con la bocca, ma nell’intimo del cuore preparavano l’agguato. Sta a sentire di che specie è la loro lode: Maestro, sappiamo che ( … ) insegni la via di Dio secondo verità e non hai preferenze di persona ( … ): è lecito pagare il tributo a Cesare? 47 Fai lo sgambetto a quello stesso che lodi! Perché questo? Perché quelli che mi lodavano giuravano contro di me. E donde deriva questo oltraggio? Dal fatto che io sono venuto a trasformare in mie membra i peccatori, sicché facendo penitenza possano essere nel mio corpo. È da qui che procede tutto il disprezzo e da qui la persecuzione: Perché il vostro maestro mangia insieme con i peccatori ed i pubblicani? ( … ) Non sono i sani che han bisogno del medico, bensì gli ammalati 48. Oh, se voi aveste avuto coscienza di essere ammalati! Allora avreste fatto ricorso al medico; non l’avreste ucciso né sareste periti nell’apparente stato di salute, dovuto alla vostra orgogliosa pazzia!
È il perdono dei peccati un incentivo al male?
10. [v 10.] Ma perché tutto il giorno mi insultavano i miei nemici? Perché quelli che mi lodavano giuravano contro di me? Perché io mangiai la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto. Proprio perché volle annoverare tra le sue membra questo genere di uomini per risanarlo e riscattarlo a libertà ne doveva subire l’oltraggio. Ed anche oggi qual è l’oltraggio che i pagani infliggono a noi? Che cosa pensate, o fratelli, che cosa pensate che essi dicano contro di noi? Voi – dicono – corrompete l’educazione e depravate i costumi del genere umano. Ma perché ti avventi su di noi? Dimmene il motivo. Che cosa abbiamo fatto? Vi rendete responsabili – dice – offrendo agli uomini la possibilità di pentirsi, promettendo loro l’impunità per tutti i delitti: gli uomini fanno il male appunto perché sono sicuri che, non appena convertiti, tutto vien loro perdonato. Da ciò deriva dunque l’oltraggio: Perché io mangiai la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto. O tu che proferisci l’insulto, io ti invito a mangiare questo pane, ché non avrai certo il coraggio di dire che non sei un peccatore! Fa’ un bell’esame di coscienza, presentati al tribunale del tuo spirito, non usare troppi riguardi con te, indaga dentro te stesso, fa’ parlare la parte più intima del tuo cuore: vedrai allora se hai il coraggio di proclamarti innocente! Se uno si osserverà bene, proverà confusione; se eviterà di adularsi, confesserà il suo peccato. Ed allora che farai, o disgraziato, se non ti si apre il porto dell’impunità? Se hai avuto soltanto la libertà di peccare, ma non puoi avere nessuna indulgenza per i peccati commessi, dove sarai e dove andrai? È indubbio che si è risolto anche a tuo vantaggio il fatto di questo povero, che mangiava la cenere qual pane e mescolava il pianto alla sua bevanda. Non senti ormai il dolce piacere di un tale convito? Resta però il fatto – si osserva – che gli uomini aumentano i loro peccati per la speranza del perdono. Ed io aggiungo che li aumenterebbero anche per la disperazione del perdono. Hai fatto mai caso alla sfrenata crudeltà che contraddistingue la vita dei gladiatori? E come si spiega, se non perché essi, considerandosi ormai destinati a cader vittime della spada, vogliono sfogare la loro libidine prima di versare il sangue? Non saresti forse tentato anche tu di dire a te stesso: sono ormai un peccatore, sono un malvagio, ho già meritato la condanna e non ho alcuna speranza di perdono: perché non dovrei fare quel che mi aggrada, anche se illecito? Perché non dovrei soddisfare, per quanto è possibile, tutti i miei desideri, se dopo queste esperienze non mi restano che i soli tormenti? Non diresti. davvero questo a te stesso, divenendo peggiore a motivo della tua stessa disperazione? È dunque più efficace la correzione fatta da colui che promette l’indulgenza e dice: Rientrate, o ribelli, nel vostro cuore 49. Io non voglio la morte dell’empio, ma solo che si converta e viva 50. Non c’è dubbio che, essendoti indicato questo porto, puoi ammainare le vele dell’iniquità e volgere la prora e navigare verso la giustizia: riacquistata la speranza di vita, più non trascuri la medicina. Né devi disdegnare tale atteggiamento di Dio, pensando che appunto con la promessa indulgenza egli abbia tolto ogni preoccupazione ai peccatori. Egli infatti, perché gli uomini non vivessero in modo peggiore essendo in preda alla disperazione, promise loro l’approdo al porto dell’indulgenza; viceversa, perché non vivessero in modo peggiore per la speranza del perdono, rese incerto il giorno della morte. Stabilì, insomma, con sapiente provvidenza, due cose: il sicuro rifugio per quanti a lui fan ritorno ed il mezzo efficace per spaventare quanti lo differiscono. Mangia dunque la cenere qual pane e mescola il tuo pianto alla bevanda: facendo uso di questi cibi, arriverai fino alla mensa di Dio. E non disperare mai, dal momento che ti è stata promessa l’indulgenza. Grazie a Dio – uno dice – perché mi è stata promessa; voglio attenermi alla promessa di Dio. Allora comincia subito a vivere bene. Domani – risponde quello – comincerò a vivere bene. Ma Dio ti ha promesso l’indulgenza, nessuno invece ti ha promesso il domani; perciò se fino ad ora sei vissuto male, comincia oggi stesso a vivere bene. Stolto, questa notte ti verrà tolta la tua vita; ed io non ti dico di chi sarà quel che hai preparato 51, ma voglio chiederti: in base alla tua condotta di vita, dove verrai a trovarti? Perciò pensa a correggerti per poter assumere, in qualità di membro del corpo di Cristo, questa voce, che, se non mi sbaglio, tu riconosci facilmente: Io mangiai la cenere qual pane, ed alla mia bevanda mescolavo il pianto.
Privilegi e responsabilità dell’uomo nel piano divino.
11. [v 11.] Alla vista della tua ira e della tua indignazione, poiché mi innalzasti, mi abbattesti. Si tratta, o Signore, di quella stessa tua ira che investì Adamo: l’ira con la quale tutti siamo nati ed alla quale, appunto nascendo, organicamente aderiamo; l’ira derivante dalla propagazione dell’iniquità e dall’ammasso del peccato, per la quale dice l’Apostolo: Fummo un tempo anche noi per natura figli dell’ira, come tutti gli altri 52, e dice pure il Signore: Rimane sopra di lui l’ira di Dio, perché non ha creduto nel Figlio unigenito di Dio 53. Non dice già che l’ira di Dio verrà sopra di lui, ma che essa rimane sopra di lui, perché non vien tolta quell’ira nella quale egli è nato. Come si spiega dunque e che cosa significa questa espressione: poiché mi innalzasti, mi abbattesti? Anche qui il testo non dice: Poiché mi innalzasti e mi abbattesti, ma: Poiché mi innalzasti, mi abbattesti, cioè mi abbattesti precisamente perché mi innalzasti. E come mai tutto questo? L’uomo fu collocato su di un piedistallo d’onore, perché fu creato ad immagine di Dio 54; elevato a tale onore, sollevato dalla polvere, sollevato dalla terra, ricevette il dono dell’anima razionale e fu preposto, per la superiore vitalità della sua stessa ragione, a tutte le bestie, ai vari animali, ai volatili, ai pesci. Quale di questi, invero, possiede l’intelligenza razionale? Sta di fatto che nessuno di loro fu creato ad immagine di Dio; ma come nessuno di loro ha con sé questo onore, così nessuno di loro ha in sé questa miseria. Quale animale infatti piange per i peccati? Quale uccello teme il fuoco eterno della geenna? Poiché esso non partecipa in alcun modo alla vita beata, non conosce neppure il tormento delle miserie. L’uomo invece, essendo stato creato per giungere alla vita beata se vivrà bene, non potrà sfuggire ad una vita di miserie se è vissuto male. Così sì spiegano le parole: Poiché mi innalzasti, mi abbattesti; mi colpisce la pena proprio perché mi hai dato il libero arbitrio. Se tu non mi avessi dato questo libero arbitrio, rendendomi superiore agli animali per questo dono della ragione, non mi colpirebbe nel mio peccato la giusta condanna. Bisogna dunque intendere: mi innalzasti con il dono del libero arbitrio e mi abbattesti con la pena di un giusto giudizio.
La luce superna che rischiara le ombre della vita.
12. [v 12.] I miei giorni si sono allontanati come l’ombra. Davvero i tuoi giorni avrebbero potuto non farsi lontani, se tu non ti fossi allontanato dal vero giorno: ma essendoti tu allontanato, hai ricevuto dei giorni che si fanno del pari lontani. C’è forse da meravigliarsi se i tuoi giorni sono divenuti simili a te? Questi giorni che si fanno lontani perché tu hai deviato, corrispondono perfettamente ai giorni definiti fumosi perché ti sei gonfiato di orgoglio. Prima infatti si è detto: Sono dileguati come il fumo i miei giorni 55, ed ora si dice: I miei giorni si sono allontanati come l’ombra. Eppure è in quest’ombra che bisogna riconoscere il giorno, è in quest’ombra che va scorta la luce, perché non giunga poi troppo tardi il pentimento e non porti alcun frutto: Che vantaggio ci ha portato la superbia? Che guadagno ci ha dato l’alterigia fondata sulle ricchezze? Tutte queste cose sono passate come l’ombra 56. Ora devi dire: tutte queste cose passeranno come l’ombra, e così potrai tu non passare come l’ombra. I miei giorni si sono allontanati come l’ombra, ed io mi sono inaridito come il fieno. La ragione è in quel che si è detto prima: Il mio cuore è stato battuto come il fieno, e si è inaridito 57. Ma questo fieno tornerà a rifiorire, irrigato dal sangue del Salvatore. Io mi sono inaridito come il fieno: ecco quel che sono, io uomo, dopo quella ribellione; ecco quel che a me è capitato in conseguenza del tuo giusto giudizio. Che si legge invece di te?
13. [v 13.] Tu invece, o Signore, rimani in eterno. I miei giorni si sono allontanati come l’ombra, mentre tu rimani in eterno: chi dunque è eterno, salvi chi è temporaneo. Cioè, se io sono caduto, non per questo tu sei invecchiato: tu sei vivo e vegeto per liberarmi, come tale sei stato per umiliarmi. Tu invece, o Signore, rimani in eterno, e la tua memoria dura di generazione in generazione. Si dice: la tua memoria, perché tu non conosci l’oblio; e non già in una sola generazione, ma di generazione in generazione, in quanto abbiamo con noi la promessa della vita presente e di quella futura 58.
La salvezza è in atto.
14. [v 14.] Tu levandoti avrai pietà di Sion, perché è già il tempo di averne pietà. Qual è questo tempo? Quando poi venne la pienezza del tempo, Dio inviò il suo Figlio, fatto dalla donna, fatto sotto la legge. E dov’è il Sion? Affinché riscattasse quelli che erano sotto la Legge 59. Anzitutto sono dunque da intendere i Giudei, perché da essi provengono gli Apostoli, poi il gruppo di più di cinquecento fratelli 60, poi ancora quella moltitudine di fedeli, che aveva un cuor solo e un’anima sola verso Dio 61. Perciò si legge: Tu levandoti avrai pietà di Sion, perché è già il tempo di averne pietà, perché è giunto il tempo. Qual è questo tempo? Ecco, adesso è il tempo accettevole; ecco, adesso è il giorno della salvezza 62. Chi afferma questo? Il servo di Dio che edificava e pertanto diceva: Voi siete l’edificio di Dio, soggiungendo poi: come sapiente architetto io posi il fondamento ( … ), e: Un altro fondamento nessuno può porre al di fuori di quello che è già stato posto, cioè Gesù Cristo 63.
La missione dei Profeti e la vita della Chiesa gerosolimitana.
15. [v 15.] Ora anche qui che si dice? Perché i tuoi servi hanno avuto compiacenza verso le sue pietre. Verso le pietre di chi? Verso le pietre del Sion. Ma lì ci stanno anche cose che non sono pietre. E di chi sono queste altre cose? Allora che si legge dopo? E avranno pietà della sua polvere. Dobbiamo riconoscere sia le pietre sia la polvere che sono sul Sion. Non si dice infatti che avranno pietà delle sue pietre, ma si dice: Perché i tuoi servi hanno avuto compiacenza verso le sue pietre, ed avranno pietà della sua polvere, cioè: se verso le sue pietre hanno avuto compiacenza, per la sua polvere invece avranno pietà. Nelle pietre di Sion io vedo ed intendo tutti i Profeti: lì è risuonata per primo la voce della predicazione, da lì ha avuto inizio la missione evangelica e grazie a tale annunzio si è potuto conoscere il Cristo. Perciò è ben detto: i tuoi servi hanno avuto compiacenza verso le pietre del Sion. Al contrario, tutti coloro che prevaricarono, allontanandosi dal Signore ed offendendo con i loro misfatti il Creatore, han fatto ritorno alla terra donde furono assunti: essi sono diventati polvere, sono diventati malvagi, e questo si dice di loro: Non così i malvagi, non così; ma come polvere che il vento porta via dalla faccia della terra 64. Ma tu aspetta, o Signore; sopporta, o Signore; sii paziente, o Signore: fa’ che non si scateni il vento per cancellare questa polvere dalla faccia della terra. Fa’ che vengano, sì, vengano i tuoi servi, riconoscano in quelle pietre la tua rivelatrice parola, sentano pietà della polvere del Sion, si riformi l’uomo secondo la tua immagine ed esclami la polvere, per evitare la rovina: Ricordati che noi siamo polvere 65. Ed avranno pietà della sua polvere. Questo vale per Sion. Ma non era polvere anche chi crocifisse il Signore? Peggio, si direbbe, era polvere delle più rovinose macerie. Era senz’altro polvere; tuttavia non invano era stato detto per questa polvere: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 66. Fu così che da essa si levò il muro maestro delle varie migliaia di persone, che credevano e deponevano ai piedi degli Apostoli tutto il prezzo delle loro sostanze. Da quella polvere sorse dunque la nuova umanità, riformata e risplendente. Dalle genti infatti chi venne a farne parte? O quanto pochi ne vediamo tra loro che hanno fatto così in confronto a quelle varie migliaia? All’inizio ne accorsero subito tremila, poi cinquemila: tutti vivevano in unione tra loro, tutti deponevano ai piedi degli Apostoli il prezzo ricavato dalla vendita delle loro sostanze, perché ne venisse distribuito a ciascuno secondo il rispettivo bisogno, e tutti avevano un cuor solo ed un’anima sola verso Dio 67. E chi fece anche di questa polvere tale nuova realtà, se non colui che fece lo stesso Adamo dalla polvere? Tutto ciò è detto dunque di Sion, ma non vale soltanto per Sion.
16. [v 16.] Orbene che cosa si legge dopo? E temeranno le genti il tuo nome, o Signore, e tutti i re della terra la tua gloria. Dal momento che hai avuto compassione di Sion, dal momento che i tuoi servi hanno dimostrato compiacenza verso le sue pietre, riconoscendo il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, ed hanno anch’essi avuto compassione per la sua polvere, perché appunto dalla polvere si formasse o meglio si riformasse l’uomo vivo, ecco che si è sviluppata la predicazione in mezzo alle genti. Temano le genti il tuo nome, e tutti i re della terra la tua gloria: si levi dalle genti l’altro muro maestro e si riconosca quella pietra angolare 68, sulla quale devono trovare stabile fondamento i due popoli che, pur procedendo da luoghi distanti, ormai più non hanno sentimenti diversi.
L’edificio di Dio è in continua crescita.
17. [v 17.] Poiché il Signore edificherà Sion. Questa è l’opera che ora si compie. Orsù dunque, voi pietre viventi, affrettatevi a quest’opera di costruzione e non alla vostra caduta. Viene edificato il Sion, evitate dunque di ridurvi a macerie; viene edificata la torre, viene edificata l’arca, ripensate dunque al diluvio. Questa è l’opera che ora si compie: Poiché il Signore edificherà Sion. Ma che cosa avverrà dopo l’edificazione del Sion? E sarà visto nella sua gloria. Per compiere tale edificazione e collocare sul Sion un vero fondamento, il Signore si fece vedere dal Sion, non però nella sua gloria: Noi lo vedemmo, ma non aveva né bellezza né decoro 69. Quando invece accompagnato dai suoi Angeli verrà a giudicare, quando dinanzi a lui si aduneranno tutte le genti, quando si troveranno in posizione distinta alla sua destra le pecore ed alla sua sinistra i capretti 70, allora, sì, vedranno colui che hanno trafitto 71! E resteranno confusi, troppo tardi ormai, coloro che rifiutarono la confusione dell’anteriore e salutare penitenza! Il Signore edificherà Sion, e sarà visto nella sua gloria, egli che in quel luogo si fece dapprima vedere nella sua debolezza.
18. [v 18.] Ha riguardato alla preghiera degli umili, e non ha spregiato la loro supplica. Questa è l’opera che adesso si compie nell’edificazione del Sion: gli edificatori pregano e gemono: prega e geme quell’unico povero come pregano e gemono i molti poveri, perché le migliaia di uomini tra i tanti popoli sono una sola persona, perché forma unità la pace della Chiesa. Egli è ad un tempo l’uno ed i molti: l’uno per la carità, i molti per l’estensione. Ora dunque si prega, ora si corre: ora appunto uno, se era prima diverso e nutriva sentimenti diversi, deve mangiare la cenere qual pane e mescolare il pianto alla sua bevanda. Ora cade questo tempo, mentre viene edificato il Sion; ora le pietre vengono connesse nel vivo della costruzione. Una volta terminato questo lavoro ed inaugurata la casa, che senso avrebbe il tuo correre? Allora cercheresti troppo tardi, chiederesti invano, busseresti inutilmente e finiresti col restar fuori, in compagnia delle cinque vergini stolte 72. Ora dunque devi correre, perché il Signore ha riguardato alla preghiera degli umili, e non ha spregiato la loro supplica.
L’economia salvifica nel V. e nel N. T.
19. [vv 19.20.] Si scrivano queste cose per la generazione seguente. Allorché queste cose erano scritte, non potevano riuscire molto utili a coloro tra i quali erano scritte: esse servivano infatti ad annunciare profeticamente il Nuovo Testamento tra gli uomini che vivevano secondo il Vecchio Testamento. Ovviamente anche questo, il Vecchio Testamento, era stato dato da Dio, il quale aveva collocato il suo popolo nella terra da lui promessa. Ma poiché la tua memoria che si estende di generazione in generazione non appartiene ai malvagi ma ai giusti, per la prima generazione essa si riferisce al Vecchio Testamento, mentre per l’altra generazione si riferisce al Nuovo Testamento. Ed appunto perché il contenuto della profezia preannuncia il Nuovo Testamento, si scrivano queste cose per la generazione seguente, ed il popolo che sarà creato darà lode al Signore. Non si parla di popolo che è stato creato, ma di popolo che sarà creato. Fratelli miei, c’è una cosa più chiara di questa? Qui si scopre la predizione di quella creatura, di cui dice l’Apostolo: Se dunque esiste in Cristo una nuova creatura, le cose vecchie sono passate ed ecco tutte sono diventate nuove; tutte le cose però sono da Dio 73. Che significa che tutte le cose però sono da Dio? Sono da intendere le cose vecchie e le cose nuove, perché la tua memoria si estende di generazione in generazione. Ed il popolo che sarà creato darà lode al Signore. Poiché egli ha riguardato dalla sacra sua altezza. Dalla sua altezza ha riguardato, per giungere fino agli umili; dalla sua altezza si è fatto umile, per esaltare gli umili.
SULLO STESSO SALMO 101/102
ESPOSIZIONE
DISCORSO 2
Il salmo contiene un invito alla consolazione.
1. Nella giornata di ieri abbiamo ascoltato il gemito e la preghiera di un povero, scoprendo che egli era colui che, pur essendo ricco, si è fatto povero per noi 1, e che a lui erano unite le membra e parlavano per bocca del loro capo. Lì abbiamo infatti visto anche noi stessi, seppure per la sua grazia contiamo qualcosa anche noi. Inoltre, erano ormai terminate le parole esprimenti il gemito ed era cominciata la parte consolatoria. Ma ieri non ci è stato possibile terminarne l’esposizione, ed oggi, in quel che rimane da trattare, dobbiamo ascoltare non più il povero che effonde i suoi gemiti, ma il povero che gode, e gode perché spera, e spera perché nulla presume di sé. Questo povero, dopo aver preannunciato negli scritti di Dio la felicità delle cose umane, aveva aggiunto: Si scrivano queste cose per la generazione seguente, ed il popolo che sarà creato darà lode al Signore. Poiché egli ha riguardato dalla sacra sua altezza. Il sermone di ieri è stato condotto fino a questo punto. Ascoltate ora quello che segue.
I ceppi del timore salutare.
2. [vv 20-22.] Il Signore dal cielo ha riguardato sulla terra, per ascoltare il gemito dei prigionieri in ceppi, per sciogliere i figli dei condannati a morte. Abbiamo trovato scritto in un altro salmo: Giunga fino al tuo cospetto il gemito dei prigionieri in ceppi 2: Ciò è detto in un passo, riferentesi alla voce dei martiri. E perché i martiri sono prigionieri messi in ceppi? Non è più esatto dire che sono dei prigionieri incatenati? Sappiamo infatti che i santi martiri di Dio, trascinati dietro i giudici e vaganti di provincia in provincia, erano messi in catene, mentre non ci risulta che erano messi in ceppi. Conosciamo anche i ceppi rappresentati dalla disciplina di Dio e dal timore di Dio, del quale appunto sta scritto: Il timore del Signore è l’inizio della sapienza 3. Animati infatti da questo timore, i servi di Dio non ebbero timore di coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; essi avevano timore solo di colui che ha il potere di uccidere l’anima ed il corpo nel fuoco della geenna 4. Del resto, se i martiri non fossero stati legati ai ceppi di questo timore, avrebbero avuto la forza di sopportare tutti gli aspri e penosi tormenti inflitti loro dai persecutori, pur avendo la possibilità di subire le imposizioni ed anche di sfuggire ai loro patimenti? Ma Dio li aveva legati con questi ceppi, certo temporaneamente aspri e penosi, eppure degni di essere sopportati in base alle promesse fatte da colui, al quale è detto: A motivo delle parole delle tue labbra io ho battuto le vie aspre 5. Proprio stando in questi ceppi bisogna gemere al fine di ottenere la misericordia di Dio; per questo nell’altro salmo ci è presentata la voce dei martiri: Giunga fino al tuo cospetto il gemito dei prigionieri in ceppi. Né si deve, d’altra parte, rifuggire da questo tipo di ceppi per ricercare una libertà che riuscirebbe funesta e un godimento nel corso della breve vita terrena, cui seguirebbe un’eterna amarezza. Per tale ragione la Scrittura ci esorta a non rifiutare i ceppi della vera sapienza, parlandoci così: Ascolta, o figlio, ed accogli il mio parere, e non respingere il mio consiglio: metti il tuo piede nei ceppi di lei ed il tuo collo nella sua catena. Piega la tua spalla e portala, e non avere in odio i suoi legami. Con tutta la tua anima accostati a lei, e con tutte le tue forze segui le sue vie. Indaga e ricerca, ed essa ti si farà nota; divenuto continente, non lasciarla più. Alla fine infatti in lei troverai il riposo, e ti si volgerà in diletto, ed i suoi ceppi saranno per te una solida protezione, e le sue catene un manto glorioso. In lei infatti è uno splendore d’oro, e i suoi legami sono fili di porpora: qual manto glorioso la vestirai, e quale corona fulgida la cingerai 6. Si levi dunque il grido dei prigionieri in ceppi, mentre si trovano stretti dai vincoli della disciplina di Dio, la quale costituisce l’assiduo travaglio dei martiri. Si spezzeranno allora i ceppi e voleranno in aria, per trasformarsi successivamente in tanti segni d’ornamento. Questo è avvenuto dei martiri. Che ottennero infatti i persecutori, mettendoli a morte? Una cosa sola: che si spezzassero quei ceppi e si trasformassero in corone di gloria.
Il potere che ha la Chiesa di rimettere i peccati.
3. È vero dunque che il Signore ha riguardato dal cielo per ascoltare il gemito dei prigionieri in ceppi, per sciogliere i figli dei condannati a morte. Quelli sono i condannati a morte. Ma chi sono i figli dei condannati a morte? Siamo noi. E come noi siamo sciolti? Lo siamo nel momento in cui diciamo al Signore: Hai spezzato le mie catene; a te offrirò un sacrificio di lode 7. Ciascuno di noi infatti viene sciolto dalle catene dei desideri malvagi o dai nodi dei propri peccati: la remissione dei peccati è appunto uno scioglimento di vincoli. Pensate: che vantaggio poteva rappresentare per Lazzaro il fatto di essere uscito dalla tomba se il Signore non diceva per lui: Scioglietelo e lasciatelo andare 8 ? Fu egli infatti a farlo levare dal sepolcro con la sua voce, fu egli a ridargli l’anima con l’alto suo grido, fu egli a superare il masso di pietra che gravava sul sepolto, onde questi, pur legato, poté uscirne e non già con la forza dei suoi piedi, ma per la virtù di chi lo traeva al di fuori. Questo si verifica nel cuore dell’uomo penitente: quando senti dire che uno si pente dei propri peccati, è già ritornato alla vita; quando senti dire che con la sua confessione mette a nudo la propria coscienza, è già tratto fuori dal sepolcro, pur se ancora non è sciolto. E quando e da chi viene sciolto? Quel che avrete sciolto sulla terra – sta scritto – sarà sciolto anche in cielo 9. È esatto affermare che la Chiesa può accordare lo scioglimento dai vincoli del peccato, ma il ritorno di un morto alla vita non può di per sé avvenire se il Signore interiormente non grida: è un’azione che Dio compie direttamente nell’interno del cuore. Noi ora parliamo alle vostre orecchie, ma come possiamo conoscere ciò che si compie nei vostri cuori? Ciò che si compie interiormente, è compiuto non da noi, ma solo da lui!
Nella Chiesa si annunzia il nome del Signore.
4. Il Signore dunque ha riguardato per sciogliere i figli dei condannati a morte. Avete sentito chi sono i condannati a morte e chi sono i loro figli. E che cosa si dice dopo? Perché in Sion sia annunziato il nome del Signore. Dapprima infatti la Chiesa fu perseguitata, quando appunto venivano messi a morte i prigionieri in ceppi; ma dopo tali persecuzioni viene annunziato sul Sion il nome del Signore: è un annunzio che risuona in piena libertà nel seno stesso della Chiesa. È questa infatti il vero Sion: non già quel luogo prima tanto eccellente, che fu poi ridotto in servitù, ma il Sion, di cui era immagine l’altro Sion che significa contemplazione. La ragione è che noi, mentre ancora viviamo nel corpo, volgiamo lo sguardo alle cose che ci stanno davanti, spingendoci non verso il presente e l’attuale, ma verso ciò che è futuro. Da qui nasce la contemplazione. Difatti ogni osservatore guarda in lontananza e si chiama appunto osservatorio il luogo in cui si pongono le sentinelle. Tali osservatori sono collocati sopra i massi, sopra i monti, sopra gli alberi, sempre al fine di poter vedere in lontananza da una posizione elevata. Sion vale dunque contemplazione, e tale è anche la Chiesa. Ma perché contemplazione? Vedere in lontananza: ecco la contemplazione. Sta scritto: Il lavoro è dinanzi a me, finché io non entri nel santuario di Dio e comprenda le cose ultime 10. E come c’entra la contemplazione nel comprendere le cose ultime? È come attraversare il mare con lo sguardo, senza navigare, ed abitare agli estremi confini del mare 11: il che significa porre la speranza in ciò che avverrà dopo la fine del mondo. Se dunque la Chiesa è contemplazione, in essa già viene annunziato il nome del Signore. In questo Sion non solo viene annunziato il nome del Signore, ma anche – si aggiunge – la sua lode in Gerusalemme.
5. [v 23.] E in che modo viene annunziato? Nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore. Come tutto questo è avvenuto? È avvenuto grazie al sangue dei condannati a morte e grazie al gemito dei prigionieri in ceppi. È dunque vero che furono esauditi quanti vissero nella persecuzione e nella umiliazione: grazie ad essi la Chiesa ha acquistato ai nostri tempi la grande gloria, di cui siamo spettatori, e per cui gli stessi regni, che scatenavano le persecuzioni, si volgono ormai a servire il Signore.
Alla predicazione evangelica si risponda con fede operosa.
6. [v 24.] Ha risposto a lui nella via della sua fortezza. A chi ha risposto? Al Signore. E chi ha risposto? Dobbiamo vederlo sopra, dove leggiamo: E la sua lode in Gerusalemme; nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore 12. Ha risposto a lui nella via della sua fortezza. Ma che cosa ha risposto e chi ha risposto al Signore nella via della sua fortezza? Cerchiamo quindi di sapere anzitutto chi gli ha risposto, per chiederci poi quale sia la via della sua fortezza. Le parole che precedono ci indicano che a lui hanno risposto o la sua lode o Gerusalemme. Leggevamo infatti: E la sua lode in Gerusalemme; nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore. Come soggetto di ha risposto a lui non possiamo mettere ” i regni “, perché in questo caso troveremmo hanno risposto. E neppure possiamo mettere ” i popoli “, perché anche in questo caso troveremmo hanno risposto. Essendo dunque il verbo ha risposto a lui al singolare, cerchiamo in quel che precede il numero singolare, ma non troviamo altro che questo: o la sua lode o Gerusalemme. E poiché l’incertezza rimane (la sua lode o Gerusalemme?), dobbiamo esaminare l’una e l’altra possibilità. In che modo al Signore ha risposto la sua lode? Quando gli rendono grazie coloro che da lui sono stati chiamati. Egli infatti chiama, e noi gli rispondiamo non con la voce, ma con la fede, e non con la lingua, ma con la vita. Pensa: se Dio ti chiama e ti comanda di vivere bene, ma intanto tu vivi male, non rispondi certo alla sua chiamata né risponde a lui la sua lode a motivo di te, poiché vivi non già in modo che egli sia lodato, ma piuttosto in modo che per causa tua sia bestemmiato. Quando invece viviamo in modo che Dio per causa nostra sia lodato, allora davvero a lui ha già risposto la sua lode. Ma per quanti sono stati chiamati e per i suoi santi anche Gerusalemme già gli ha risposto. Difatti anche Gerusalemme fu oggetto della divina chiamata, ma la prima Gerusalemme si rifiutò di ascoltare, sicché le fu detto: Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta. Gerusalemme, Gerusalemme (questo il grido che rimane senza risposta), ( … ) quante volte ho voluto raccogliere insieme i tuoi figli, come la gallina raccoglie sotto le ali i suoi pulcini, e tu non hai voluto! 13 Nessuna risposta: cade la pioggia dal cielo, ma invece dei flutti spuntano fuori le spine. Ma ben diversa è la posizione dell’altra Gerusalemme, della quale fu detto: Rallegrati, o sterile che non partorisci; prorompi e grida, tu che non hai doglie, perché molti sono i figli della derelitta, ben più di quelli di colei che ha marito! 14 Essa gli ha davvero risposto. Che cosa significa questo? Significa che essa non ha disprezzato colui che la chiamava. Che cosa significa questo? Significa che il Signore ha piovuto dal cielo ed essa ha prodotto i suoi frutti.
La fede in Cristo risorto nota distintiva della vera Chiesa.
7. Ha risposto a lui, ma dove? Nella via della sua fortezza. Forse gli ha risposto in, se stessa? Ma che sarebbe in se stessa e che voce avrebbe in sé e di per sé? Non avrebbe altro che la voce del peccato e dell’iniquità! Esamina la voce di lei e non troverai altro che questo in gran quantità: Io ho detto: Signore, abbi pietà di me: risana l’anima mia, perché contro di te ho peccato 15. Resta però che, se è stata giustificata, a lui ha risposto non per proprio merito, ma per dono di lui. E dove? Nella via della sua fortezza. Si tratta di Cristo, si tratta proprio di lui che ha detto: Io sono la via, la verità e la vita 16. Ma egli prima della risurrezione non venne riconosciuto dal suo popolo e soprattutto quando fu crocifisso per la sua debolezza restò nascosto nel suo vero essere, finché risorgendo non manifestò la sua forza 17. È chiaro pertanto che la Chiesa non gli ha risposto nella via della sua debolezza, ma nella via della sua fortezza: è stato dopo la sua risurrezione che egli ha chiamato la Chiesa da tutte le parti del mondo, quando era non più debole sulla croce, ma forte nel cielo. Ed infatti il vanto della fede dei Cristiani non consiste nel credere che Cristo è morto, ma nel credere che Cristo è risorto. Che egli sia morto lo credono anche i pagani, anzi è proprio questo il delitto che ti rimproverano: il fatto che tu hai creduto in un morto. In che consiste dunque il tuo vanto? È nel credere che Cristo è risorto e nello sperare che tu risorgerai per mezzo di Cristo. Tale è l’autentico vanto della fede. Se infatti crederai nel tuo cuore che Gesù è il Signore e confesserai con la tua bocca che Iddio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo 18. Non si dice: se confesserai che Dio lo ha consegnato ai nemici perché fosse ucciso, ma: Se confesserai che Iddio lo ha risuscitato dai morti, allora sì che sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per la giustizia, mentre con la bocca si fa confessione per la salvezza. Ma perché allora crediamo anche che Gesù è morto? Per la semplice ragione che non potremmo credere che egli è risorto, se non credessimo che prima era morto. Ed infatti uno come potrebbe risorgere, se mai non è morto? E come uno potrebbe svegliarsi, se prima non si è addormentato? Sta scritto però: Forse colui che dorme, non tornerà poi a risorgere? 19 Tale è la fede dei cristiani, ed è proprio in questa fede, per la quale si è adunata la Chiesa, molti sono i figli – come si diceva – della derelitta ben più di quelli di colei che ha marito 20. Ed allora ha risposto a lui significa che la Chiesa ha reso lode al Signore secondo i precetti da lui dati; nella via della fortezza di lui, e non già nella via della sua debolezza.
Fatuità della logica donatista.
8. Quanto al modo in cui gli ha risposto, l’avete sentito prima: nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore 21. Gli ha dunque risposto in un modo preciso: con la sua unità. Chi invece è fuori dell’unità, non gli risponde. Egli infatti è uno e la Chiesa è unità: all’uno non può rispondere altro che l’unità. Ma ecco che si fanno avanti alcuni, i quali dicono: ” Questo è già avvenuto: la Chiesa gli ha risposto attraverso tutte le genti, generando ben più figli di colei che aveva marito; sì, gli ha risposto nella via della sua fortezza, perché ha creduto che Cristo è risorto ed in Cristo hanno creduto tutte le genti; ma quella Chiesa, cui appartennero tutte le genti, ormai non esiste più: è andata distrutta “. Questo dicono coloro che sono fuori della Chiesa ed è un’affermazione davvero impudente. Forse essa non esiste perché tu ne sei fuori? Sta’ dunque attento che non sia tu a non esistere; essa esisterà anche se tu ne sei fuori! Tale affermazione abominevole e odiosa, tanto presuntuosa quanto falsa, non certo fondata sulla verità né suggerita dalla saggezza né ispirata alla più elementare prudenza, inutile e temeraria, avventata e dannosa, fu prevista dallo Spirito di Dio, allorché parlando – si direbbe – contro quegli uomini annunziava l’unità della Chiesa: Nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore. Perciò l’aggiunta: Ha risposto a lui rappresenta un elogio per la Chiesa, in quanto si riferisce a quella Gerusalemme, la nostra madre, che sarà un giorno richiamata dalle vie dell’esilio, davvero prolifica per i tanti figli che ha generato ben più di colei che aveva marito. E poiché alcuni si sarebbero levati a contraddire: ” Essa è esistita; ma ora non esiste più “, si dice: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni. Che cos’è – sembra dire la Chiesa – quello che certi sconosciuti, mentre da me si allontanano, van mormorando contro di me? Che cosa vogliono questi uomini perduti che van sostenendo che io sono perduta? Dicono davvero così, che io sono esistita e più non esisto: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni. Io non ti chiedo di conoscere i giorni eterni: essi non hanno fine e sono là dove sarò anch’io. Non chiedo di conoscere quei giorni, ma quelli del tempo presente, ed allora sii tu a farmeli conoscere: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni, non l’eternità degli altri miei giorni. Fammeli conoscere per tutto il tempo che starò in questo mondo, perché ci sono quelli che dicono: “Essa è esistita, ma ora non esiste più”; e magari soggiungono: “Le Scritture si sono verificate, tutte le genti hanno creduto, ma la Chiesa di tutte le genti è caduta nell’apostasia ed è andata distrutta”. Che significa: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni? Sì, me l’ha fatta conoscere; questa voce non è davvero mancata. E chi me l’ha fatta conoscere? Colui che è la via. E in che modo me l’ha fatta conoscere? Dicendo: Ecco, io sono con voi fino alla consumazione del mondo 22.
Alla Chiesa universale, non alle sette, è promessa la perpetuità.
9. Ma quei tali si fanno avanti per dire: ” Il Signore ha pronunciato quelle parole (Io sono con voi fino alla consumazione del mondo), perché guardava a noi nella sua preveggenza, perché ci sarebbe stata sulla terra la sètta di Donato “. Ma è forse questa che ha detto: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni, o non è piuttosto colei che parlava già prima, affermando: Nell’adunarsi insieme dei popoli e dei regni per servire il Signore 23? Qual è il motivo che tanto vi affligge? Poiché anche gli imperatori emanano disposizioni contro gli eretici, si è verificata manifestamente tale unione dei regni per servire il Signore. Non siete certo voi i figli di quei condannati a morte, la cui voce dolente di prigionieri in ceppi fu esaudita dal Signore. Tutt’altro: le vostre azioni, la vostra superbia, la vostra vanità stan lì a dimostrare il contrario. Voi non avete sapore e state fuori della Chiesa: siete come il sale scipito, e per questo gli uomini vi calpestano 24. Sentite quel che essa dice. Quale Chiesa? Quella che ha riunito insieme i popoli. Quale Chiesa? Quella che ha riunito i regni per servire il Signore. Essa, come sospinta dalle vostre voci e dalle vostre false credenze, si rivolge a Dio chiedendogli che le faccia conoscere l’esiguità dei suoi giorni e scopre che il Signore ha detto: Ecco, io sono con voi fino alla consumazione del mondo. Proprio qui vi attaccate voi: questo il Signore l’ha detto di noi: siamo noi che esistiamo ed esisteremo fino alla consumazione del mondo. Proviamo ad interrogare Cristo stesso, al quale è stato detto: Fammi conoscere l’esiguità dei miei giorni. Egli risponde: E sarà predicato questo Vangelo (del regno) in tutto quanto il mondo in testimonianza per tutte le genti; ed allora verrà la fine 25. Che rimane di quel che prima dicevi: ” La Chiesa, sì, una volta è esistita, ma è andata distrutta? ” Ascolta il Signore che mi fa conoscere l’esiguità dei miei giorni. Egli dice che sarà predicato questo Vangelo. E dove? In tutto quanto il mondo. E a chi? In testimonianza per tutte le genti. E poi che succederà? Ed allora verrà la fine. Ma non ti accorgi che ci sono tuttora delle genti, alle quali non è stato ancora predicato il Vangelo? Essendo dunque necessario che si adempia ciò che il Signore ha detto rivelando l’esiguità dei miei giorni alla Chiesa, dovendosi cioè predicare questo Vangelo a tutte le genti prima che venga la fine, che senso ha quel che dici quando sostieni che ormai è distrutta la Chiesa di tutte le genti? Ma se il Vangelo è predicato proprio perché possa arrivare a tutte le genti! La Chiesa dunque sussisterà in mezzo a tutte le genti fino alla fine del mondo: ed a questa fine si riferisce l’esiguità dei giorni, perché esiguo è tutto quanto è destinato a finire, ma per passare poi da tale esiguità all’eternità. Periscano gli eretici, periscano in quel che ora sono e si ritrovino ad essere quel che non sono. L’esiguità dei giorni durerà fino alla fine del mondo: la ragione è nel fatto che tutto il tempo presente – e lo intendo non solo da questo giorno fino alla fine del mondo – ma da Adamo fino alla fine del mondo non è che una goccia esigua in confronto all’eternità.
L’eternità di Dio e la relatività dell’uomo.
10. [v 25.] Perciò, non devono lusingarsi gli eretici nella loro avversione per me, perché ho parlato dell’esiguità dei miei giorni, come se non fossi destinata a durare fino alla fine del mondo. Che sta aggiunto a queste parole? Non mi richiamare a metà dei miei giorni. Non agire con me nel modo in cui parlano gli eretici. Conducimi e guidami fino alla fine del mondo, non fino alla metà dei miei giorni, e completa tu gli esigui miei giorni per donarmi poi i giorni eterni. Perché dunque hai voluto conoscere l’esiguità dei miei giorni? Perché? Vuoi saperlo? I tuoi anni durano nella generazione delle generazioni. Se io ho voluto conoscere gli esigui miei giorni, è appunto perché essi, pur destinati a durare con me fino alla fine del mondo, sono sempre esigui a paragone dei tuoi giorni: difatti i tuoi anni durano nella generazione delle generazioni. Perché non dice: ” I tuoi anni durano nei secoli dei secoli “, secondo la formula usata più frequentemente dalla Sacra Scrittura per designare l’eternità? Perché dice: I tuoi anni durano nella generazione delle generazioni? E quali sono i tuoi anni? Sono certo gli anni che non vengono e passano. Sono gli anni che non vengono, perché poi non siano. Nel tempo di quaggiù davvero ogni giorno viene, perché poi non sia: è così di ogni ora, di ogni mese, di ogni anno; nessuna di queste cose è stabile: prima che venga, sarà, e dopo che è venuta, non sarà più. Quegli anni tuoi dunque, anni eterni, anni che non mutano, dureranno nella generazione delle generazioni. Esiste, possiamo dire, una generazione delle generazioni, ed in essa dureranno i tuoi anni. E qual è? Ma esiste davvero, sicché, se sappiamo riconoscerla, noi saremo in essa e in noi saranno gli anni di Dio. E in che modo saranno in noi gli anni di Dio? Nello stesso modo in cui Dio sarà in noi. Per questo sta scritto: Perché sia Dio tutte le cose in tutti 26. Non c’è infatti distinzione tra gli anni di Dio e Dio stesso: gli anni di Dio sono l’eternità di Dio, e questa eternità è la stessa sostanza di Dio, che non conosce mutazioni di sorta. Lì niente è passato, come se più non esista; niente è futuro, come se ancor non esista. Lì non c’è che il presente del verbo essere; lì non c’è né il fu né il sarà, perché quel che fu ormai non c’è più e quel che sarà ancora non c’è. Tutto quanto lì esiste è semplicemente il presente è. Giustamente con questa parola Dio mandò il suo servo Mosè. Ricordate: egli aveva domandato il nome di colui che lo mandava; sì, lo domandò e poté conoscerlo, senza che tale desiderio, frutto di un’onesta aspirazione, rimanesse insoddisfatto. L’aveva domandato non per curiosità o presunzione, ma per necessaria esigenza del suo stesso servizio. Che cosa risponderò – disse – ai figli d’Israele, se mi chiederanno: Chi ti ha mandato a noi? Ed il Signore, presentandosi come creatore alla creatura, come Dio all’uomo, come l’immortale al mortale, come l’eterno al temporale, rispose: Io sono colui che sono. Anche tu potresti rispondere: Io sono. Chi sei? Caio. Un altro potrebbe dire: Sono Lucio; un altro ancora: Sono Marco. Ma potresti aggiungere altro? No, solamente il tuo nome. Questo era quel che Mosè si aspettava da Dio, perché proprio questo gli aveva domandato: come ti chiami? Da chi dirò che sono stato mandato per rispondere a coloro che me lo domanderanno? Io sono. E chi? Colui che sono. Questo dunque è il tuo nome? Tutto questo per dire come ti chiami? Ed avresti tu per nome proprio l’essere, se tutto quanto è al di fuori di te non si rivelasse realmente, confrontato con te, come non essere? Sì, questo è il tuo nome, ma devi esprimerlo in maniera più chiara. Va’ – egli dice – e di’ ai figli d’Israele: Colui che è mi ha mandato a voi. Io sono colui che sono: Colui che è mi ha mandato a voi. Grande, davvero grande questo È! Di fronte ad esso che cos’è l’uomo? Di fronte a quel grande È – dico – che cosa è l’uomo, per quanto sia e valga? Chi potrebbe raggiungere quell’essere o divenirne partecipe? Chi potrebbe aspirare o avvicinarsi ad esso? Chi potrebbe presumere di riuscire a ritrovarsi in esso? Eppure tu, uomo, non devi disperare nella tua fragilità. Io sono – dice – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe 27. Se prima hai ascoltato quel che io sono in me stesso, ascolta ora quel che io sono per te. Questa eternità ci ha dunque chiamato e dall’eternità è balzato fuori il Verbo. Già esisteva l’eternità, e con essa il Verbo, quando il tempo ancora non era! E perché il tempo non era? Perché anche il tempo è stato fatto. Ma come è stato fatto anche il tempo? Tutte le cose furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto 28. O Verbo esistente prima dei tempi, per mezzo del quale furono fatti i tempi, eppure nato nel tempo perché sei tu la vita eterna che chiami gli uomini viventi nel tempo e li trasformi in eterni! Eccola la generazione delle generazioni, perché una generazione si allontana e una generazione sopravviene 29. E potete anche osservare che le generazioni umane si avvicendano sulla terra come le foglie sull’albero (mi riferisco all’albero dell’olivo, dell’alloro, o di qualsiasi altra specie che sia rivestito perennemente di fronde). È proprio così: la terra porta come sue foglie il genere umano. Essa è sempre piena di uomini in una incessante vicenda, per cui a quelli che muoiono succedono altri che nascono. Davvero quest’albero è sempre ornato del suo verde vestito. Ma guarda anche sotto di esso e nota quante foglie rinsecchite calpesti.
Il succedersi delle varie epoche nella storia della Chiesa.
11. Orbene, ci fu una generazione durante la vita di Adamo: essa passò. Da essa anche in quel tempo nacquero alcuni destinati a divenire partecipi dell’eternità di Dio, cioè Abele, poi Seth e poi Enoch. Passò quella generazione, venne il diluvio e rimase sulla terra una sola famiglia. Comunque, anch’essa diede alcuni di quegli uomini: Noè, i suoi tre figli e le sue tre nuore, perché in tutta questa famiglia, composta di otto persone, non c’era che un solo peccatore. Alla generazione precedente segui una gran moltitudine, finché dai tre figli di Noè, come dalle tre note misure di farina, si riempì tutto il mondo. Furono poi scelti Abramo, Isacco e Giacobbe, cioè i tre santi Patriarchi che riuscirono graditi a Dio 30. Anche la loro generazione produsse altri generanti, da cui derivarono i profeti ed i messaggeri di Dio. Da loro venne, infine, lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, il quale mise il lievito nelle tre misure di farina finché non lievitò tutta la pasta 31. Nel tempo in cui visse in forma corporea sulla terra ci furono gli Apostoli e i santi; dopo di loro altri santi, ed attualmente tutti coloro che sono santi nel nome di Cristo, e dopo di noi tutti coloro che saranno santi, e così ancora fino alla fine del mondo. Da questa serie innumerevole di generazioni prova a raccogliere tutti i santi figli, che in esse sono stati generati, e ricavane una sola generazione. In tale generazione delle generazioni durano i tuoi anni, cioè l’eternità, di cui si parlava, risulterà in quella generazione che è formata in sintesi unitaria da tutte le generazioni: sarà essa a partecipare della tua eternità. Le altre generazioni sono generate man mano che si compiono i tempi, e da esse è rigenerata per la vita eterna l’altra generazione, che sarà trasformata e vivificata, divenendo capace di portare te perché prenderà forza e vigore da te. Nella generazione delle generazioni durano i tuoi anni.
La perpetuità della Chiesa cattolica. L’onnipotenza di Dio creatore.
12. [vv 26-28.] In principio tu, o Signore, fondasti la terra. Conosco la tua eternità, per la quale tu sei prima di tutte le cose fatte da te. In principio tu, o Signore, fondasti la terra, ed opera delle tue mani sono i cieli. Essi periranno, mentre tu rimani; essi tutti si logoreranno come un panno, e tu li cambierai come un vestito ed essi si cambieranno: tu invece sei sempre lo stesso. Chi sei tu? Sei sempre lo stesso. Tu che hai detto: Io sono colui che sono, sei sempre lo stesso 32. E pur se è vero che anche le creature non esisterebbero se non da te e per te ed in te, esse tuttavia non sono quel che sei tu, ché solo tu sei sempre lo stesso. Ed i tuoi anni non verranno mai – meno. Sono quelli gli anni tuoi che non verranno mai meno: precisamente quei tuoi anni che durano nella generazione delle generazioni, non verranno mai meno. È dunque con tale consapevole certezza che io ti chiederei di conoscere l’esiguità dei miei giorni, se non sapessi che tutti i giorni di quaggiù, dall’inizio fino alla fine del mondo, sono tanto esigui se messi a confronto con la tua eternità. So dunque perché ho posto questa domanda. E non si facciano un vanto gli eretici ritenendo che i giorni della Chiesa, una volta diffusa in tutto quanto il mondo, siano stati esigui: certo anche se durano fino alla fine, restano sempre esigui. E perché sempre esigui? Perché anch’essi dovranno presto o tardi finire. Gli anni invece che dureranno nella generazione delle generazioni, quelli sì, devono essere oggetto costante del nostro amore, dei nostri desideri e dei nostri sospiri: per essi bisogna mantenersi in fedele unità, per essi bisogna evitare ogni specie di male che ci viene dagli eretici, per essi bisogna saper rispondere agli empi, per essi bisogna sforzarsi di guadagnare quelli che sono in errore e riportare sulla retta via quelli che sono perduti. Là deve tendere ogni nostra aspirazione. Ma pure, perché io possa rispondere a questi parolai e cialtroni, che sono anche calunniatori e mormoratori e detrattori, fammi tu per questo conoscere l’esiguità dei miei giorni, e non mi richiamare a metà dei miei giorni 33: non mi togliere da questa terra prima che in tutto il mondo non sia completamente annunciato il Vangelo, la qual cosa sarebbe in contrasto con la risposta del Signore che ha detto: È necessario che questo Vangelo sia predicato in tutto quanto il mondo, in testimonianza per tutte le genti. E allora verrà la fine 34. Che c’è da aggiungere a queste parole, o fratelli? Sono tanto chiare ed evidenti: sappiamo che Dio ha fondato la terra e che i cieli sono opera delle sue mani. Non dovete infatti pensare che alcune cose Dio le faccia con la sua mano ed altre con la sua parola: quanto egli fa con la parola lo fa anche con la mano, non essendo suddiviso in membra corporee colui che ha detto di sé: Io sono colui che sono. E forse la sua parola è la stessa sua mano, che in definitiva si identifica con la sua virtù. Poiché egli ha detto: Si faccia il firmamento ed il firmamento è stato fatto, è da intendere che l’ha fatto con la sua parola; ma poiché ha detto ancora: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza 35, sembra quasi che l’ha fatto con la sua mano. Ascolta dunque: I cieli sono opera delle tue mani. Ecco, ciò che ha fatto con la parola ovviamente l’ha fatto anche con le sue mani, avendo egli operato con la sua virtù, cioè con la sua potenza. Osserva anzitutto ciò che egli ha fatto e non domandare come l’ha fatto. È un problema difficile per te comprendere come l’ha fatto: anche te egli ha fatto, ma in maniera tale che tu sia prima un servo obbediente e poi eventualmente un amico intelligente. Resta dunque dimostrato che i cieli sono opera delle tue mani.
Chi sono i cieli che, secondo il salino, periranno.
13. Essi periranno, tu invece rimani. Ciò è stato esplicitamente affermato dall’apostolo Pietro: I cieli furono un tempo, per la parola di Dio, formati dall’acqua e per mezzo dell’acqua; e per quelle (colpe) il mondo che fu creato perì inondato dall’acqua. Ma la terra ed i cieli, quali oggi esistono, sono custoditi da quella stessa parola e sono destinati al fuoco 36. Egli ha dunque affermato che i cieli perirono già a causa del diluvio, e noi d’altra parte sappiamo che tale distruzione è avvenuta in rapporto alla quantità e allo spazio dell’aria che ci circonda. L’acqua infatti, salendo, crebbe fino ad occupare l’intera massa atmosferica, dove vediamo volare gli uccelli: ciò significa che perirono i cieli più vicini alla terra, i cieli che comunemente intendiamo quando parliamo di uccelli del cielo. Ma esistono anche più in alto, nel firmamento, i cieli dei cieli. Ora se anche questi siano destinati a perire nel fuoco, o soltanto i cieli che già perirono nel diluvio, è tuttora discusso tra gli studiosi: è una disputa abbastanza sottile, che non è facile spiegare, soprattutto perché ce ne mancherebbe il tempo. Preferiamo perciò lasciarla, o rimandarla ad altra occasione. Quel che sappiamo con certezza è che tutte queste cose periranno, mentre Dio rimane. E se alcune delle cose che Dio ha fatto, con Dio rimangono, non rimangono per virtù propria, ma solo in Dio, senza staccarsi da lui. Ed allora? Diremo forse, o fratelli, che anche gli Angeli periranno nel fuoco che incendierà tutto il mondo? Certamente no! Ma allora? Diremo forse che Dio non ha fatto gli Angeli? Certamente no! Che dire allora? Come esisterebbero gli Angeli, se non fossero stati fatti da Dio? Egli disse e le cose furono fatte; egli comandò e le cose furono create 37. Queste parole sono state infatti dette proprio quando venivano esattamente enumerate e ricordate le opere di Dio, tra le quali sono nominati anche gli Angeli. Con lui dunque saranno gli Angeli anche quando il mondo brucerà nel fuoco: ci sarà l’incendio del mondo, ma senza che tocchi i santi di Dio. Quale fu la fornace del re per i tre fanciulli 38, tale sarà il mondo in fiamme per i giusti che portano il segno della Trinità.
Periscono i cieli, Dio non perisce; mutano i cieli, Dio non muta.
14. E forse a questo punto non è proprio inopportuno intendere con il termine cieli i giusti stessi, i santi di Dio, per mezzo dei quali Dio, rimanendo in essi, ha fatto risuonare l’annunzio dei suoi comandamenti, ha diffuso lo splendore dei suoi miracoli e ha fecondato la terra con la sapienza della sua verità. È scritto infatti che i cieli narrarono la gloria di Dio 39. Ma forse periranno anch’essi? O forse periranno solo in un certo senso o modo? E qual è questo modo? Periranno in ragione del loro vestito. E che significa questo? Che periranno in ragione del loro corpo. Difatti il corpo costituisce come il vestito dell’anima, ed il Signore stesso ha nominato il vestito, quando ha detto: Non vale forse l’anima più del nutrimento ed il corpo più del vestito 40? Come può dunque perire tale vestito? Anche se il nostro uomo esteriore è soggetto a corruzione, quello interiore però si rinnova di giorno in giorno 41. I giusti dunque periranno, ma solo in ragione del corpo: Tu invece rimani. Ma se essi periranno in ragione del loro corpo, come parlare di risurrezione della carne? E come si riproduce allora nelle membra quel modello che si è prima avuto nel capo? Come? Vuoi proprio saperlo? Il corpo sarà trasformato, cioè non sarà più come era prima. Ascolta l’Apostolo che dice: E i morti risorgeranno incorrotti, e noi saremo trasformati. In che modo saremo trasformati? Viene seminato un corpo carnale, sorgerà un corpo spirituale 42. Viene dunque seminato mortale e risorgerà immortale; viene seminato corruttibile e risorgerà incorruttibile. Noi pertanto aspettiamo tale trasformazione: è così che i cieli periranno, ma saranno poi trasformati. Ma forse è sbagliato chiamare cieli i corpi dei santi? Certo, se non portano Dio, non possono essere dei cieli. Ma come fai a dimostrarmi – si potrebbe dire – che i loro corpi portano Dio? Hai dunque a tal punto dimenticato l’invito: Glorificate e portate Dio nel vostro corpo? 43 Dunque periranno, sì, questi cieli, ma non in eterno: periranno per essere poi trasformati. O forse tutto ciò non è detto nel Salmo? Leggi le parole che seguono: E tutti si logoreranno come un panno, e tu li cambierai come un vestito ed essi si cambieranno; tu invece sei sempre lo stesso, ed i tuoi anni non verranno mai meno. Senti parlare di veste, di panno che serve per coprire, e intendi qualcosa di diverso dal corpo? Dobbiamo dunque sperare anche la trasformazione del nostro corpo: è una speranza però che ci viene da colui il quale, come era prima di noi, così rimane dopo di noi, grazie al quale noi siamo quel che siamo ed al quale noi arriveremo dopo che sarà avvenuta la nostra trasformazione. Egli trasforma e non si trasforma, egli fa e non è fatto, egli muove ma rimane, in maniera che può essere inteso dalla carne e dal sangue quell’io sono colui che sono. Tu invece sei sempre lo stesso, ed i tuoi anni non verranno mai meno. Ma di fronte a quegli anni che cosa siamo noi con questi anni cenciosi? E che cosa sono quegli anni? Ciononostante non dobbiamo disperare. Se Dio infatti nella sua grandezza, nella sovrana dignità della sua sapienza aveva detto: Io sono colui che sono, tuttavia a nostro spirituale conforto aggiunse: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe 44. Ebbene, siamo noi la discendenza di Abramo 45, sicché, pur essendo spregevoli e miseri, pur essendo cenere e terra, abbiamo motivo di sperare in lui. Noi non siamo che servi, eppure per noi il Signor nostro assunse la natura di servo 46; per noi mortali egli che era immortale volle morire, per noi egli volle mostrare un tale esempio di risurrezione. Dobbiamo dunque sperare che noi giungeremo a questi anni stabili e duraturi, nei quali non si formano i giorni secondo il volger del sole, ma ciò che è rimane così com’è, in quanto questo soltanto veramente è.
Novità di vita e fecondità di opere buone.
15. [v 29.] Devi dire però se un giorno anche noi potremo essere là. Ascolta e giudica se hai motivo di disperare. Ascolta le parole che seguono: I figli dei tuoi servi vi abiteranno. E dove? Negli anni che non vengono mai meno. I figli dei tuoi servi vi abiteranno, e la loro discendenza sarà diretta verso il secolo: è il secolo dei secoli, il secolo eterno, il secolo che rimane per sempre. Ma, poiché si dice: I figli dei tuoi servi, dobbiamo forse temere di non essere noi i servi di Dio, per cui là saranno i nostri figli, e non noi? Se poi siamo noi i figli dei servi di Dio, in quanto figli degli Apostoli, che dobbiamo dire? Ma non sarebbe davvero una presunzione malvagia da parte dei figli che nascono via via dopo i genitori e si gloriano del fatto di esser loro succeduti in età più recente se osassero dire: ” Noi, sì, saremo là, ma gli Apostoli non ci saranno “? Lungi, per carità, una tale affermazione dalla pietà dei figli, dalla fede dei piccoli e dall’intelligenza dei grandi! Là saranno anche gli Apostoli: in un gregge vanno avanti i montoni e dietro vanno gli agnelli. Ma perché allora si dice: I figli dei tuoi servi, e non più concisamente: ” I tuoi servi “? Anche gli Apostoli sono tuoi servi, come sono tuoi servi i loro figli, ed i figli di questi, nipoti di quelli, che cosa sono se non tuoi servi? Li avresti tutti inclusi in una formula più comprensiva e concisa, se avessi detto: ” I tuoi servi vi abiteranno “. Ma vediamo che cosa egli ha voluto insegnarci, perché c’è un fatto significativo avvenuto nei primi secoli. Per quarant’anni i figli d’Israele subirono dolorose tribolazioni nel deserto: nessuno di loro entrò nella terra promessa, ma ci entrarono i loro figli. Più esattamente, come ci sembra di ricordare salvo errore, ne entrarono due, mentre gli altri no 47. Di tante migliaia di persone solo due entrarono, e solo per loro tante sofferenze e fatiche! Ma Dio non soffre; certo però soffrirono i suoi servi. E Mosè quali e quante difficoltà non affrontò, quali e quante parole non ascoltò per gli uomini che pur non sarebbero entrati nella terra promessa? Entrarono invece i loro figli, e questo che significa? Significa che entrarono gli uomini nuovi e che i vecchi restarono esclusi. Tuttavia di questi ne entrarono due, l’uno e l’unità, come a dire il capo e il corpo, Cristo e la Chiesa con tutti quegli uomini nuovi, ossia i loro figli. Dunque è certo che i figli dei tuoi servi vi abiteranno. I figli dei servi rappresentano le opere dei servi: nessuno abiterà là, se non attraverso le sue opere. Che significa allora: vi abiteranno anche i figli? Nessuno deve esaltarsi nella speranza di abitarvi, se si proclama servo di Dio, ma non ha le opere: là infatti non abiteranno che i figli. Che significa dunque: I figli dei tuoi servi vi abiteranno? I servi vi abiteranno attraverso le loro opere, i servi vi abiteranno attraverso i loro figli. Se vuoi dunque abitarvi, non essere sterile di opere: manda avanti la tua prole, alla quale terrai dietro, mandandola avanti – dico – e non seppellendola. Siano i tuoi figli a condurti alla terra promessa, che è terra dei viventi, non terra dei morti: mentre tu vivi quaggiù, in questo soggiorno straniero, siano essi a precederti e quindi ad accoglierti. Leggiamo che per il nutrimento materiale uno dei figli precedette Giacobbe in Egitto; al suo padre ed ai suoi fratelli egli disse: Io sono venuto prima per prepararvi gli alimenti 48. Ti precedano dunque i tuoi figli, ti precedano le tue opere: potrai allora seguire quei figli che avrai mandato prima di te.