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2 Luglio 2023 5a Domenica dopo Pentecoste Omelia di don Angelo

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2 Luglio 2023 5a Domenica dopo Pentecoste Omelia di don Angelo

Avere cuore di nomade e non perdere in tenerezza

Quinta domenica dopo Pentecoste

2 luglio 2023

omelia di don Angelo

Negli occhi ci rimane oggi l’inizio di questo andare di Abramo, andare per fede, perdutamente andare. E noi ci diciamo figli di Abramo. Voi mi capite, come se una sorta di nomadismo ce la dovessimo ritrovare nell’anima. Nell’anima come una vocazione. E Io lo sono un po’ nomade? Anche a novanta e più anni? Anche Abramo non ne aveva poi pochi, settantacinque. Non sarà che siamo partiti nomadi e ora ci ritroviamo sedentari? Due verbi oggi nel brano della Genesi risuonavano con tutta la loro dissonanza. Della famiglia  quella di Terach –  c’è anche  suo figlio, Abramo, la nuora Sara, i parenti con i loro beni – si dice: “Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. Terach morì a Carran. Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra»”. Ecco la dissonanza: “stabilirsi” è verbo di sedentari, “vattene” è comando per nomadi, per pellegrini.

La lettera agli Ebrei rimarca un dettaglio che non è dettaglio, appartiene all’anima della fede. Di Abramo scrive: “Partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende“.

“Partire senza saper dove si va” sembra contrario ad ogni logica. Prima di metterti in viaggio devi saper dove vai. Ti muovi se lo sai, quando lo sai. Come contrario a ogni logica sembrerebbe anche  un invito a “soggiornare sulla terra come da  straniero”: la logica dice che ci  devi stare sul pezzo.

Nomadi dunque. E vorrei sbarazzarmi di un equivoco: il sospetto che essere  nomadi significhi un andare alla cieca, da sventati, così come capita, come ti frulla nella mente. Abramo va da nomade, ma nell’orizzonte di una Parola, lasciandosi condurre dalla fede; va senza sapere,  ma tenendo nelle mani una lampada, come recita il salmo: ”Lampada ai miei passi è la tua parola, luce  sul mio cammino”.

Essere nomadi è contro l’immobilismo dei pensieri, dei programmi. Contro un eccesso di organizzazione, che ci chiude. Pensate siamo arrivati a “organizzare la speranza!”.  Meno “organizzare” se è verbo da sedentari, più “fantasticare”, verbo da nomadi, che dice voglia di rinnovamento, di buone creazioni. Nomadi con il vento nei pensieri.

Vorrei aggiungere che “soggiornare da stranieri sulla terra” non significa certo, come qualcuno  potrebbe sospettare, non avere amore o passione per questa terra. La terra al contrario dovrebbe temete le donne e gli uomini” stabili sino alla fissità”, potrà solo benedire donne e uomini  che come Abramo, mettono in cammino passi e pensieri, sono una benedizione per la terra. “Andare” avrà come effetto un moltiplicarsi: il grembo di Sara e del mondo fiorirà.

A volte mi suona  triste nelle chiese il lamento per giorni come i nostri in cui l’impressione è di non sapere dove si va: mi chiedo se i primi discepoli lo sapessero. Saremmo più sereni e anche più creativi se pensassimo che è la normalità vivere come sotto le tende e avere pensieri e immaginazioni, metterle in gioco anche senza vedere, spostare di un poco la tenda .  Non “fare lamento”, ma “incoraggiare”. E’ così che si diventa benedizione.

Non è forse già una benedizione un cardinale, come don Matteo Zuppi,  che si muove senza alla fin fine sapere verso dove e verso chi, già consapevole che non raggiungerà il culmine di una missione, ma sposterà di un poco la tenda? Ecco spostare di un poco la tenda.

In questa cornice leggo il brano di Luca: le parole di Gesù all’apparenza possono suonare  spietate, senza pietas, quasi insopportabili per chi onora gli affetti. Gesù era un ebreo, osservante delle dieci parole. Tra cui: “Onora tuo padre e tua madre. Non  poteva di certo invitare i discepoli a cancellare la parola dei padri. In che senso “non seppellire i morti” o “non avere la tenerezza di un congedo da quelli di casa”?

«Ti seguirò dovunque tu vada» gli aveva detto un tale . Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Non erano parole per spegnere entusiasmi. Una cara amica, biblista, Rosanna Virgili, commenta: “Posare il capo sulla strada. Seguirlo vuol dire avere la strada come casa, essere perenni pellegrini, questuanti di un tetto gratuito; non avere una casa vuol dire condividere il destino del profugo, dell’esule, dello straniero”.

Gesù evoca il  suo andare libero, affidato a Dio, e mette in guardia  da nidi che finiscono per farti dimenticare i voli. Contro un rintanarsi come di volpi. Mette in guardia da catture, che possono venire anche da persone care o da discepoli.  Lui, lo sappiamo, aveva intravisto i pericoli fin dall’inizio della sua missione:  ti cercano, ma per fermarti.

L’evangelista Marco ricorda che dopo  una delle sue giornate senza fiatare, proprio agli inizi, aveva passato la notte sul monte. I discepoli lo sorprendono,  gli dicono: «Tutti ti  cercano». Risponde: «Andiamocene altrove». Sia salvo l’andare.

Ed è ancora a Marco a ricordare che, sempre agli inizi, quelli di casa sua avendo sentito di quel suo prodigarsi senza misura, senza nemmeno il tempo di mangiare ”uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano»”. Si sentì cercato per essere fermato, troppo nomade. “Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre»”.

Ma, voi mi capite, avere cuore di nomade, non significa  essere senza sentimenti: sua madre, Maria, era da custodia tenera e doveva esserlo anche quando lui se ne sarebbe andato. Una delle ultime sue parole sulla croce – quasi era un rimasuglio di voce tanto era il soffrire – fu per la madre. Disse al discepolo che amava: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Forse il miracolo è questo: custodire un cuore da nomade, senza perdere un minino di tenerezza.

Le Letture

LETTURA Gen 11, 31. 32b – 12, 5b

Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. Terach morì a Carran. Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan.

Commento al filmato: i toni vivaci, narrativi, nel dialogo dei quattro Cembali con i due Violini, la Viola e l’Orchestra, in un Caleidoscopio di Armonie dello stupendo Concerto di Bach, raccontano con grande drammaticità la chiamata di Abramo e la promessa di Dio:

«Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.»

SALMO Sal 104 (105)

Cercate sempre il volto del Signore.

Ricordate le meraviglie che ha compiuto,

i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,

voi, stirpe di Abramo, suo servo,

figli di Giacobbe, suo eletto. R

È lui il Signore, nostro Dio:

su tutta la terra i suoi giudizi.

Si è sempre ricordato della sua alleanza,

parola data per mille generazioni,

dell’alleanza stabilita con Abramo

e del suo giuramento a Isacco. R

«Ti darò il paese di Canaan

come parte della vostra eredità».

Quando erano in piccolo numero,

pochi e stranieri in quel luogo,

non permise che alcuno li opprimesse

e castigò i re per causa loro. R

Commento al filmato: le straordinarie armonie di questo travolgente “Rejouissance” dalla Suite di Bach, cantano con toni esultanti  le Meraviglie operate dal Signore nell’Alleanza eterna con la stirpe di Abramo.

EPISTOLA Eb 11, 1-2. 8-16b

Lettera agli Ebrei

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.

Commento al filmato: le note profonde, ritmate del Fagotto in dialogo con l’Orchestra in uno splendido Concerto di Vivaldi, descrivono con una luce straordinaria  il cammino di fede che ha portato Abramo ad essere capostipite di una dinastia sterminata:

«Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.»

VANGELO Lc 9, 57-62

✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Mentre camminavano per la strada, un tale disse al Signore Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Commento al filmato: questo splendido brano dalla Suite “Musica sull’acqua” di Händel, racconta con toni accorati, dolcissimi, gli ammonimenti di Gesù a coloro dicono di volerlo seguire ovunque  e a quelli che Lui chiama per annunciare il Regno di Dio:

«Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

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