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Salmo 119

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Salmo 119

Oso dire infatti alla vostra Carità che Dio, per essere ben lodato dall’uomo, ha cantato lui stesso la propria lode e in tanto l’uomo ha trovato come lodarlo in quanto Dio s’è degnato lodare se stesso. (s. Agostino esposizione sul salmo 144)

Salmi – Capitolo 119

Elogio della legge divina

[1]Alleluia.

Beato l’uomo di integra condotta,
che cammina nella legge del Signore.
[2]Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

[3]Non commette ingiustizie,
cammina per le sue vie.
[4]Tu hai dato i tuoi precetti
perché siano osservati fedelmente.

[5]Siano diritte le mie vie,
nel custodire i tuoi decreti.
[6]Allora non dovrò arrossire
se avrò obbedito ai tuoi comandi.
[7]Ti loderò con cuore sincero
quando avrò appreso le tue giuste sentenze.
[8]Voglio osservare i tuoi decreti:
non abbandonarmi mai.

[9]Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Custodendo le tue parole.
[10]Con tutto il cuore ti cerco:
non farmi deviare dai tuoi precetti.
[11]Conservo nel cuore le tue parole
per non offenderti con il peccato.
[12]Benedetto sei tu, Signore;
mostrami il tuo volere.
[13]Con le mie labbra ho enumerato
tutti i giudizi della tua bocca.
[14]Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia
più che in ogni altro bene.
[15]Voglio meditare i tuoi comandamenti,
considerare le tue vie.
[16]Nella tua volontà è la mia gioia;
mai dimenticherò la tua parola.

[17]Sii buono con il tuo servo e avrò vita,
custodirò la tua parola.
[18]Aprimi gli occhi perché io veda
le meraviglie della tua legge.
[19]Io sono straniero sulla terra,
non nascondermi i tuoi comandi.
[20]Io mi consumo nel desiderio
dei tuoi precetti in ogni tempo.
[21]Tu minacci gli orgogliosi;
maledetto chi devìa dai tuoi decreti.
[22]Allontana da me vergogna e disprezzo,
perché ho osservato le tue leggi.
[23]Siedono i potenti, mi calunniano,
ma il tuo servo medita i tuoi decreti.
[24]Anche i tuoi ordini sono la mia gioia,
miei consiglieri i tuoi precetti.

[25]Io sono prostrato nella polvere;
dammi vita secondo la tua parola.
[26]Ti ho manifestato le mie vie e mi hai risposto;
insegnami i tuoi voleri.
[27]Fammi conoscere la via dei tuoi precetti
e mediterò i tuoi prodigi.
[28]Io piango nella tristezza;
sollevami secondo la tua promessa.
[29]Tieni lontana da me la via della menzogna,
fammi dono della tua legge.
[30]Ho scelto la via della giustizia,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
[31]Ho aderito ai tuoi insegnamenti, Signore,
che io non resti confuso.
[32]Corro per la via dei tuoi comandamenti,
perché hai dilatato il mio cuore.

[33]Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la seguirò sino alla fine.
[34]Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge
e la custodisca con tutto il cuore.
[35]Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in esso è la mia gioia.
[36]Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti
e non verso la sete del guadagno.
[37]Distogli i miei occhi dalle cose vane,
fammi vivere sulla tua via.
[38]Con il tuo servo sii fedele alla parola
che hai data, perché ti si tema.
[39]Allontana l’insulto che mi sgomenta,
poiché i tuoi giudizi sono buoni.
[40]Ecco, desidero i tuoi comandamenti;
per la tua giustizia fammi vivere.

[41]Venga a me, Signore, la tua grazia,
la tua salvezza secondo la tua promessa;
[42]a chi mi insulta darò una risposta,
perché ho fiducia nella tua parola.
[43]Non togliere mai dalla mia bocca la parola vera,
perché confido nei tuoi giudizi.
[44]Custodirò la tua legge per sempre,
nei secoli, in eterno.
[45]Sarò sicuro nel mio cammino,
perché ho ricercato i tuoi voleri.
[46]Davanti ai re parlerò della tua alleanza
senza temere la vergogna.
[47]Gioirò per i tuoi comandi
che ho amati.
[48]Alzerò le mani ai tuoi precetti che amo,
mediterò le tue leggi.

[49]Ricorda la promessa fatta al tuo servo,
con la quale mi hai dato speranza.
[50]Questo mi consola nella miseria:
la tua parola mi fa vivere.
[51]I superbi mi insultano aspramente,
ma non devìo dalla tua legge.
[52]Ricordo i tuoi giudizi di un tempo, Signore,
e ne sono consolato.
[53]M’ha preso lo sdegno contro gli empi
che abbandonano la tua legge.
[54]Sono canti per me i tuoi precetti,
nella terra del mio pellegrinaggio.
[55]Ricordo il tuo nome lungo la notte
e osservo la tua legge, Signore.
[56]Tutto questo mi accade
perché ho custodito i tuoi precetti.

[57]La mia sorte, ho detto, Signore,
è custodire le tue parole.
[58]Con tutto il cuore ti ho supplicato,
fammi grazia secondo la tua promessa.
[59]Ho scrutato le mie vie,
ho rivolto i miei passi verso i tuoi comandamenti.
[60]Sono pronto e non voglio tardare
a custodire i tuoi decreti.
[61]I lacci degli empi mi hanno avvinto,
ma non ho dimenticato la tua legge.
[62]Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode
per i tuoi giusti decreti.
[63]Sono amico di coloro che ti sono fedeli
e osservano i tuoi precetti.
[64]Del tuo amore, Signore, è piena la terra;
insegnami il tuo volere.

[65]Hai fatto il bene al tuo servo, Signore,
secondo la tua parola.
[66]Insegnami il senno e la saggezza,
perché ho fiducia nei tuoi comandamenti.
[67]Prima di essere umiliato andavo errando,
ma ora osservo la tua parola.
[68]Tu sei buono e fai il bene,
insegnami i tuoi decreti.
[69]Mi hanno calunniato gli insolenti,
ma io con tutto il cuore osservo i tuoi precetti.
[70]Torpido come il grasso è il loro cuore,
ma io mi diletto della tua legge.
[71]Bene per me se sono stato umiliato,
perché impari ad obbedirti.
[72]La legge della tua bocca mi è preziosa
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

[73]Le tue mani mi hanno fatto e plasmato;
fammi capire e imparerò i tuoi comandi.
[74]I tuoi fedeli al vedermi avranno gioia,
perché ho sperato nella tua parola.
[75]Signore, so che giusti sono i tuoi giudizi
e con ragione mi hai umiliato.
[76]Mi consoli la tua grazia,
secondo la tua promessa al tuo servo.
[77]Venga su di me la tua misericordia e avrò vita,
poiché la tua legge è la mia gioia.
[78]Siano confusi i superbi che a torto mi opprimono;
io mediterò la tua legge.
[79]Si volgano a me i tuoi fedeli
e quelli che conoscono i tuoi insegnamenti.
[80]Sia il mio cuore integro nei tuoi precetti,
perché non resti confuso.

[81]Mi consumo nell’attesa della tua salvezza,
spero nella tua parola.
[82]Si consumano i miei occhi dietro la tua promessa,
mentre dico: «Quando mi darai conforto?».
[83]Io sono come un otre esposto al fumo,
ma non dimentico i tuoi insegnamenti.
[84]Quanti saranno i giorni del tuo servo?
Quando farai giustizia dei miei persecutori?

[85]Mi hanno scavato fosse gli insolenti
che non seguono la tua legge.
[86]Verità sono tutti i tuoi comandi;
a torto mi perseguitano: vieni in mio aiuto.
[87]Per poco non mi hanno bandito dalla terra,
ma io non ho abbandonato i tuoi precetti.
[88]Secondo il tuo amore fammi vivere
e osserverò le parole della tua bocca.

[89]La tua parola, Signore,
è stabile come il cielo.
[90]La tua fedeltà dura per ogni generazione;
hai fondato la terra ed essa è salda.
[91]Per tuo decreto tutto sussiste fino ad oggi,
perché ogni cosa è al tuo servizio.
[92]Se la tua legge non fosse la mia gioia,
sarei perito nella mia miseria.
[93]Mai dimenticherò i tuoi precetti:
per essi mi fai vivere.
[94]Io sono tuo: salvami,
perché ho cercato il tuo volere.
[95]Gli empi mi insidiano per rovinarmi,
ma io medito i tuoi insegnamenti.
[96]Di ogni cosa perfetta ho visto il limite,
ma la tua legge non ha confini.

[97]Quanto amo la tua legge, Signore;
tutto il giorno la vado meditando.
[98]Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici,
perché sempre mi accompagna.
[99]Sono più saggio di tutti i miei maestri,
perché medito i tuoi insegnamenti.

[100]Ho più senno degli anziani,
perché osservo i tuoi precetti.
[101]Tengo lontano i miei passi da ogni via di male,
per custodire la tua parola.
[102]Non mi allontano dai tuoi giudizi,
perché sei tu ad istruirmi.
[103]Quanto sono dolci al mio palato le tue parole:
più del miele per la mia bocca.
[104]Dai tuoi decreti ricevo intelligenza,
per questo odio ogni via di menzogna.

[105]Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
[106]Ho giurato, e lo confermo,
di custodire i tuoi precetti di giustizia.
[107]Sono stanco di soffrire, Signore,
dammi vita secondo la tua parola.
[108]Signore, gradisci le offerte delle mie labbra,
insegnami i tuoi giudizi.
[109]La mia vita è sempre in pericolo,
ma non dimentico la tua legge.
[110]Gli empi mi hanno teso i loro lacci,
ma non ho deviato dai tuoi precetti.
[111]Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti,
sono essi la gioia del mio cuore.
[112]Ho piegato il mio cuore ai tuoi comandamenti,
in essi è la mia ricompensa per sempre.

[113]Detesto gli animi incostanti,
io amo la tua legge.
[114]Tu sei mio rifugio e mio scudo,
spero nella tua parola.
[115]Allontanatevi da me o malvagi,
osserverò i precetti del mio Dio.
[116]Sostienimi secondo la tua parola e avrò vita,
non deludermi nella mia speranza.
[117] Sii tu il mio aiuto e sarò salvo,
gioirò sempre nei tuoi precetti.
[118]Tu disprezzi chi abbandona i tuoi decreti,
perché la sua astuzia è fallace.
[119]Consideri scorie tutti gli empi della terra,
perciò amo i tuoi insegnamenti.
[120]Tu fai fremere di spavento la mia carne,
io temo i tuoi giudizi.

[121]Ho agito secondo diritto e giustizia;
non abbandonarmi ai miei oppressori.
[122]Assicura il bene al tuo servo;
non mi opprimano i superbi.
[123]I miei occhi si consumano nell’attesa della tua salvezza
e della tua parola di giustizia.
[124]Agisci con il tuo servo secondo il tuo amore
e insegnami i tuoi comandamenti.

[125]Io sono tuo servo, fammi comprendere
e conoscerò i tuoi insegnamenti.
[126]E’ tempo che tu agisca, Signore;
hanno violato la tua legge.
[127]Perciò amo i tuoi comandamenti
più dell’oro, più dell’oro fino.
[128]Per questo tengo cari i tuoi precetti
e odio ogni via di menzogna.

[129]Meravigliosa è la tua alleanza,
per questo le sono fedele.
[130]La tua parola nel rivelarsi illumina,
dona saggezza ai semplici.
[131]Apro anelante la bocca,
perché desidero i tuoi comandamenti.
[132]Volgiti a me e abbi misericordia,
tu che sei giusto per chi ama il tuo nome.
[133]Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola
e su di me non prevalga il male.
[134]Salvami dall’oppressione dell’uomo
e obbedirò ai tuoi precetti.
[135]Fà risplendere il volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi comandamenti.
[136]Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi,
perché non osservano la tua legge.

[137]Tu sei giusto, Signore,
e retto nei tuoi giudizi.
[138]Con giustizia hai ordinato le tue leggi
e con fedeltà grande.
[139]Mi divora lo zelo della tua casa,
perché i miei nemici dimenticano le tue parole.
[140]Purissima è la tua parola,
il tuo servo la predilige.
[141]Io sono piccolo e disprezzato,
ma non trascuro i tuoi precetti.
[142]La tua giustizia è giustizia eterna
e verità è la tua legge.
[143]Angoscia e affanno mi hanno colto,
ma i tuoi comandi sono la mia gioia.
[144]Giusti sono i tuoi insegnamenti per sempre,
fammi comprendere e avrò la vita.

[145]T’invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi;
custodirò i tuoi precetti.
[146]Io ti chiamo, salvami,
e seguirò i tuoi insegnamenti.
[147]Precedo l’aurora e grido aiuto,
spero sulla tua parola.
[148]I miei occhi prevengono le veglie
per meditare sulle tue promesse.
[149]Ascolta la mia voce, secondo la tua grazia;
Signore, fammi vivere secondo il tuo giudizio.
[150]A tradimento mi assediano i miei persecutori,
sono lontani dalla tua legge.
[151]Ma tu, Signore, sei vicino,
tutti i tuoi precetti sono veri.
[152]Da tempo conosco le tue testimonianze
che hai stabilite per sempre.

[153]Vedi la mia miseria, salvami,
perché non ho dimenticato la tua legge.
[154]Difendi la mia causa, riscattami,
secondo la tua parola fammi vivere.
[155]Lontano dagli empi è la salvezza,
perché non cercano il tuo volere.
[156]Le tue misericordie sono grandi, Signore,
secondo i tuoi giudizi fammi vivere.
[157]Sono molti i persecutori che mi assalgono,
ma io non abbandono le tue leggi.
[158]Ho visto i ribelli e ne ho provato ribrezzo,
perché non custodiscono la tua parola.
[159]Vedi che io amo i tuoi precetti,
Signore, secondo la tua grazia dammi vita.
[160]La verità è principio della tua parola,
resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia.

[161]I potenti mi perseguitano senza motivo,
ma il mio cuore teme le tue parole.
[162]Io gioisco per la tua promessa,
come uno che trova grande tesoro.
[163]Odio il falso e lo detesto,
amo la tua legge.
[164]Sette volte al giorno io ti lodo
per le sentenze della tua giustizia.
[165]Grande pace per chi ama la tua legge,
nel suo cammino non trova inciampo.
[166]Aspetto da te la salvezza, Signore,
e obbedisco ai tuoi comandi.
[167]Io custodisco i tuoi insegnamenti
e li amo sopra ogni cosa.
[168]Osservo i tuoi decreti e i tuoi insegnamenti:
davanti a te sono tutte le mie vie.

[169]Giunga il mio grido fino a te, Signore,
fammi comprendere secondo la tua parola.
[170]Venga al tuo volto la mia supplica,
salvami secondo la tua promessa.
[171]Scaturisca dalle mie labbra la tua lode,
poiché mi insegni i tuoi voleri.
[172]La mia lingua canti le tue parole,
perché sono giusti tutti i tuoi comandamenti.
[173]Mi venga in aiuto la tua mano,
poiché ho scelto i tuoi precetti.
[174]Desidero la tua salvezza, Signore,
e la tua legge è tutta la mia gioia.
[175]Possa io vivere e darti lode,
mi aiutino i tuoi giudizi.
[176]Come pecora smarrita vado errando;
cerca il tuo servo,
perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti.

I dare say to your Charity that God, in order to be well praised by man, sang his own praise, and man found how to praise him because God deigned to praise himself. (St. Augustine, exposition on Psalm 144)

Psalm 119[a]

א Aleph

Blessed are those whose ways are blameless,
    who walk according to the law of the Lord.
Blessed are those who keep his statutes
    and seek him with all their heart—
they do no wrong
    but follow his ways.
You have laid down precepts
    that are to be fully obeyed.
Oh, that my ways were steadfast
    in obeying your decrees!
Then I would not be put to shame
    when I consider all your commands.
I will praise you with an upright heart
    as I learn your righteous laws.
I will obey your decrees;
    do not utterly forsake me.

ב Beth

How can a young person stay on the path of purity?
    By living according to your word.
10 I seek you with all my heart;
    do not let me stray from your commands.
11 I have hidden your word in my heart
    that I might not sin against you.
12 Praise be to you, Lord;
    teach me your decrees.
13 With my lips I recount
    all the laws that come from your mouth.
14 I rejoice in following your statutes
    as one rejoices in great riches.
15 I meditate on your precepts
    and consider your ways.
16 I delight in your decrees;
    I will not neglect your word.

ג Gimel

17 Be good to your servant while I live,
    that I may obey your word.
18 Open my eyes that I may see
    wonderful things in your law.
19 I am a stranger on earth;
    do not hide your commands from me.
20 My soul is consumed with longing
    for your laws at all times.
21 You rebuke the arrogant, who are accursed,
    those who stray from your commands.
22 Remove from me their scorn and contempt,
    for I keep your statutes.
23 Though rulers sit together and slander me,
    your servant will meditate on your decrees.
24 Your statutes are my delight;
    they are my counselors.

ד Daleth

25 I am laid low in the dust;
    preserve my life according to your word.
26 I gave an account of my ways and you answered me;
    teach me your decrees.
27 Cause me to understand the way of your precepts,
    that I may meditate on your wonderful deeds.
28 My soul is weary with sorrow;
    strengthen me according to your word.
29 Keep me from deceitful ways;
    be gracious to me and teach me your law.
30 I have chosen the way of faithfulness;
    I have set my heart on your laws.
31 I hold fast to your statutes, Lord;
    do not let me be put to shame.
32 I run in the path of your commands,
    for you have broadened my understanding.

ה He

33 Teach me, Lord, the way of your decrees,
    that I may follow it to the end.[b]
34 Give me understanding, so that I may keep your law
    and obey it with all my heart.
35 Direct me in the path of your commands,
    for there I find delight.
36 Turn my heart toward your statutes
    and not toward selfish gain.
37 Turn my eyes away from worthless things;
    preserve my life according to your word.[c]
38 Fulfill your promise to your servant,
    so that you may be feared.
39 Take away the disgrace I dread,
    for your laws are good.
40 How I long for your precepts!
    In your righteousness preserve my life.

ו Waw

41 May your unfailing love come to me, Lord,
    your salvation, according to your promise;
42 then I can answer anyone who taunts me,
    for I trust in your word.
43 Never take your word of truth from my mouth,
    for I have put my hope in your laws.
44 I will always obey your law,
    for ever and ever.
45 I will walk about in freedom,
    for I have sought out your precepts.
46 I will speak of your statutes before kings
    and will not be put to shame,
47 for I delight in your commands
    because I love them.
48 I reach out for your commands, which I love,
    that I may meditate on your decrees.

ז Zayin

49 Remember your word to your servant,
    for you have given me hope.
50 My comfort in my suffering is this:
    Your promise preserves my life.
51 The arrogant mock me unmercifully,
    but I do not turn from your law.
52 I remember, Lord, your ancient laws,
    and I find comfort in them.
53 Indignation grips me because of the wicked,
    who have forsaken your law.
54 Your decrees are the theme of my song
    wherever I lodge.
55 In the night, Lord, I remember your name,
    that I may keep your law.
56 This has been my practice:
    I obey your precepts.

ח Heth

57 You are my portion, Lord;
    I have promised to obey your words.
58 I have sought your face with all my heart;
    be gracious to me according to your promise.
59 I have considered my ways
    and have turned my steps to your statutes.
60 I will hasten and not delay
    to obey your commands.
61 Though the wicked bind me with ropes,
    I will not forget your law.
62 At midnight I rise to give you thanks
    for your righteous laws.
63 I am a friend to all who fear you,
    to all who follow your precepts.
64 The earth is filled with your love, Lord;
    teach me your decrees.

ט Teth

65 Do good to your servant
    according to your word, Lord.
66 Teach me knowledge and good judgment,
    for I trust your commands.
67 Before I was afflicted I went astray,
    but now I obey your word.
68 You are good, and what you do is good;
    teach me your decrees.
69 Though the arrogant have smeared me with lies,
    I keep your precepts with all my heart.
70 Their hearts are callous and unfeeling,
    but I delight in your law.
71 It was good for me to be afflicted
    so that I might learn your decrees.
72 The law from your mouth is more precious to me
    than thousands of pieces of silver and gold.

י Yodh

73 Your hands made me and formed me;
    give me understanding to learn your commands.
74 May those who fear you rejoice when they see me,
    for I have put my hope in your word.
75 I know, Lord, that your laws are righteous,
    and that in faithfulness you have afflicted me.
76 May your unfailing love be my comfort,
    according to your promise to your servant.
77 Let your compassion come to me that I may live,
    for your law is my delight.
78 May the arrogant be put to shame for wronging me without cause;
    but I will meditate on your precepts.
79 May those who fear you turn to me,
    those who understand your statutes.
80 May I wholeheartedly follow your decrees,
    that I may not be put to shame.

כ Kaph

81 My soul faints with longing for your salvation,
    but I have put my hope in your word.
82 My eyes fail, looking for your promise;
    I say, “When will you comfort me?”
83 Though I am like a wineskin in the smoke,
    I do not forget your decrees.
84 How long must your servant wait?
    When will you punish my persecutors?
85 The arrogant dig pits to trap me,
    contrary to your law.
86 All your commands are trustworthy;
    help me, for I am being persecuted without cause.
87 They almost wiped me from the earth,
    but I have not forsaken your precepts.
88 In your unfailing love preserve my life,
    that I may obey the statutes of your mouth.

ל Lamedh

89 Your word, Lord, is eternal;
    it stands firm in the heavens.
90 Your faithfulness continues through all generations;
    you established the earth, and it endures.
91 Your laws endure to this day,
    for all things serve you.
92 If your law had not been my delight,
    I would have perished in my affliction.
93 I will never forget your precepts,
    for by them you have preserved my life.
94 Save me, for I am yours;
    I have sought out your precepts.
95 The wicked are waiting to destroy me,
    but I will ponder your statutes.
96 To all perfection I see a limit,
    but your commands are boundless.

מ Mem

97 Oh, how I love your law!
    I meditate on it all day long.
98 Your commands are always with me
    and make me wiser than my enemies.
99 I have more insight than all my teachers,
    for I meditate on your statutes.
100 I have more understanding than the elders,
    for I obey your precepts.
101 I have kept my feet from every evil path
    so that I might obey your word.
102 I have not departed from your laws,
    for you yourself have taught me.
103 How sweet are your words to my taste,
    sweeter than honey to my mouth!
104 I gain understanding from your precepts;
    therefore I hate every wrong path.

נ Nun

105 Your word is a lamp for my feet,
    a light on my path.
106 I have taken an oath and confirmed it,
    that I will follow your righteous laws.
107 I have suffered much;
    preserve my life, Lord, according to your word.
108 Accept, Lord, the willing praise of my mouth,
    and teach me your laws.
109 Though I constantly take my life in my hands,
    I will not forget your law.
110 The wicked have set a snare for me,
    but I have not strayed from your precepts.
111 Your statutes are my heritage forever;
    they are the joy of my heart.
112 My heart is set on keeping your decrees
    to the very end.[d]

ס Samekh

113 I hate double-minded people,
    but I love your law.
114 You are my refuge and my shield;
    I have put my hope in your word.
115 Away from me, you evildoers,
    that I may keep the commands of my God!
116 Sustain me, my God, according to your promise, and I will live;
    do not let my hopes be dashed.
117 Uphold me, and I will be delivered;
    I will always have regard for your decrees.
118 You reject all who stray from your decrees,
    for their delusions come to nothing.
119 All the wicked of the earth you discard like dross;
    therefore I love your statutes.
120 My flesh trembles in fear of you;
    I stand in awe of your laws.

ע Ayin

121 I have done what is righteous and just;
    do not leave me to my oppressors.
122 Ensure your servant’s well-being;
    do not let the arrogant oppress me.
123 My eyes fail, looking for your salvation,
    looking for your righteous promise.
124 Deal with your servant according to your love
    and teach me your decrees.
125 I am your servant; give me discernment
    that I may understand your statutes.
126 It is time for you to act, Lord;
    your law is being broken.
127 Because I love your commands
    more than gold, more than pure gold,
128 and because I consider all your precepts right,
    I hate every wrong path.

פ Pe

129 Your statutes are wonderful;
    therefore I obey them.
130 The unfolding of your words gives light;
    it gives understanding to the simple.
131 I open my mouth and pant,
    longing for your commands.
132 Turn to me and have mercy on me,
    as you always do to those who love your name.
133 Direct my footsteps according to your word;
    let no sin rule over me.
134 Redeem me from human oppression,
    that I may obey your precepts.
135 Make your face shine on your servant
    and teach me your decrees.
136 Streams of tears flow from my eyes,
    for your law is not obeyed.

צ Tsadhe

137 You are righteous, Lord,
    and your laws are right.
138 The statutes you have laid down are righteous;
    they are fully trustworthy.
139 My zeal wears me out,
    for my enemies ignore your words.
140 Your promises have been thoroughly tested,
    and your servant loves them.
141 Though I am lowly and despised,
    I do not forget your precepts.
142 Your righteousness is everlasting
    and your law is true.
143 Trouble and distress have come upon me,
    but your commands give me delight.
144 Your statutes are always righteous;
    give me understanding that I may live.

ק Qoph

145 I call with all my heart; answer me, Lord,
    and I will obey your decrees.
146 I call out to you; save me
    and I will keep your statutes.
147 I rise before dawn and cry for help;
    I have put my hope in your word.
148 My eyes stay open through the watches of the night,
    that I may meditate on your promises.
149 Hear my voice in accordance with your love;
    preserve my life, Lord, according to your laws.
150 Those who devise wicked schemes are near,
    but they are far from your law.
151 Yet you are near, Lord,
    and all your commands are true.
152 Long ago I learned from your statutes
    that you established them to last forever.

ר Resh

153 Look on my suffering and deliver me,
    for I have not forgotten your law.
154 Defend my cause and redeem me;
    preserve my life according to your promise.
155 Salvation is far from the wicked,
    for they do not seek out your decrees.
156 Your compassion, Lord, is great;
    preserve my life according to your laws.
157 Many are the foes who persecute me,
    but I have not turned from your statutes.
158 I look on the faithless with loathing,
    for they do not obey your word.
159 See how I love your precepts;
    preserve my life, Lord, in accordance with your love.
160 All your words are true;
    all your righteous laws are eternal.

ש Sin and Shin

161 Rulers persecute me without cause,
    but my heart trembles at your word.
162 I rejoice in your promise
    like one who finds great spoil.
163 I hate and detest falsehood
    but I love your law.
164 Seven times a day I praise you
    for your righteous laws.
165 Great peace have those who love your law,
    and nothing can make them stumble.
166 I wait for your salvation, Lord,
    and I follow your commands.
167 I obey your statutes,
    for I love them greatly.
168 I obey your precepts and your statutes,
    for all my ways are known to you.

ת Taw

169 May my cry come before you, Lord;
    give me understanding according to your word.
170 May my supplication come before you;
    deliver me according to your promise.
171 May my lips overflow with praise,
    for you teach me your decrees.
172 May my tongue sing of your word,
    for all your commands are righteous.
173 May your hand be ready to help me,
    for I have chosen your precepts.
174 I long for your salvation, Lord,
    and your law gives me delight.
175 Let me live that I may praise you,
    and may your laws sustain me.
176 I have strayed like a lost sheep.
    Seek your servant,
    for I have not forgotten your commands.

Commento al filmato: Questo Salmo, “Elogio della Legge divina” possiamo leggerlo come uno stupendo dialogo cuore a cuore del Signore con il salmista che va confermando passo passo tutta la su desione alla Legge Divina; l’Organo della “Grande Pièce Symphonique” di César Franck canta il salmo con uno straordinario Caleidoscopio di armonie, ora dolcissime ora imponenti, maestose, sino agli ultimi versetti cantati con note di incredibile potenza:

[172]La mia lingua canti le tue parole, perché sono giusti tutti i tuoi comandamenti. [173]Mi venga in aiuto la tua mano, poiché ho scelto i tuoi precetti. [174]Desidero la tua salvezza, Signore, e la tua legge è tutta la mia gioia. [175]Possa io vivere e darti lode, mi aiutino i tuoi giudizi.

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Comment to the film: We can read this Psalm, “In Praise of the Divine Law” as a stupendous heart-to-heart dialogue of the Lord with the psalmist who goes on step by step confirming all his commitment to the Divine Law; the organ of César Franck’s “Grande Pièce Symphonique” sings the psalm with an extraordinary Kaleidoscope of harmonies, now very sweet, now imposing, majestic, up to the last verses sung with notes of incredible power:

[172] Let my tongue sing your words, for all your commandments are just. [173] May your hand help me, for I have chosen your precepts. [174] I desire your salvation, Lord, and your law is all my joy. [175] May I live and give you praise, may your judgments help me.

sant’Agostino esposizione sui Salmi

SUL SALMO 118/119

ESPOSIZIONE

PROEMIO

Proemio.

Con l’aiuto del Signore ho esposto come mi è stato possibile tutti gli altri salmi che sappiamo contenuti nel libro dei salmi: libro che nell’uso ecclesiastico si suol chiamare Salterio. Tali esposizioni sono state effettuate o mediante discorsi tenuti al popolo o mediante riflessioni dettate. Finora però avevo sempre rimandato l’esposizione del salmo 118, e questo non tanto per la lunghezza che, come è ben noto, lo contraddistingue, quanto per la sua profondità, di cui pochi soltanto si rendono conto. Ora questo fatto non garbava per niente ai nostri fratelli: che cioè, spiegato tutto il complesso dei salmi, mancasse fra le nostre modestissime opere solamente l’esposizione di questo salmo. Mi pressarono a lungo e con insistenza affinché mi decidessi a pagare anche questo mio debito; ma io, per quanto loro mi pregassero e quasi mi costringessero, non volli mai arrendermi. Il motivo d’un tale comportamento stava nel fatto che, tutte le volte che avevo provato a pensare a tale lavoro, questo mi era sempre apparso superiore alle mie forze e all’acume della mia mente. È infatti un salmo che, sebbene si presenti piano e accessibile, tuttavia – almeno a me – sembra molto, ma molto profondo: al segno che mi riesce impossibile descrivere la sua stessa profondità. Negli altri salmi la cui comprensione rimane difficile, se non si riesce ad afferrarne il senso per la loro oscurità, almeno ci si rende conto di questa oscurità. Nel salmo in questione invece non s’avverte nemmeno questa; anzi, a guardarlo in superficie, si presenta così facile che non sembrerebbe esserci affatto bisogno di chi lo spieghi, potendo bastare unicamente leggerlo o ascoltarlo. Adesso comunque mi accingo a spiegarlo, senza nemmeno sapere quale sarà la riuscita della mia impresa. Voglio solo sperare che Iddio mi assista e mi aiuti a riuscire a qualcosa. Così infatti mi ha soccorso tutte le volte che la mia esposizione è risultata positiva, mentre in me c’era la convinzione di dover affrontare questioni difficili o addirittura impossibili a comprendersi e a spiegarsi. Ho stabilito che il presente lavoro sia strutturato in forma di discorsi da potersi leggere al popolo o, come s’esprimono i greci, in forma di omelie. Mi sembra infatti giusto che le assemblee [liturgiche] della Chiesa non debbano essere private della comprensione di questo salmo che, come gli altri, son solite gustare quando lo si canta. Ma facciamo basta con il proemio. Diciamo qualcosa del salmo stesso, a proposito del quale ci è sembrato bene premettere questa nota.

SUL SALMO 118/119

ESPOSIZIONE

DISCORSO 1

La legge di Dio via alla felicità.

1. [v 1.] Il presente amplissimo salmo, o carissimi, fin dall’inizio ci invita alla beatitudine: la quale, si sa, è nelle speranze di ogni uomo. Può mai, infatti, esserci qualcuno (o ci fu o ci sarà) che non desideri essere beato? Ma se così stanno le cose, che bisogno c’è di inviti per una meta a cui l’animo umano tende spontaneamente? A questo infatti mira ognuno che rivolga esortazioni al suo simile: ad accenderne la volontà alla conquista del bene a cui tendono appunto le parole esortative. Orbene, perché spronarci a volere una cosa che non possiamo non volere? Non sarà forse perché, sebbene tutti aspiriamo alla beatitudine, tuttavia ai più è sconosciuto il modo come la si raggiunge? Sì, proprio questo è l’insegnamento di colui che esordisce: Beati quelli che sono senza macchia nella via, quelli che camminano nella legge del Signore. Sembra voler dire: So cosa tu vuoi; so che vai in cerca della beatitudine: ebbene, se vuoi essere beato, sii esente da ogni macchia. La prima cosa la cercano tutti, pochi invece si preoccupano dell’altra: senza la quale tuttavia non si può conseguire quel che è aspirazione comune. Dove poi si dovrà essere immacolati se non nella via? La quale altro non è se non la legge del Signore. Beati pertanto quelli che sono senza macchia nella via, quelli che camminano nella legge del Signore! Esortazione non superflua ma necessaria al nostro spirito. È infatti una grande conquista camminare senza colpa per quella via che è la legge del Signore, sebbene molti non se ne diano pensiero. Ciò risulta dalla motivazione addotta, e cioè che chi si comporta in tal modo è beato, al segno che, pur di raggiungere la meta che tutti vogliono, sa compiere anche ciò che la maggior parte si rifiuta di compiere. Infatti l’essere beati è un bene così grande che vi aspirano tanto i buoni quanto i cattivi. Né stupisce che i buoni siano buoni in vista della beatitudine; quel che sorprende è invece come gli stessi cattivi in tanto sono cattivi in quanto vogliono essere beati. Ecco un tale che è schiavo della libidine. Egli si abbandona ad ogni sorta di corruzione e di lussuria, stupri non esclusi. Eppure nel male che compie egli cerca la beatitudine, tanto che si – ritiene disgraziato se non riesce a soddisfare il piacere disonesto per cui arde la sua passione, mentre è felice (e se ne vanta!) se è riuscito nell’intento. Lo stesso vale per chi interiormente arda del fuoco dell’avarizia: egli accumula ricchezze in tutti i modi possibili, e questo per essere beato. Lo stesso si dica per chi si propone di uccidere i propri nemici, per chi aspira al dominio sugli altri, per chi ama pascere la propria crudeltà nello sterminio degli altri. In tutti questi delitti il fine che si vuole conseguire è sempre la felicità. Ebbene, a queste persone aberranti che si ripromettono una felicità illusoria comprandosela con una reale miseria, si volge la voce di questo salmo al fine di richiamarle sulla retta via, a patto, si capisce, che lo si ascolti. Dice loro: Beati quelli che sono senza macchia nella via e camminano nella legge del Signore. Sembra voler dire: Dove andate? Voi vi rovinate senza nemmeno accorgervene. Non è per la strada che voi battete che si arriva alla meta dove volete arrivare. Voi volete essere felici, ma i sentieri dove voi correte sono miseri e portano a una miseria ognora crescente. Non cercate un bene così grande battendo le vie del male! Se volete raggiungerlo, venite qua, prendete quest’altra strada. Abbandonate la malizia e le sue vie traverse, voi tutti che non potete deporre il desiderio della felicità. Fatica sprecata sarà la vostra se tenderete a una meta che, raggiunta, vi coprisse di sporco. Non sono infatti beati coloro che s’insudiciano nell’errore, camminando per le aberrazioni del mondo, ma beati coloro che sono senza macchia nella via, e camminano nella legge del Signore.

La legge di Dio va scrutata con retta intenzione.

2. [vv 2.3.] Osservate cosa aggiunge. Beati coloro che scrutano le testimonianze di lui e lui cercano con tutto il cuore. Non mi sembra che in queste parole si descriva una categoria di beati diversa da quella di cui ha parlato sopra. Difatti ” scrutare le testimonianze del Signore ” e ” cercar lui con tutto il cuore” è lo stesso che camminare immacolati in quella via che è la legge del Signore. Tant’è vero che può proseguire con le parole: Poiché quanti operano l’iniquità non camminano nelle sue vie. Se pertanto quelli che camminano nella via, cioè nella legge del Signore, sono coloro che scrutano le sue testimonianze e lo cercano con tutto il cuore, evidentemente quanti operano l’iniquità non scrutano le sue testimonianze. Veramente, noi conosciamo certi operatori d’iniquità che investigano le testimonianze del Signore, interessati di diventare dotti piuttosto che giusti; e conosciamo altre persone ancora le quali scrutano le testimonianze del Signore non perché già vivono bene ma perché vogliono sapere come debbano vivere. Nemmeno costoro camminano senza macchia nella legge del Signore e quindi non sono nemmeno beati. Come intenderemo dunque le parole: Beati coloro che scrutano le sue testimonianze, se non possiamo negare che ci sono uomini i quali, pur dediti a scrutare le testimonianze del Signore, non sono beati perché non esenti da macchia? Potremmo qui pensare agli scribi e ai farisei assisi sulla cattedra di Mosè. Di loro diceva il Signore: Fate quel che dicono, ma evitate di fare quel che fanno. Dicono infatti ma non fanno 1. Erano persone che scrutavano le testimonianze del Signore per ricavarne la dottrina buona che predicavano, sebbene loro stessi agissero male. Ma lasciamoli da parte: ci si potrebbe infatti replicare – e giustamente – che gente siffatta non scruta per nulla la legge del Signore. Non è infatti di essa che si preoccupano ma attraverso di essa vogliono raggiungere altre finalità come la gloria umana o le ricchezze. E questo non si chiama scrutare le testimonianze del Signore, non è amare i valori che esse additano; è anzi un rifiuto di arrivare alla meta a cui conducono, cioè a Dio. Ma, anche ammesso che costoro scrutino le testimonianze di Dio (sia pure allo scopo di raggiungere e impossessarsi, per loro mezzo, d’un bene secondario e non di Dio), certamente essi non cercano Dio con tutto il cuore: parole che, come ben si vede, non sono state aggiunte senza motivo. L’autore di queste parole, cioè lo Spirito, ben sapeva infatti che molti scrutano le testimonianze dei Signore per secondi fini e non per conseguire i beni per i quali esse furono codificate. Per questo non si contentò di dire: Beati coloro che scrutano le sue testimonianze, ma aggiunse: E che lui cercano con tutto il cuore, volendo precisamente insegnarci in che modo e con quali intenzioni occorra scrutare le testimonianze del Signore. Ma c’è di più. Nel libro della Sapienza si introduce a parlare la Sapienza stessa, e queste sono le sue parole: I cattivi mi cercano ma non mi trovano; essi infatti odiano la sapienza 2. E questo cosa significa se non: “Odiano me”? Dice dunque: Mi cercano ma non mi trovano perché mi odiano. Ma come si fa ad affermare che essi cercano una cosa che odiano se non si intende che essi, pur cercando quella tal cosa, non cercano la cosa stessa ma in essa cercano un qualcos’altro? Non vogliono essere sapienti a gloria di Dio, ma vogliono fare sfoggio di sapienza per conseguire gloria umana. E potrebbero, allora, non odiare la sapienza, quando questa – comanda e insegna a disprezzare quel che loro amano) Beati dunque quelli che sono senza macchia nella via, quelli che camminano nella legge del Signore 3. Beati coloro che scrutano le testimonianze del Signore e lui cercano con tutto il cuore. Scrutando le testimonianze del Signore con l’intenzione di cercare lui con tutto il cuore, camminano senza macchia nella legge del Signore. Che dire a questo riguardo? Forse che non scrutava la legge del Signore né lo cercava quel tale che gli andò a dire: Maestro buono, cosa dovrò fare di bene per conseguire la vita eterna? 4 Come si fa però a dire che lo cercasse con tutto il cuore, se al Signore e ai suoi suggerimenti preferì le proprie ricchezze e se, ascoltato il Maestro, se ne andò triste? Dice infatti il profeta Isaia: Cercate il Signore e, quando lo avrete trovato, l’empio abbandoni le sue vie e l’iniquo i suoi divisamenti 5.

Legge divina ed esenzione da colpa

3. Ci sono quindi degli empi e dei Perversi che cercano Dio al fine di trovarlo e, una volta trovatolo, cessano d’essere empi e cattivi. Come può dirsi allora che sono beati quanti investigano le testimonianze del Signore e lo ricercano, se questo possono fare anche gli empi e i perversi? Ciò significherebbe che anche cali empi e i perversi siano beati; ma chi, per quanto empio e perverso, oserà affermare una cosa simile? Si tratta quindi di coloro che sono beati nella speranza, come quei tali che sono beati perché soffrono persecuzioni per la giustizia 6. I quali, finché sono sotto i colpi del male, non sono certo beati per quello che hanno ma per quello che avranno, e cioè perché di essi è il regno dei cieli. Allo stesso modo coloro che hanno fame e sete di giustizia. Sono beati non per la fame o la sete che soffrono ma per quel che segue: perché cioè saranno saziati 7. E ancora, se sono beati quelli che piangono, non lo sono perché piangono ma perché – come continua – essi saranno nella gioia 8. Ecco dunque in che senso sono beati quelli che scrutano le testimonianze del Signore e lui cercano con tutto il cuore. Non per il fatto di scrutare e di cercare ma perché troveranno quello che cercano. Non lo cercano infatti alla stracca ma con tutto il cuore. E vorrei anche insinuare che, se sono beati nella speranza, forse, per la stessa speranza, sono anche esenti da macchie. In questa vita infatti, per quanto camminiamo nella legge del Signore ne scrutiamo le testimonianze e lo cerchiamo con tutto il cuore, tuttavia, se dicessimo d’essere senza peccato inganneremmo noi stessi e non sarebbe in noi la verità 9. È un problema, questo, che bisogna esaminare con maggiore diligenza. Continua infatti [il salmo] con le parole: Non camminano nelle vie del Signore coloro che operano iniquità. Da cui si può ricavare che quanti camminano nella via del Signore, cioè nella sua legge, e scrutano le sue testimonianze e lo cercano con tutto il cuore sono già senza macchia, cioè senza peccato, o almeno possono esserlo. Così in forza delle parole che aggiunge: Non camminano infatti nelle sue vie coloro che operano iniquità. Infatti ogni peccatore commette anche iniquità, come afferma il beato Giovanni, il quale precisa ancora: Ogni peccato è iniquità 10. Purtroppo però è tempo di concludere il presente discorso, e una questione di tanta importanza non la si può sbrigare in poche parole.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 2

Detestabile la falsa umiltà di chi si ritiene esente da peccato.

1. [v 3.] Sta scritto e si legge nel nostro salmo (ed è verissimo) che quanti operano l’iniquità non camminano nelle vie del Signore. Adesso, con l’aiuto del Signore nelle cui mani siamo e noi e tutto quello che diciamo 1, dobbiamo impegnarci a fondo affinché tale affermazione, in sé giustissima, non venga compresa male e così abbia a turbare chi la legge e chi l’ascolta. Evidentemente è dei santi quella voce che suona: Se dicessimo d’essere senza peccato, inganneremmo noi stessi e non sarebbe in noi la verità 2. Ma occorre stare all’erta. Non si può pensare infatti che questi santi non camminino nelle vie del Signore per il fatto che il peccato è una iniquità 3 e chi commette l’iniquità certo non cammina nelle vie del Signore. Né d’altra parte si può dire che essi, perché camminano nelle vie del Signore, siano senza peccato: conclusione evidentemente falsa. Non sono infatti state scritte solo perché evitassimo atteggiamenti arroganti e orgogliosi le parole: Se dicessimo d’essere senza peccato inganneremmo noi stessi. Altrimenti non si sarebbe dovuto aggiungere: Né sarebbe in noi la verità 4, ma piuttosto: “Altrimenti non sarebbe in noi l’umiltà”. In effetti, dopo. queste parole ne vengono altre che spiegano il significato delle precedenti e lo rendono chiaro, togliendo ogni dubbio o incertezza. Eccole: Se al contrario confesseremo le nostre colpe, – così prosegue il beato Giovanni – Dio è fedele e giusto, e ci rimetterà i nostri peccati e ci purificherà da ogni iniquità 5. Cosa dice a questo proposito la riprovevole empietà di certi superbi? Cosa replica? Se i santi dicono d’essere peccatori solo per evitare l’arroganza, e non invece per riconoscere un reale dato di fatto, cos’è che confessano per meritarsi il perdono e la purificazione? Sarà per caso anche la confessione un atto compiuto solamente per evitare l’arroganza? Ma allora, se la loro confessione è falsa, potrà mai ottenere l’effettivo perdono dei peccati? S’azzittisca quindi la lingua arrogante degli orgogliosi e si secchi come fieno! Essa illude [e rovina] se stessa, mentre con falsa umiltà dinanzi agli altri dice di avere peccati, in cuor suo viceversa, per l’orgoglio che la gonfia e rende empia, è convinta di essere senza peccato. Chi ragiona così inganna se stesso, e in lui non c’è verità. Che se poi tali dottrine vengono propalate tra la gente, allora chi le diffonde non solo inganna se stesso ma con le aberrazioni del suo insegnamento perverso travia anche gli altri. Comunque, per il solo fatto di averle in cuore, essi ingannano se stessi scacciando dal loro cuore la verità. Seducono se stessi nell’intimo del loro cuore, e nel loro cuore estinguono la luce della verità. Contro costoro elevi il suo grido la santa famiglia di Cristo che in tutto il mondo porta frutti e continuamente si sviluppa: famiglia umilmente veritiera e veracemente umile. Gridi – ripeto – la sua fede: Se dicessimo d’essere senza peccato inganneremmo noi stessi, né sarebbe in noi la verità. Se al contrario confesseremo le nostre colpe, Dio è fedele e giusto, e ci rimetterà i nostri peccati e ci purificherà da ogni colpa. Sono parole, queste, che van prese come suonano. L’umiltà infatti allora soltanto sarà vera quando non sarà una vanteria limitata alle parole ma, secondo l’espressione dell’Apostolo, avremo rigettato ogni sentimento d’orgoglio e acquisito sentimenti di umiltà 6. Non parla di bei discorsi ma di sentimenti: non di ciò che si dice con la bocca ma di ciò che passa nel cuore. Sei un ipocrita, se con la bocca dici di avere il peccato mentre sei convinto di non averne; se al di fuori simuli l’umiltà, mentre in cuore aderisci alla vanità. In tal modo non hai la verità né sulla bocca né dentro il cuore. Che ti giova se di fronte agli uomini risuonano dense d’umiltà le parole che dici, quando Dio vede che i tuoi sentimenti son pieni d’orgoglio? Ma ammettiamo pure che l’oracolo di Dio fosse stato formulato in questi termini: Non proferire parole orgogliose. Anche in questo caso senza dubbio tu ti meriteresti una giusta condanna, se le tue parole fossero piene d’umiltà dinanzi agli uomini e i tuoi sentimenti pieni di superbia dinanzi a Dio. Dio però ti dice: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi 7. Non fa questione di parole ma di sentimenti. Come farai quindi tu a non essere umile anche nel tuo interno, dove hanno sede i sentimenti? O che forse avrà l’animo da gonfiarsi d’orgoglio, affinché la lingua sfoggi una falsa umiltà? Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi; e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato? In questa maniera, siccome tu non vuoi temere, non, ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei.

Anche i Santi hanno peccati, per quanto deliberatamente non ne vogliano.

2. Perché dunque – chiederai – sta scritto: Quelli che operano l’iniquità non camminano nelle sue vie? Forse che i santi del Signore non camminano nelle vie del Signore? Se vi camminano – concludi – essi non operano l’iniquità; e se non operano l’iniquità, non sono in peccato, poiché ogni iniquità è peccato 8. Sorgi in mio aiuto, Signore Gesù, e perché possa rispondere all’eretico tronfio di superbia soccorrimi per mezzo dell’Apostolo e della stia confessione. Vediamo! Dov’è l’uomo che tu immagini capace di svuotarsi di se stesso per farsi riempire da te? Ascoltiamo l’Apostolo, fratelli miei! Se siete d’accordo o, meglio, poiché siete d’accordo, interroghiamolo sulla nostra questione. Suvvia dunque, o Paolo beatissimo, dicci se camminavi nelle vie del Signore quando ancora vivevi nella carne. Risponde: Se così non fosse stato, come vi avrei detto: Ad ogni modo, là dove siamo arrivati ivi camminiamo 9? E ancora: Forse che Tito vi ha turlupinati? Ma non camminavamo tutt’e due mossi dallo stesso Spirito e seguendo le stesse orme? 10 E, ancora, perché avrei dovuto dirvi: Finché siamo nel corpo siamo esuli lontani dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non nella visione 11? E potrebbe esserci via del Signore più autentica che la fede, in forza della quale il giusto vive 12? E qual altra via stavo io battendo per protendermi alle cose celesti, quando dicevo: Questo soltanto: dimenticando ciò che mi sta dietro e protendendomi verso le cose che mi si parano dinnanzi, con [massimo] impegno miro alla palma della chiamata celeste rivoltami da Dio in Cristo Gesù 13? E in ultimo, a qual altra via da me percorsa mi riferivo quando dicevo: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa 14? Ci bastino queste risposte per convincerci che effettivamente l’apostolo Paolo camminò nelle vie del Signore. Chiediamogli ora un’altra cosa. Dicci anche questo, di grazia, o Apostolo. Quando, ancor vivendo nella carne, tu camminavi nelle vie del Signore, avevi in te il peccato o eri senza peccato? Ascoltiamolo! e vediamo se preferisca ingannare se stesso ovvero abbia gli stessi sentimenti di Giovanni, suo compagno d’apostolato: l’uno e l’altro in possesso della verità. Alla nostra domanda replica Paolo: Ma non avete mai letto le mie parole, là dove io confesso: Io non faccio il bene che pur vorrei, ma compio il male che non vorrei 15? Sì, l’abbiamo ascoltate; ma vogliamo domandarti ancora: Come facevi a camminare nelle vie del Signore se compivi il male che pur non avresti voluto compiere? Non ti risuonavano all’orecchio le parole del salmo santo che dice: Coloro che operano l’iniquità non camminano nelle vie del Signore? Ascolta la risposta che subito ti dà. È nella frase immediatamente dopo. Dice: Se io compio il male che non voglio, è segno che non sono io a compierlo, ma lo compie il peccato che abita in me 16. Ecco in qual modo le persone che camminano nelle vie del Signore non commettono il peccato ma non sono esenti da peccato. Il male che compiono non lo compiono loro, ma il peccato che ha sede in loro.

3. A questo punto qualcuno dirà: In che modo egli poteva commettere il male se non lo voleva? E ancora: Se lo commetteva, come non era lui a commetterlo ma il peccato che era in lui? Diamo per il momento come risolta la questione di fondo e, sull’autorità delle Scritture canoniche, diamo come dimostrato a sufficienza che può capitare il caso di persone che camminino nelle vie del Signore, le quali, pur non essendo esenti da peccato, tuttavia non son loro a operare il male. Non camminano infatti nelle vie del Signore coloro che operano l’iniquità, cioè il peccato, il quale peccato è iniquità 17. Ci sarebbe da spiegare in che maniera una stessa persona possa commettere il peccato (a causa del corpo di questa morte dove risiede la legge del peccato) e nello stesso tempo non commetterlo (in quanto cioè è uno che cammina nelle vie del Signore). Ma per questo è necessario un altro discorso, essendo ormai ora di chiudere il presente.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 3

Atti umani ed atti dell’uomo.

1. [v 3.] Nel salmo che stiamo esaminando si trova scritto: Non camminano nelle vie di lui coloro che operano iniquità. Essendo ogni peccato una iniquità 1 (come afferma l’apostolo Giovanni), era sorta una questione difficile, e cioè come possano i santi in questa vita essere in peccato (sono infatti vere le parole: Se dicessimo d’essere senza peccato, inganneremmo noi stessi e non sarebbe in noi la verità 2), e nello stesso tempo camminare nelle vie del Signore, sulle quali non cammina chi commette iniquità. La questione è stata risolta sulla base di ciò che afferma l’apostolo Paolo: Non sono io a compiere il male ma il peccato che abita in me 3. In che modo, però, potrà essere senza peccato l’uomo nel quale abita il peccato? È intanto vero che un uomo siffatto, a differenza di coloro che operano l’iniquità, cammina nelle vie del Signore, cosa possibile perché il male che commette non lo compie lui ma il peccato che abita in lui. Così è stata risolta questa prima difficoltà. Senonché, dalla sua soluzione è venuta fuori una nuova e più difficile questione, e cioè come possa un uomo fare una cosa che in effetti lui personalmente non fa. L’Apostolo infatti afferma tutt’e due le cose: Io faccio – dice – ciò che non vorrei; e poi: Non sono io che agisco così, ma il peccato che abita in me 4. Al riguardo dobbiamo tener presente che a compiere una cosa in noi è il peccato che abita in noi e non noi stessi, se la nostra volontà in nessun modo gli dà il consenso, anzi frena le stesse membra del corpo affinché non obbediscano alle sue voglie. Infatti, se noi con la volontà siamo contrari al peccato, cosa potrà esso provocare in noi all’infuori di desideri disordinati? Che se a questi desideri la volontà non consente, per quanto la sensibilità possa venir turbata, il peccato non sortirà alcun risultato in noi. È quel che ordina l’Apostolo quando scrive: Che il peccato non regni nel vostro corpo mortale, sì da obbedire alle sue concupiscenze; né prestate le vostre membra come armi d’ingiustizia al peccato 5. Abbiamo dunque in noi della inclinazioni peccaminose, alle quali ci si vieta di obbedire. Sono quelle inclinazioni che producono in noi il peccato; e se a queste inclinazioni noi cediamo [con la volontà], siamo noi stessi a compiere il peccato; se invece.. docili al precetto dell’Apostolo, ci rifiutiamo di obbedire, allora non siamo noi a compiere il male ma lo compie esclusivamente il peccato che abita in noi. Se poi fossimo totalmente esenti da inclinazioni disordinate, il male non lo commetteremmo né noi né il peccato. Quanto ai moti dell’appetito verso l’illecito, anche nel caso che noi non ne siamo schiavi, e quindi non li causiamo noi stessi, può ugualmente dirsi che siamo noi ad agire in essi perché si tratta non di forze appartenenti a una natura a noi estranea ma di un indebolimento della nostra stessa natura: indebolimento da cui saremo completamente esentati quando avremo raggiunto l’immortalità nell’anima e nel corpo. Dunque, in quanto camminiamo nelle vie del Signore non siamo schiavi dei desideri del peccato; in quanto però non siamo ancora senza peccato portiamo in noi delle inclinazioni al peccato. Con la conseguenza che, in quanto noli siamo schiavi di tali desideri, non siamo noi ad operare il male [a cui ci inclinerebbero] ma l’opera [solamente] il peccato che, abitando in noi, suscita tali inclinazioni. Sicché veramente coloro che operano l’iniquità (cioè obbediscono ai desideri del peccato) non camminano nelle vie del Signore.

Molti i nostri debiti con Dio.

2. Resta ancora da domandarsi quale sia il male che chiediamo ci venga perdonato allorché diciamo a Dio: Rimetti a noi i nostri debiti 6. Se cioè vogliamo ci sia rimesso il male che commettiamo noi stessi quando assecondiamo i desideri del peccato o non piuttosto solamente il desiderio di commetterlo, che poi non è opera nostra ma frutto del peccato che abita in noi. Per quanto mi è dato comprendere, io so che, per quel che concerne la colpa da cui procedono quel languore e quella debolezza che sono all’origine dei desideri e moti illeciti dell’animo che l’Apostolo chiama peccato 7, essa è stata completamente distrutta dal sacramento del battesimo. E so pure che sono state distrutte tutte le colpe che, asserviti al peccato, noi avevamo commesso in opere, parole e pensieri. So inoltre che un tal languore, anche continuando ad essere in noi, non ci nuocerebbe se noi non prestassimo mai ascolto alle sue voglie illecite e non l’assecondassimo con atti, parole o intimo consenso. Alla fine poi, esso stesso verrà guarito, quando s’adempiranno le parole: Venga il tuo regno 8, e le altre: Liberaci dal male 9. Finché però la nostra vita trascorre sulla terra, essa è una tentazione 10 e, per quanto noi siamo esenti da colpe mortali, tuttavia non mancano casi in cui, o con opere o con parole o con pensieri, assecondiamo le voglie del peccato. Questo capita, ad esempio, quando noi, badando a non cadere in colpe gravi, incautamente ci lasciamo sorprendere da colpe leggere: le quali, sebbene prese ad una ad una non ci schiaccino con la loro gravità, tuttavia riunite insieme a nostro danno ci opprimono con la loro quantità. Ed è proprio per questo (perché cioè sono oppressi da tali manchevolezze) che anche coloro che camminano nelle vie del Signore pregano: Rimetti a noi i nostri debiti 11. Sono infatti aspetti delle vie del Signore e la preghiera e la confessione, mentre non lo sono (evidentemente) i peccati.

La fede operante per la carità, compendio delle vie del Signore.

3. Le vie del Signore pertanto rientrano tutte nell’ambito dell’unica fede, per la quale si crede in colui che giustifica l’empio 12 e che un giorno disse: Io sono la via 13. Quando si cammina in esse, non si commette il peccato ma lo si confessa. Chi invece pecca si allontana dalla via del Signore: per cui il peccato commesso da chi è uscito da tale via non può ovviamente essere imputato alla via stessa. Finché, viceversa, si resta nella via della fede, vengono considerati senza peccato quei peccatori ai quali il peccato non viene imputato. Parlando di loro e volendo inculcare la giustizia operata dalla fede, l’apostolo Paolo dice che a loro si riferisce il testo del salmo in cui è scritto: Beati coloro le cui iniquità sono state rimesse e i cui peccati sono stati coperti. Beato l’uomo al quale il Signore non imputa il peccato 14. Questo risultato producono le vie del Signore e di conseguenza, siccome il giusto vive di fede 15, dalle vie del Signore allontana [solo] quella iniquità che consiste nel non credere. Viceversa, chi cammina per questa via, cioè nella fede sincera, o non commette peccato o, se deviando da essa ne commette, non gli viene imputato in grazia della via stessa, sicché lo si ritiene come uno che non l’abbia commesso. Per cui il testo del salmo: Non camminano infatti nelle sue vie coloro che compiono l’iniquità, lo si potrebbe benissimo intendere come riferito a quell’iniquità che è l’abbandono della fede o il non voler aderire alla fede. In tal senso diceva il Signore ai Giudei: Se io non fossi venuto, non avrebbero il peccato 16. Non che essi prima della sua venuta nella carne fossero esenti da peccato, mentre cominciarono ad averne dopo che egli venne. Voleva riferirsi a un peccato ben individuato e preciso, cioè alla loro incredulità per cui rifiutarono di prestargli fede. Similmente, a non camminare nelle vie del Signore non sono coloro che commettono una qualsiasi colpa ma la colpa specifica dell’incredulità. Difatti tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 17, e l’una e l’altra cosa è Cristo, e al di fuori di Cristo non c’è luogo in cui si trovino. Ecco le parole dell’Apostolo: Questo io affermo: che Cristo è stato ministro dei circoncisi per la verità di Dio, affinché fossero confermate le promesse dei padri; i gentili viceversa glorificano Dio per la sua misericordia 18. In Cristo dunque c’è la misericordia, perché ci ha redenti; e in lui c’è anche la verità, perché ha adempiuto le promesse fatte e adempirà le future. Quanto invece a coloro che operano iniquità (cioè agli increduli), essi non camminano nelle vie del Signore, poiché si rifiutano di credere in Cristo. Si convertano dunque e credano sinceramente in colui che giustifica l’empio 19. In questo modo esperimenteranno che le vie del Signore sono tutte misericordia (vedendosi rimessi i peccati) e verità (vedendo realizzate le promesse). Camminino per tali vie e così non commetteranno l’iniquità, poiché non persisteranno nell’incredulità ma abbracceranno la fede. Quella fede che mediante la carità opera il [bene] 20 e alla quale non viene imputata alcuna colpa.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 4

Uso, spesso promiscuo, degli avverbi “troppo” e “molto”.

1. [vv 4-6.] Chi sarà, o carissimi, l’uomo che rivolgendosi al Signore gli dice: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura? Oh, siano i miei passi diretti a custodire le vie della tua giustizia! Se guarderò a tutti i tuoi comandamenti, certo non rimarrò confuso. Chi pronunzia queste parole se non le singole membra di Cristo, o meglio l’intero corpo di Cristo? E che significa: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura? E poi si ha da leggere: Osservati oltre misura, ovvero: Tu hai ordinato oltre misura? Qualunque sia l’interpretazione preferita, la frase sembra contraddire il motto universalmente risaputo ed in sé eccellente, di cui van fieri i Greci: Mai di troppo! 1. Essi l’attribuiscono ai loro sapienti, e nel tesserne gli elogi son d’accordo anche i Latini. Se questo fosse vero, e cioè che in nulla si ha da eccedere, come potrà essere vero il detto del salmo: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura? Come può Iddio o comandare qualcosa eccedendo la [giusta] misura ovvero esigere che, qualcosa sia osservato oltre misura, se tutto quello che eccede la misura è riprovevole? Potremmo rispondere che noi non siamo per nulla obbligati a sottostare all’autorità dei saggi greci, ricordandoci di quel che sta scritto: Non ha forse Dio reso stolta la sapienza di questo mondo? 2 Messi poi nell’alternativa, dovremmo sempre ritenere per falsa la massima che predica il “Mai di troppo! ” e non le parole che leggiamo e cantiamo: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura, a meno che da una tale conclusione non ci dissuadesse un motivo razionalmente valido e non soltanto la boria [della filosofia] greca. ” Oltre misura ” si dice infatti d’ogni cosa che superi quel che in realtà dovrebbe essere. Sono estremi tra loro opposti ” poco ” e ” troppo “; e ” poco ” si ha quando una cosa non raggiunge quel che dovrebbe essere, mentre ” troppo ” quando lo supera. Nel giusto mezzo fra tali estremi c’è il normale, e questo si indica con ” sufficiente “. Pertanto, siccome è, utile che nella vita e nel comportamento non oltrepassiamo i limiti del giusto, sotto questo aspetto è certamente vera la massima: Mai di troppo! 3 Dobbiamo riconoscerlo, né c’è motivo di negarlo. Capita però a volte che in latino noi usiamo scorrettamente l’espressione ” oltre misura “, attribuendole lo stesso significato di ” molto “. Così troviamo scritto nei Libri sacri e così usiamo noi nel nostro conversare. Prendiamo la frase del nostro salmo: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura. Se vogliamo intenderla esattamente, non possiamo darle altro senso che ” molto “. Lo stesso, quando a un amico carissimo diciamo: ” lo ti amo oltre misura “. Non intendiamo dirgli che l’amiamo più del consentito ma che l’amiamo profondamente. In effetti poi la celebre massima della sapienza greca non reca lo stesso termine della nostra frase biblica. Lì infatti si dice, , che propriamente vuol dire ” troppo “; qui invece, , che significa ” molto “. Però, come ho detto, non mancano casi in cui ” troppo ” sta in luogo di ” molto “. E questo tanto nei libri quanto nell’uso comune. Tant’è vero che alcuni codici latini non leggono: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura, ma: Siamo molto osservati. E veramente Dio tiene molto ai suoi comandamenti, e noi dobbiamo molto osservarli.

Senza la grazia, impossibile osservare la Legge.

2. Osservate ora cosa aggiungano l’umile pietà, o meglio la pia umiltà, e la fede memore [dei doni] della grazia. Dice: Oh, siano i miei passi diretti a custodire le vie della tua giustizia! Tu hai impartito degli ordini: oh, si realizzi in me quanto hai ordinato! Ascoltando l’esclamazione Oh, riconosci la voce di uno che esprime desiderio, e ascoltando questa voce scròllati di dosso la superbia della tua presunzione. Perché infatti esprimere il desiderio di una cosa che sia in potere del libero arbitrio quando la si possa effettuare senza alcun aiuto esterno? Se invece si dà il caso d’un uomo che desidera ciò che Dio comanda, è segno che occorre pregare Dio perché doni lui stesso quel che comanda. A chi infatti ha da volgersi il nostro desiderio se non al Padre della luce dal quale – come attesta la Scrittura – discende ogni beneficio eccellente e ogni dono perfetto 4? E annotiamo un particolare, in vista di quei tali che ritengono l’aiuto divino esserci necessario per compiere la giustizia solo nel senso che per esso debbono esserci manifestati i comandamenti di Dio. Una volta che li abbiamo conosciuti, noi con le sole forze della nostra volontà riusciremmo a tradurli in pratica senza alcun intervento della grazia di Dio. Se non che il salmista esprime il desiderio che le sue vie siano dirette nell’osservanza dei precetti divini quando ha già ricevuto tali comandamenti dall’Autore stesso della legge. Infatti già in precedenza diceva: Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura, quasi volesse dire: Ho già ricevuto la legge e la conosco. Tu infatti mi hai comandato d’osservare oltre misura i tuoi comandamenti. So pure che i tuoi comandamenti sono santi e giusti e buoni, ma, se non mi aiuta la tua grazia, il peccato opera in me la morte attraverso questa cosa che pur è buona 5. Pertanto, oh, siano i miei passi diretti a custodire le vie della tua giustizia!

Conoscenza della Legge e vita vissuta secondo la Legge.

3. Allora io non sarò confuso, quando avrò lo sguardo rivolto a tutti i tuoi comandamenti. I comandamenti di Dio, e quando li si leggono e quando li si meditano, debbono essere guardati come si guarda a uno specchio, ricordando le parole dell’apostolo Giacomo: Uno che ascolta la Parola ma non la mette in pratica, sarà simile all’uomo che mira allo specchio il nativo suo volto e, dopo essersi mirato, se ne va e dimentica subito quale egli sia. Invece chi si specchia nella legge perfetta della libertà e in essa persevera, non come uditore smemorato ma come operatore di fatti, questi sarà beato nel suo operare 6. Il Salmista vuol essere proprio così: vuol mirare i comandamenti di Dio come si guarda a uno specchio, per non essere confuso. Non vuole esserne solamente uditore ma si propone di praticarli, e proprio per questo chiede che le sue vie vengano dirette all’osservanza dei comandamenti di Dio. Dirette da che cosa se non dalla grazia di Dio? In caso contrario, se cioè egli volgerà lo sguardo ai comandamenti senza metterli in pratica, la legge di Dio non sarà per lui motivo di compiacenza ma di confusione.

4. [v 7.] Dice: Ti confesserò, o Signore, nella rettitudine del cuore per aver imparato i decreti della tua giustizia. Non è questa una confessione dei peccati ma una confessione di lode. Come quella che pronunziò il Signore, in cui non c’era peccato, allorché disse: Ti confesso, Padre, Signore del cielo e della terra 7; e come si legge nel libro dell’Ecclesiastico: Nella vostra confessione direte così: Tutte le opere del Signore sono sovranamente buone 8. Dice [il salmo]: Ti confesserò nella rettitudine del cuore. Quando le mie vie saranno state ben dirette, allora ti confesserò, poiché tu hai operato questo cambiamento, e questa lode sarà tua, non mia. Allora confesserò d’aver imparato i decreti della tua giustizia quando avrò retto il cuore, quando cioè i miei passi saranno stati indirizzati a custodire le vie della tua giustizia. Che mi gioverebbe infatti aver imparato le tue vie se, avendo il cuore traviato, me ne andassi per vie tortuose? Le tue leggi non mi porterebbero gioia ma mi accuserebbero.

Dio non abbandona se non chi presume di sé.

5. [v 8.] Prosegue: Io custodirò le vie della tua giustizia. Queste Parole sono evidentemente in connessione con le altre: Oh, siano i miei passi diretti a custodire le vie della tua giustizia! Allora io non sarò confuso, quando avrò lo sguardo rivolto a tutti i tuoi comandamenti. Io confesserò a te nella rettitudine del cuore e custodirò le vie della tua giustizia. Ma che senso ha l’aggiunta: Non mi abbandonare fino al molto, o, come leggono alcuni codici, fino al troppo (troppo invece di molto, in corrispondenza al greco che anche qui ). Non sembrerebbe quasi che gli piaccia essere abbandonato da Dio, a patto che non lo abbandoni troppo? Assolutamente no! Si riferisce al fatto che Dio aveva abbandonato il mondo a causa dei peccati, e l’avrebbe abbandonato fino al molto se al mondo non avesse giovato nemmeno quella medicina efficacissima che fu la grazia di Dio per l’opera di nostro Signore Gesù Cristo. Al contrario – secondo questa orazione del corpo di Cristo – Dio non l’abbandonò fino al molto, poiché Dio era nel Cristo per riconciliare con sé il inondo 9. Si potrebbe proporre anche una interpretazione che prenda queste parole come dette da quel tale che, trovandosi nell’abbondanza, aveva esclamato: Non sarò mosso in eterno 10, confidando appunto nelle sue risorse. A costui Dio mostrerebbe che è stato lui stesso nella sua benevolenza a dargli virtù e splendore (quindi non si trattava di cose dovute a meriti umani); sicché, quando Dio ha distolto da lui lo sguardo, l’uomo è rimasto turbato. Quest’uomo, ritrovando se stesso e deposta ormai ogni presunzione, grida: Non mi abbandonare fino al molto! Se mi hai abbandonato perché mi si palesi quanto sia grande la mia debolezza senza il tuo soccorso, non abbandonarmi però fino al molto, perché non perisca. Ecco dunque, tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati oltre misura. Non posso addurre più la scusa della mia ignoranza, ma, siccome io sono ancora debole, oh, siano i miei passi diretti a custodire le vie della tua giustizia! Allora io non sarò confuso, quando avrò lo sguardo rivolto ai tuoi comandamenti. Allora ti confesserò nella rettitudine del cuore per aver imparato i decreti della tua giustizia, allora custodirò le vie della tua giustizia. Se mi hai abbandonato per impedire che io mi gloriassi di me stesso, non mi abbandonare fino all’estremo. Fa’ che, giustificato da te, abbia a gloriarmi in te.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 5

La parola di Dio va ricordata e vissuta.

1. [v 9.] Carissimi, del salmo 118 consideriamo i seguenti versetti, scrutando con l’aiuto del Signore le sacre Lettere da lui inviateci. In base a che raddrizzerà il giovanetto la propria via? Osservando le tue parole. Si pone un interrogativo e se ne dà la risposta. In base a che raddrizzerà il giovanetto la propria via? È la domanda. Segue poi la risposta: Osservando le tue parole. Ove per ” osservanza delle parole di Dio ” è da intendersi la pratica dei comandamenti. Sarebbe infatti inutile avere nella mente le parole di Dio se non le si attuassero nella vita. Questo per alcuni che, mentre tengono a mente le parole di Dio e s’industriano di noli dimenticarle, non s’industriano poi di correggersi vivendo in conformità con esse. Ebbene il salmista non dice: ” In base a che il giovanetto eserciterà la sua memoria? “; ma: In base a che il giovanetto raddrizzerà la propria via? Alla quale domanda risponde: Osservando le tue parole. Ora una via non potrà mai dirsi diritta finché la vita sarà disordinata.

Chi sia il giovane descritto dal salmo.

2. Ma che c’entra qui il giovanetto? Avrebbe potuto dire benissimo: ” In base a che l’uomo raddrizzerà la sua via? ” ovvero: ” In base a che una persona raddrizzerà la propria via? ” usando cioè una locuzione frequente nella Scrittura per la quale, nominandosi la parte per il tutto, si indica l’intera umanità menzionando solamente colui che per il sesso ne è la parte più ragguardevole. Non si deve infatti pensare che dalla beatitudine sia esclusa la donna che evita di scendere in mezzo all’assemblea degli empi; eppure si dice: Beato l’uomo! 1 Nel nostro salmo però non si parla né di uomo né di maschio ma di giovanetto. Dovrà quindi disperarsi della sorte dei vecchi? O ci sarà, forse, qualcos’altro, diverso dal custodire le parole di Dio, e in base a questo qualcosa raddrizzerà il vecchio la sua via? O sarà, forse, un richiamo concernente l’età nella quale soprattutto occorre raddrizzare la propria via secondo quel che altrove insegna la Scrittura: Figlio, comincia dalla tua giovinezza ad accogliere la dottrina e fino alla canizie scoprirai la sapienza 2? C’è ancora un’altra spiegazione. Ci si potrebbe cioè riferire a quel figlio minore di cui parla il Vangelo: a quel figlio che, abbandonando il padre, fuggì in una lontana regione e sperperò i suoi averi vivendo dissolutamente con delle prostitute; costui, dopo aver pascolato i porci e sofferto fame e stenti, tornò in sé e disse: Mi alzerò e tornerò da mio padre 3. In base a che questo giovane raddrizzò la sua via se non osservando la parole di Dio, di cui fu desideroso tanto quanto era affamato del pane paterno? Né sembra che avesse raddrizzato altrettanto la propria via quell’altro fratello, il più anziano, che diceva: Ecco, ti servo da tanti anni e non ho trasgredito nemmeno una volta i tuoi ordini 4. Sì, veramente il figlio minore raddrizzò la sua via quando riconobbe d’averla sbagliata e resa tortuosa, quando cioè dinanzi al padre disse: Ormai non sono più degno di essere chiamato tuo figlio 5. Mi viene in mente anche una terza interpretazione che a me, per quanto posso capire con le mie risorse limitate, sembra preferibile alle due precedenti. Nell’uomo avanzato negli anni io vedrei l’uomo vecchio 6, mentre nel giovanetto l’uomo nuovo. Col primo identificherei quanti portano l’effigie dell’uomo terreno, con l’altro coloro che portano l’immagine dell’uomo celeste. E questo perché non è prima lo spirituale ma l’animale; lo spirituale è posteriore 7. Per quanto dunque l’uomo sarà decrepito a causa degli anni e della vecchiaia per quel che concerne il suo corpo, egli sarà giovane dinanzi a Dio se si converte e riceve il rinnovamento, opera della grazia. In tal modo egli raddrizza le sue vie osservando le parole del Signore, vale a dire la parola della fede che noi predichiamo 8. La quale fede poi si traduce in opere mediante la carità 9.

La misericordia di Dio e la nostra miseria.

3. [v 10.] Ecco chi è il popolo giovane: il figlio della grazia l’uomo nuovo che canta il nuovo cantico, l’erede del Nuovo Testamento. Ecco il giovanetto. Non Caino ma Abele, non Ismaele ma Isacco, non Esaù ma Israele, non Manasse ma Efraim, non Eli ma Samuele, non Saul ma David. E ora state attenti alle parole che aggiunge. Dice: Con tutto il mio cuore ti ho cercato; non allontanarmi dai tuoi comandamenti. Egli prega per essere aiutato ad osservare le parole di Dio, poiché, a quanto aveva detto, è in tal maniera che il giovane raddrizza la sua via. In realtà proprio a questo equivalgono le parole: Non allontanarmi dai tuoi comandamenti. Che significa infatti essere scacciati da Dio se non venire privati del suo aiuto? La fragilità umana infatti non potrà adeguarsi ai comandamenti di Dio, che sono giusti ma difficili, se non le venga incontro l’aiuto del suo amore preveniente. E dell’uomo privato dell’aiuto divino si dice [nel salmo] che Dio giustamente lo allontana, quasi riprendendo l’immagine della spada fiammeggiante che, a chi se ne è reso indegno, impedisce di stendere la mano all’albero della vita 10. Ma chi ne sarà degno, dopo che per la colpa di quel solo uomo è entrato nel mondo il peccato e, tramite il peccato, anche la morte, la quale è così dilagata in tutti gli uomini per colpa di colui nel quale tutti hanno peccato 11? Ma la misericordia di Dio, senza nostri meriti, sana la nostra miseria e condona il nostro debito; e a questo si riferisce colui che nel salmo pronunzia le parole: Io ti ho ricercato con tutto il cuore. Come avrebbe potuto far ciò se, quando era rivolto in tutt’altra direzione, non l’avesse richiamato colui al quale è detto: O Dio, tu ci convertirai e ci darai la vita 12? Come l’avrebbe potuto, se quand’era smarrito non l’avesse ricercato? e quand’era fuori strada non l’avesse richiamato, colui che dice: Io cercherò chi s’è smarrito e richiamerò chi ha perso la strada 13?

Necessità dell’aiuto divino per conoscere ed osservare la Legge.

4. [vv 11.12.] Ecco come l’uomo riesce a raddrizzare la propria via osservando le parole del Signore. Ci riesce perché Dio lo sorregge e opera in lui. L’uomo da solo non ne sarebbe capace, conforme attesta il profeta Geremia quando dice: O Signore, so che non è in potere dell’uomo [scegliere.] la sua via, né è l’uomo a muoversi e a rettificare la propria via 14. È quel che poc’anzi desiderava ottenere dal Signore anche il salmista quando esclamava: Oh, siano dirette le mie vie! 15 Né altrimenti suonano le parole che qui aggiunge: Ho nascosto nel mio cuore le tue parole per non peccare contro di te. Invoca subito l’aiuto divino, affinché le parole di Dio non abbiano a restare nascoste e infruttuose in fondo al suo cuore: cosa che sarebbe successa se non fossero seguite le opere della giustizia. Detto questo, soggiunge: Tu sei benedetto, o Signore! Insegnami le vie della tua giustizia. Dice: Insegnamele, come l’han comprese coloro che le mettono in pratica, non coloro che le tengono a mente solo per aver qualcosa di cui parlare. Veramente, già prima aveva detto: Ho nascosto nel mio cuore le tue parole per non peccare contro di te. Che senso ha quindi ricercare e voler apprendere delle cose, quando queste stesse cose sono già custodite nel segreto del cuore? Se non le avesse imparate, non potrebbe far nulla del genere. Aggiungendo quindi: Insegnami le vie della tua giustizia, che altro vuol dire se non che vuole impararle nell’attuazione pratica, e non soltanto ritenerle a parole o col ricordo della memoria? Egli si conforma con quell’altro salmo, ove si dice: Chi ha dato la legge darà la benedizione 16; e per questo esclama: Tu sei benedetto, o Signore! Insegnami le vie della tua giustizia. Quando io nascondevo nel mio cuore le tue parole per non peccare contro di te, dimostravo che tu mi avevi dato la legge. Dammi anche la benedizione della grazia, affinché impari nella pratica ciò che mi avevi comandato con la legge. Basta per ora! in modo che le vostre menti si nutrano senza esserne appesantite. Le parole che vengono appresso esigono un altro discorso.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 6

I giudizi e le iustificationes di Dio.

1. [v 13] Il presente discorso ha come tema iniziale il versetto del salmo che stiamo trattando ove si dice: Con le mie labbra ho proclamato tutti i giudizi della tua bocca. Che significa questo, o carissimi? Che significa? Chi sarà in grado di proclamare tutti i giudizi di Dio, quando non si è in grado nemmeno di penetrarli? Dovremmo forse mettere in dubbio l’esclamazione dell’Apostolo: O profondità delle ricchezze della sapienza e scienza di Dio! Come imperscrutabili sono i suoi giudizi e inesplorabili le sue vie 1? E lo stesso nostro Signore affermava: Ho da dirvi ancora molte cose, ma per il momento non siete capaci di riceverle 2. È vero che subito dopo assicurò ad essi, mediante l’opera dello Spirito Santo, la pienezza della verità; però, nonostante questo, l’apostolo Paolo è perentorio nel dire che la nostra conoscenza è parziale 3. Sicché dobbiamo concludere che, sebbene mediante lo Spirito Santo, di cui abbiamo ricevuto il pegno, noi siamo introdotti nella conoscenza di tutta la verità, questa pienezza si realizzerà quando saremo passati all’altra vita: quando cioè, terminata la conoscenza speculare ed enigmatica della vita presente, vedremo Dio faccia a faccia. Come fa allora il salmista ad asserire: Con le mie labbra ho proclamato tutti i giudizi della tua bocca? Tanto più che a dire così è colui che poco prima, anzi nel versetto immediatamente precedente, invocava: Insegnami le vie della tua giustizia 4. Come potrà mai proclamare tutti i decreti della bocca di Dio uno che sente ancora il desiderio di imparare le vie della sua giustizia? Conosceva forse al completo i decreti divini, mentre riguardo alle vie di, sua giustizia sentiva ancora il desiderio di impararle meglio? Ma questo è ancora più sorprendente: conoscere ciò che in Dio è insondabile e ignorare ciò che egli ha ordinato agli uomini di fare! Infatti per ” vie di giustizia ” s’intendono non le parole indicanti giustizia ma le azioni giuste, cioè le opere compiute dai giusti in conformità con i comandamenti di Dio. Le quali opere, se vengono dette ” di Dio “, pur essendo compiute da noi, è perché, se egli non ci desse la capacità di farle, noi non le compiremmo. Quanto invece ai giudizi di Dio, di per sé sono le norme secondo le quali egli giudica il mondo adesso e alla fine dei tempi; tuttavia, siccome nell’ambito del termine “parola di Dio” sono contenute tutt’e due le cose (cioè le ingiunzioni e i decreti), rimane aperta la questione come mai egli possa desiderare di conoscere le vie della giustificazione divina mentre afferma di possedere nell’intimo del proprio cuore le parole del Signore. Così infatti diceva: Ho nascosto nel mio cuore le tue parole per non peccare contro di te 5; e continuava: Sei benedetto, o Signore! Insegnami le vie della tua giustizia 6. E immediatamente dopo: Con le mie labbra ho proclamato tutti i giudizi della tua bocca. In realtà, le due affermazioni non sono fra loro contrastanti ma piuttosto affini e omogenee. Chi infatti si cela in cuore le parole del Signore, ovviamente con le labbra ne proclama i giudizi come è scritto: Con il cuore si crede, conseguendone la giustizia; con la bocca si professa la fede e si ottiene la salvezza 7. Tuttavia tra queste due espressioni c’è in mezzo l’altra che suona: Sei benedetto, o Signore! Insegnami le vie della tua giustizia 8. Ora non si vede come ad un uomo che ha in cuore le parole del Signore e che con le labbra proclama tutti i suoi giudizi possa adattarsi il desiderio di voler conoscere le vie della giustizia divina. Occorrerà forse intendere la frase nel senso che egli in tanto le vuole imparare in quanto vuole praticarle, e non soltanto tenerle a mente e parlarne: mostrandoci in tal modo che anche noi dobbiamo chiedere a Dio la stessa cosa, sapendo che senza di lui non possiamo far nulla. Son problemi che abbiamo trattati in uno dei precedenti discorsi, mentre adesso ci siamo assunti il compito di spiegare, con l’aiuto di Dio, in che senso abbia potuto affermare che egli proclama con le proprie labbra tutti i giudizi della bocca di Dio, mentre la Scrittura li definisce inscrutabili e così profondi che in un altro passo delle Scritture è detto: I tuoi giudizi sono un abisso sconfinato 9.

Impossibile conoscere i segreti di Dio senza una sua rivelazione.

2. Vogliate por mente al significato che diamo a questo versetto. Forse che la Chiesa non conosce i giudizi di Dio? Li conosce certamente: e ciò per il fatto che conosce quali saranno le persone alle quali il Giudice dei vivi e dei morti dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno 10, e quali quelle cui verrà detto: Andate al fuoco eterno 11. La Chiesa cioè sa che dal regno di Dio saranno esclusi i fornicatori, gli idolatri e tutti gli altri che in quel capitolo elenca l’apostolo Paolo 12. Sa che ira e vendetta, afflizione e angoscia si riverseranno sull’anima di chiunque abbia compiuto il male, prima sui Giudei e poi sui Greci; mentre per chi ha operato il bene, prima per i Giudei e poi per i Greci, ci saranno gloria, onore e pace 13. Questi giudizi di Dio, come pure molti altri simili a questi contenuti esplicitamente nella rivelazione, sono certo noti alla Chiesa; tuttavia questo non è tutto. Ci sono diversi giudizi divini che rimangono imperscrutabili e, come abisso sconfinato, sono profondi e celati [a menti umane]. Ma non sarà il caso di pensare che anche questi giudizi sono conosciuti dalle membra più insigni di quell’uomo che, insieme col suo Capo e Salvatore, costituisce il Cristo totale? Essi sarebbero quindi detti imperscrutabili probabilmente perché l’uomo non è in grado di penetrarli con le sole sue forze. Ma perché dirli imperscrutabili dall’uomo cui il Signore si degna di conferire lo Spirito Santo e i suoi doni? Analogamente in un passo scritturale si dice: Dia abita in una luce inaccessibile 14; eppure altrove ci si rivolge l’invito: Avvicinatevi a lui e sarete illuminati 15. È una antinomia che si risolve avvertendo che Dio è inaccessibile alle nostre sole forze, mentre lo si può raggiungere mediante i suoi doni. Peraltro, a nessuno dei santi [individualmente presi.], finché il corpo mortale appesantisce l’anima 16, è dato conoscere al completo i giudizi di Dio, che effettivamente superano di molto le capacità dell’uomo. Di fatti, tanto per fare un esempio da cui si può arguire la infinita portata dei disegni divini, non c’è persona deficiente nell’anima o minorata nel corpo che non sia tale per un giudizio di Dio. Tuttavia la Chiesa, cioè il popolo che Dio s’è conquistato, può dire (e dirlo con verità): Nelle mie labbra ho proclamato tutti i giudizi della tua bocca. Vuol dire: Non ho taciuto alcuno dei tuoi giudizi che tu hai voluto mi fossero manifestati mediante la tua rivelazione; anzi io li ho predicati tutti, proprio tutti, con la mia bocca. Questo infatti mi sembra che abbia voluto indicare il salmista quando non ha detto: Tutti i tuoi giudizi; ma: tutti i giudizi della tua bocca, cioè quei giudizi che tu mi hai rivelato. Per ” bocca di lui ” insomma dobbiamo intendere la sua parola, cioè la rivelazione divina comunicata a noi ad opera dei molti santi dei due Testamenti, che la Chiesa non cessa di proclamare con le sue labbra al completo e in ogni luogo.

Cristo testimonianza suprema dell’amore di Dio salvatore.

3. [v 14] Andando avanti soggiunge: Nella via delle tue testimonianze io mi sono rallegrato, quasi possedessi tutti i tesori. Per ” via delle testimonianze di Dio ” non intendiamo se non il Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza divina 17. È l’interpretazione più ovvia, più assodata, più semplice e più esauriente. Infatti non per nulla anche il Salmista si dice rallegrato – o deliziato – in tale via quasi possedesse tutti i tesori. In realtà sono testimonianze di Dio tutte le prove mediante le quali egli si degna dimostrarci quanto ci ami. Ora, l’amore di Dio per noi è documentato dal fatto che, mentre noi si era peccatori, Cristo è morto per noi 18. Parlando di se stesso il Signore diceva: Io sono la via 19; e praticamente l’umiltà che accompagna la sua nascita nella carne e la sua passione attestano con estrema evidenza la grandezza dell’amore che Dio ha per noi. Sicché la via delle testimonianze di Dio è senza alcun dubbio il Cristo. In virtù delle testimonianze divine che vediamo già adempiute in lui, attendiamo con fiducia che si adempiano anche quelle che riguardano il nostro avvenire, cioè le promesse eterne. Se infatti Dio non risparmiò il suo Figlio diletto ma lo immolò per il bene di noi tutti, come non ci avrà donato insieme con lui tutte le altre cose? 20

La Chiesa instancabile nel polemizzare con gli increduli.

4. [vv 15.16.] Prosegue: Nei tuoi comandamenti profonderò parole e considererò le tue vie. Il testo greco reca termine che i traduttori latini hanno reso alcuni con ” profonderò parole “, altri con ” mi eserciterò “. Sono due termini, a quanto pare, assai lontani l’uno dall’altro; ma se per ” esercitarsi ” si intende una esercitazione d’ingegno in cui dalla disputa non sia escluso un certo godimento, allora i due termini vengono a coincidere, in quanto i due comportamenti si contemperano l’un l’altro in modo che dall’esercizio non viene esclusa una certa loquacità. Ai loquaci infatti si dà anche il nome di parolai. Ora la Chiesa, quando nella persona dei suoi dottori polemizza con abbondanza d’argomenti contro i nemici della fede cristiana e cattolica, si esercita nei comandamenti del Signore al segno di divenire loquace; ma perché tali dispute siano fruttuose a chi le intraprende, non si deve aver di mira altro fuorché le vie del Signore, le quali, come sta scritto, sono misericordia e verità 21: quella misericordia e verità la cui pienezza si trova in Cristo. Mediante questo gustoso esercizio si realizza ancora quanto si dice nel verso che segue: Io mediterò nelle vie della tua giustizia né dimenticherò le tue parole. Le mediterò al fine di non dimenticarle. Come si dice nel primo salmo, che è beato colui che giorno e notte medita sulla legge del Signore 22.

Parola di Dio e impegno di opere buone

5. Da tutto quello che, secondo le nostre possibilità, abbiamo esposto, o carissimi, rimanga impressa nella nostra mente la figura di un uomo che nasconde nel proprio cuore le parole del Signore, che con le sue labbra proclama tutte le disposizioni della sua bocca, che camminando sulla via delle testimonianze divine si allieta come chi possiede tutti i tesori. Profondendosi in parole – o esercitandosi – nei precetti di Dio, egli ne considera le vie e medita sul come egli ci giustifica, non volendo dimenticare le sue parole. Da tutto l’insieme si presenta come un uomo addentro nella legge e nella scienza di Dio; eppure egli prega e dice: Sei benedetto, o Signore! Insegnami le vie della tua giustizia. Si ricava da ciò che egli non intende chiedere altro se non il soccorso della grazia mediante la quale sappia esprimere con le opere le verità conosciute a parole.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 7

Quattro specie di ricompensa.

1. [v 17.] Se ricordate, o carissimi, quanto in precedenza ha detto il salmo, questo ricordo ci faciliterà la comprensione del testo seguente. Chi parla si esprime come un solo uomo, ma a parlare sono le membra di Cristo: quel corpo che costituisce una unità ed appartiene all’unico Capo. Ebbene, prima aveva detto: In base a che il giovanetto raddrizzerà la sua via? Osservando le tue parole 1; ora, parlando con maggiore chiarezza, chiede aiuto per tradurre in pratica il suo proposito. Dice: Ricompensa il tuo servo; vivrò e osserverò le tue parole. Se chiedesse a Dio la ricompensa per un bene compiuto, significherebbe che ha già osservato le parole del Signore. Ma il testo non dice: ” Dammi la ricompensa perché io ho osservato le tue parole “, esigendo (per così dire) la ricompensa d’un bene compiuto obbedendo. Al contrario dice: Ricompensa il tuo servo; vivrò e osserverò le tue parole. E questo cos’altro è se non riconoscere che chi è morto non le può osservare? Che cioè non le possono osservare gli infedeli, dei quali sta scritto: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti 2. Per “morti” intendiamo dunque gli infedeli, mentre per “vivi” intendiamo i credenti, poiché il giusto vive mediante la fede 3, né c’è altra risorsa per osservare le parole di Dio all’infuori della fede, che opera attraverso l’amore 4. È proprio questa fede che domanda colui che pronunzia le parole: Ricompensa il tuo servo; io vivrò e osserverò le tue parole. Inoltre, siccome prima dell’avvento della fede all’uomo non è dovuto se non il castigo per il male [di cui è reo], mentre Dio con una grazia indebita l’ha beneficato accordandogli dei doni invece che dei castighi, per questo l’orante del nostro salmo può invocare da Dio anche la ricompensa e dire: Ricompensa il tuo servo, e io vivrò e osserverò le tue parole. Ci sono infatti quattro specie di ricompensa: la ricompensa per la quale si infliggono castighi quale pena del male, come quando Iddio castiga gli empi col fuoco eterno; la ricompensa per la quale si accordano beni in compenso del bene, come quando Iddio darà ai giusti il Regno dei cieli; la ricompensa per la quale si accordano beni in luogo dei castighi, come quando Cristo con la sua grazia giustifica l’empio 5; e finalmente la ricompensa di chi ripaga col male il bene, come quando Giuda e il popolo ebraico nella loro malizia perseguitarono il Cristo. Di queste quattro specie di ricompensa, le due prime rientrano nell’ambito della giustizia, quando cioè si ripaga il male col male e il bene col bene; la terza, cioè quando si rende il bene invece del male, è una ricompensa di misericordia, mentre l’ultima non si riscontra in Dio, in quanto egli non dà ad alcuno il male in compenso del bene. La più necessaria, fra le categorie di ricompensa qui elencate, è la terza, poiché se Dio non avesse accordato il bene invece del male [che noi si meritava] non ci sarebbe stato alcuno al quale concedere il premio per il bene compiuto.

Dio aiuta con la grazia e ricompensa secondo giustizia.

2. Considera il caso di quel Saulo che poi divenne Paolo. Dice: Dio ci ha salvati non in vista di opere di giustizia da noi compiute ma in base alla sua misericordia attraverso il lavacro della rigenerazione 6. E ancora: Un tempo io fui bestemmiatore e persecutore e violento, ma ottenni misericordia perché agii per ignoranza nella mia incredulità 7. E ancora: Vi do però questo consiglio come uno che dal Signore ha ricevuto la misericordia sì da essere fedele 8, da ottenere cioè la vita, poiché il giusto vive di fede 9. Dunque, per la sua iniquità, prima che egli vivesse per la grazia di Dio, egli era morto; e di questa sua morte parla apertamente quando dice: Sopraggiungendo il precetto, il peccato prese vita, e io morii; e così risultò per me che il precetto, che mi doveva condurre alla vita, mi fu causa di morte 10. Ebbene, a Paolo Dio accordò un bene invece di un male: la vita invece della morte. Gli diede, cioè, una ricompensa quale invoca il salmista con le parole: Ricompensa il tuo servo, e io vivrò e osserverò le tue parole. Eccolo infatti vivere e osservare le parole del Signore ed entrare in quell’altra categoria di ricompensati, dove si accordano beni in sostituzione di beni. Ne parla lui stesso: Ho combattuto la buona battaglia, ho compiuto la corsa, ho conservato la fede; quanto al resto, è pronta per me la corona della giustizia, che darà a me in quel giorno il Signore, giusto giudice 11. Precisamente! Giusto, in quanto accorda beni in premio di beni; ma prima misericordioso, quando gli aveva accordato i beni al posto dei mali. Anzi, la stessa giustizia per la quale si rendono beni in compenso di altri beni non esclude la misericordia, come sta scritto: Egli ti corona per la sua compassione e misericordia 12. Difatti è vero che Paolo afferma: Io ho combattuto la buona battaglia 13, ma come l’avrebbe vinta se non fosse intervenuto col suo dono colui al quale rivolgeva le parole: Siano rese grazie a Dio, che dà a noi la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo 14? Egli portò a termine la sua corsa, è vero; ma come avrebbe corso o raggiunto il traguardo se non l’avesse aiutato colui che gli faceva dire: Veramente il successo non è di chi vuole né di chi corre, ma di Dio che usa misericordia 15. E se poté conservare la fede, come vi riuscì se non perché (come lui si esprime) ottenne misericordia per cui divenne fedele 16?

Fede iniziale e fede adulta . .

3. Non si inorgoglisca quindi in alcuna maniera l’uomo nella sua superbia! Quando Dio premia, ricompensa i suoi stessi doni. Quanto a colui che nella preghiera esclama: Ricompensa il tuo servo e io vivrò, se fosse totalmente morto non potrebbe pregare. In effetti egli ha ricevuto, almeno allo stadio iniziale, un desiderio di bene, e l’ha ricevuto da colui al quale egli domanda la vita nella obbedienza. In tal senso possedevano una certa qual fede quei tali che dicevano: Signore, accresci la nostra fede 17. E quel tale che, interrogato se credesse, rispose: Credo, Signore; soccorri la mia incredulità 18, mentre riconosce la sua mancanza di fede non ne esclude totalmente la presenza. Concludendo: colui che, avendo la fede, implora la grazia di attuarla nell’obbedienza, ha già cominciato a vivere ma chiede la vita piena: non esige il premio per averla conservata ma implora aiuto per conservarla. Chi infatti si rinnova [spiritualmente.] giorno per giorno 19, attraverso una tale crescita di vita giungerà a vivere nel giorno che mai si interrompe.

4. [vv 18.19.] Il salmista sa poi che la parola di Dio non può essere osservata docilmente nella vita pratica se prima non viene percepita con la mente. Per questo nella sua preghiera aggiunge le parole: Togli il velo ai miei occhi e considererò le meraviglie della tua legge. Alla stessa esigenza si riferiscono le parole che seguono: Ospite io sono sulla terra, o – come riportano alcuni codici – forestiero io sono sulla terra: non nascondere a me i tuoi precetti. Quanto prima aveva detto con le parole: Togli il velo ai miei occhi, ora lo ripete dicendo: Non nascondere a me; e dove prima aveva detto: Le meraviglie della tua legge, ora in termini alquanto diversi dice: I tuoi precetti. Nei comandamenti di Dio non c’è prescrizione più splendida di quella che suona: Amate i vostri nemici 20, che è lo stesso di rendere il bene invece del male. Però il discorso intorno al soggiorno (o dimora) di cui parla il salmo, non può essere condensato in poche parole; perciò non bastando all’esposizione di questo argomento il presente discorso, se ne dovrà attendere un altro, che terremo in seguito con l’aiuto del Signore.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 8

Il popolo di Dio peregrinante sulla terra.

1. [v 19.] In base alle nostre promesse la vostra Carità si attende un discorso sul seguito del vastissimo salmo che stiamo spiegando. Manterremo la promessa soffermandoci sul verso che suona: Forestiero son io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti; ovvero, come leggono alcuni codici, ospite son io sulla terra. L’identico termine greco è stato tradotto da alcuni interpreti latini con ospite, da altri con forestiero, da altri ancora con straniero. Ospiti sono coloro che, mancando di una propria residenza, abitano in casa d’altri; al contrario sono forestieri o stranieri coloro che provengono da altri paesi. Sorge pertanto una questione assai complicata riguardo all’anima. Non si può infatti pensare che siano dette del corpo le parole: Forestiero – o straniero o ospite – son io sulla terra, poiché il corpo trae origine proprio dalla terra. È una questione veramente profonda, sulla quale non voglio azzardare conclusioni definitive. In effetti le parole: Forestiero – o straniero o ospite – son io sulla terra, si potrebbero con ragione riferire all’anima, che nessuno mi auguro voglia pensare derivi dalla terra. Ma si potrebbero applicare anche all’uomo tutto intero, in quanto per un certo tempo ebbe dimora nel paradiso, mentre non vi era più quando il Salmista pronunziava le sue parole. Per evitare ogni controversia voglio, però, supporre che le parole del salmo non possano essere pronunziate da tutti gli uomini ma solo da coloro che hanno ricevuto la promessa d’una patria eterna nei cieli. Comunque stiano le cose, un fatto mi consta e cioè che la vita dell’uomo sulla terra è una prova 1, e che i figli di Adamo sono gravati da un giogo pesante 2. Sicché, a volgere il discorso nel senso che più mi soddisfa, io darei la preferenza all’interpretazione secondo la quale noi ci diciamo ospiti, o stranieri, sulla terra perché ci è stata mostrata la patria celeste di cui abbiamo ricevuto la garanzia e dalla quale, una volta che ci siamo arrivati, non dovremo mai emigrare. Tu un altro salmo un tale afferma: Ospite e pellegrino son io presso di te, come [lo furono] tutti i miei padri 3. Non dice: ” Come tutti gli uomini “, ma: Come tutti i miei padri, alludendo senz’altro ai giusti che l’avevano preceduto nel tempo e che durante il loro esilio con pio gemito avevano sospirato la patria celeste. In riferimento a questi santi è scritto nella Lettera agli Ebrei: Nella fede morirono tutti costoro senza aver ottenuto la realizzazione delle promesse, ma vedendole e salutandole da lontano, e confessando di essere forestieri e di passaggio sulla terra. Chi dice così mostra chiaramente che è in cerca di una patria. Che se avessero avuto in mente quella da cui erano usciti, avrebbero avuto il tempo di ritornarvi; invece aspirano, a una migliore, vale a dire a quella celeste. Tanto è vero che Dio non si vergogna di essere chiamato il Dio loro, avendo preparato loro una Città 4. E altrove leggiamo ancora: Finché siamo nel corpo, siamo pellegrini lontani dal Signore 5. Le quali parole possono ben riferirsi non a tutti gli uomini ma solo ai fedeli, dal momento che non di tutti è la fede 6. Difatti ci è noto come continui l’Apostolo nel brano citato. Dopo aver detto che, finché siamo nel corpo siamo pellegrini lontani dal Signore, aggiunge: Camminiamo infatti nella fede, non nella visione 7. Dal che si arguisce che il peregrinare di cui parla riguarda quanti camminano nella fede. Quanto agli infedeli, al contrario, Dio non li ha notati nella sua prescienza né li ha predestinati a conformarsi all’immagine del suo Figlio 8: per cui essi non possono chiamarsi pellegrini sulla terra, in quanto si trovano esattamente là dove in corrispondenza alla loro carnalità dovevano nascere [e vivere]. Essi non hanno altrove la loro città; quindi sulla terra essi non sono deportati ma aborigeni. Ne parla in un altro passo la Scrittura, allorché di un tizio afferma che fissò la sua dimora in prossimità della morte e negli inferi insieme con i nati dalla terra le travi della sua abitazione 9. Anche gli infedeli sono, è vero, pellegrini e ospiti, ma non nei riguardi della terra. Lo sono nei riguardi del popolo di Dio, da cui sono estranei. Viceversa, ai credenti, che godono sia pur inizialmente del diritto di cittadinanza in quella santa città che non è di questo mondo, l’Apostolo poteva dire: Voi non siete né pellegrini né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio 10. In conclusione, sono cittadini della terra coloro che sono estranei al popolo di Dio, mentre coloro che sono cittadini in seno al popolo di Dio sono pellegrini qui in terra; anzi, tutto il popolo di Dio finché vive nel corpo è pellegrino lontano dal Signore. Dica dunque: Forestiero sono io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti.

La conoscenza requisito dell’amore.

2. Ma c’è davvero una categoria di persone a cui Dio cela i suoi comandamenti? Non ha egli forse voluto che fossero predicati ovunque? Oh, volesse il cielo che da tutti coloro a cui sono manifesti fossero altrettanto apprezzati! Cosa c’è infatti di più noto del precetto che dice: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente? e dell’altro: Amerai il prossimo tuo come te stesso? Sono i due precetti nei quali si compendiano tutta la Legge e i Profeti 11. E c’è forse qualcuno che non li conosca? Li conoscono tutti i fedeli, anzi fra gli stessi infedeli c’è moltissima gente che li conosce. In che senso allora può un fedele chiedere a Dio che non gli vengano nascosti quei precetti che, come ben gli risulta, son noti anche agli infedeli? Non sarà forse perché, essendo la conoscenza di Dio una cosa difficile, anche il precetto di amarlo lo si giudica difficile, standoci il pericolo di amare qualche altra cosa in vece sua? Viceversa, nei riguardi del prossimo la conoscenza appare più facile: difatti ogni uomo è prossimo al suo simile, né si debbono esagerare le distanze fra stirpe e stirpe quando si ha in comune la stessa natura. Peraltro anche nei confronti dei prossimo è da dirsi che non lo conosceva quel tale che domandò: Ma chi è il mio prossimo? 12 Gli fu allora narrata la vicenda di quell’uomo che scendendo da Gerusalemme a Gerico incappò nei briganti. Al termine del racconto lo stesso dottore che aveva posto la domanda sentenziò che prossimo di quel malcapitato fu solamente colui che gli aveva usato compassione. Chiarissimo pertanto ne risulta l’insegnamento che chi ama il prossimo non ha da escludere nessuno in fatto di opere di misericordia. C’è però molta gente che non conosce nemmeno se stessa, perché non è di tutti conoscere se stesso come effettivamente ci si dovrebbe conoscere. E allora, uno che non conosce se stesso come farà ad amare il prossimo come se stesso? Non è senza significato il particolare che si racconta a proposito di quel figlio minore che partì per una terra lontana e vi dissipò i suoi averi vivendo da scialacquatore. Prima di concludere: Mi leverò e andrò da mio padre 13, egli rientrò in se stesso; e questo indica che nel suo vagabondare s’era spinto tanto oltre da abbandonare anche se stesso. Tuttavia non gli sarebbe stato possibile tornare in se stesso se avesse perduto di sé ogni nozione; come non avrebbe potuto dire: Mi leverò e andrò da mio padre, se fosse stato completamente all’oscuro di Dio. È vero, quindi, che di queste realtà noi conosciamo qualcosa, ma non facciamo male a chiederne ulteriore conoscenza, al fine di conoscerle sempre più profondamente. Pertanto occorre conoscere Dio per saperlo amare; e per saper amare il prossimo come noi stessi prima occorre saper amare noi stessi nell’amore di Dio. Ma come riuscire in questo se non si conosce né Dio né noi stessi? Giustamente quindi si dice a Dio: Forestiero son io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti. È logico infatti che questi comandamenti siano nascosti a quanti in terra non si sentono pellegrini. Costoro, anche se ascoltano i precetti divini, non ne posseggono la sapienza poiché hanno il gusto per le [sole] cose terrene. Viceversa, quando uno vive nei cieli 14, il fatto stesso di dover vivere sulla terra costituisce per lui un esilio. Chiedano dunque, costoro, che non vengano loro celati i comandamenti di Dio per i quali si è liberati dall’esilio. Infatti, amando Dio saranno con lui per l’eternità, e amando il prossimo faranno sì che anch’esso giunga là dove saranno loro.

Concupiscenza cattiva e concupiscenza buona.

3. [v 20.] Che cosa mai sarà possibile amare se non si ama l’amore? Ecco pertanto questo forestiero sulla terra, dopo aver pregato Dio che non gli nasconda i suoi comandamenti (nei quali si prescrive, o esclusivamente o soprattutto, l’amore) dichiarare apertamente che egli vuole l’amore verso l’amore stesso. Dice: In ogni tempo la mia anima ha bramato avere il desiderio delle vie della tua giustizia. Passione encomiabile, questa, non riprovevole. Non è di lei che sta scritto: Non desiderare 15, divieto che riguarda le passioni con cui la carne si solleva contro lo spirito 16. Questa invece è una brama per la quale lo spirito si leva contro la carne 17; e, se tu volessi trovare qualche passo scritturale nei suoi riguardi, troveresti: La brama della sapienza conduce al regno 18. E molte altre sono le testimonianze che riguardano questa concupiscenza in senso buono. È molto interessante notare che, quando si tratta di brama in senso buono, è sempre espresso l’oggetto che si desidera; al contrarlo, se si parla soltanto di concupiscenza, senza additarne l’oggetto, ha da intendersi in senso cattivo. Così nel passo che ho citato si dice: La brama della sapienza conduce al regno, Se non avesse specificato: Della sapienza, non avrebbe certamente affermato: ” La concupiscenza conduce al regno “. Viceversa l’Apostolo scrive: Io non conoscevo la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Tu non desidererai 19. Non specifica quale sia l’oggetto di quel desiderio né ciò che è proibito desiderare, eppure è certo che, esprimendosi in tal modo, egli si riferisce a una brama disordinata. Orbene, cosa desidera l’anima del nostro salmista? Dice: In ogni tempo la mia anima ha bramato avere il desiderio delle vie della tua giustizia. Ritengo che non ancora le desiderava quando bramava averne il desiderio. Per ” vie della giustizia ” infatti noi intendiamo le azioni giuste, cioè le opere di giustizia. Ora, se tali risultati non hanno raggiunto coloro che ne hanno il desiderio, quanto doveva distarne uno che in quel momento sentiva solo il desiderio del desiderio? E quanto debbono esserne distanti coloro che non provano nemmeno un tal desiderio del desiderio?

Amare l’amore, desiderare d’avere il desiderio.

4. Sorprende come mai di un desiderio possa aversi la brama e come non sia in noi il desiderio quando del desiderio è in noi la brama. Non è infatti, il desiderio, una realtà corporea dotata di bellezza, come ad esempio l’oro o la carnagione d’una persona avvenente, che essendo al di fuori dell’uomo la si può bramare senza esserne in possesso. Chi non sa al contrario che la brama, come anche il desiderio, sono all’interno dell’uomo? Da cui il problema: come si fa a bramare un desiderio, quasi che sia una cosa importata dal di fuor? O anche: come può aversi la brama di un desiderio senza che si abbia lo stesso desiderio? Poiché il desiderio, in effetti, non è altro che una brama. Difatti desiderare equivale a bramare. Come descrivere una tale insoddisfazione, così sorprendente e insieme così misteriosa? Eppure si tratta di una realtà. Immaginatevi un malato che provi della nausea e si proponga di superarla. Mentre brama essere esente dal suo disturbo, brama certo contemporaneamente provare desiderio del cibo. E per quanto la nausea che prova il malato sia di ordine fisico, tuttavia la brama che lo porta a desiderare il cibo, cioè a superare la nausea, è una realtà che si situa nell’animo, non nel corpo. A determinarla non sono né la gola né il palato, il cui piacere è minimizzato dalla nausea; ma è un fatto razionale di chi vuol ricuperare la salute, ottenuta la quale prevede abbia a scomparire anche l’intolleranza del cibo. Nulla di strano quindi che l’animo desìderi perché siano suscitati nel corpo certi desideri, se è vero che si hanno casi in cui desidera l’animo senza che desideri il corpo. Quanto però al desiderio delle vie della giustizia di Dio, come farò a bramarlo se brama e desiderio sono, in tal caso, tutt’e due nell’anima e sono tutt’e due nell’ordine del bramare? Come fo ad avere nell’unico e identico animo la brama di un tale desiderio senza avere insieme il desiderio stesso? O non si dovrà per caso asserire che si tratta di due e non di una sola realtà? Perché mai dovrei io bramare il desiderio delle vie della giustizia e non bramare le stesse vie piuttosto che il loro desiderio? Anzi, come mi sarà possibile bramare il desiderio di queste vie senza bramare le vie in se stesse, se è vero che io in tanto ne bramo il desiderio in quanto bramo la loro stessa realtà? In effetti, se ciò corrisponde a verità, la brama che io sento è per le vie della giustizia in se stesse. Ma allora, se le ho nella realtà e sento di averle, che bisogno ho di bramarne il desiderio? Questo dico in quanto io non potrei bramare d’aver un desiderio per la giustizia se non bramassi la giustizia [in se stessa]. Non sarà quindi, questo, un caso in cui vale ciò che dicevo sopra, e cioè che occorre amare l’amore con cui si amano le cose che si debbono amare? Come, per converso, si deve odiare l’amore con cui si amano le cose che non si debbono amare. Infatti noi [cristiani] odiamo quella concupiscenza per la quale la carne nutre desideri contrari a quelli dello spirito: e cos’è questa concupiscenza se non un amore disordinato 20? Amiamo invece quella concupiscenza per la quale lo spirito nutre desideri contrari a quelli della carne; e cos’è questa concupiscenza se non un amore santo? E quando diciamo che una tale concupiscenza è da amarsi, cos’altro diciamo se non che è da bramarsi? Per cui, se è bene desiderare le vie della giustizia di Dio, è bene anche avere desiderio di un tale desiderio. Con altre parole si potrebbe dire: se è bene amare le vie della giustizia di Dio, è bene anche amare l’amore per le medesime vie di Dio. O dovremmo, forse, trovare una qualche differenza fra ” bramare ” e ” desiderare “? Non nel senso che la brama non sia desiderio, ma nel senso che non tutte le brame sono desideri. Si bramano infatti sia le cose che si Posseggono sia le cose che non si posseggono, poiché è la brama a far godere all’uomo le cose che possiede, mentre col desiderio si bramano solo le cose di cui si è privi. Cos’è dunque il desiderio se non la brama di cose assenti? Ma quand’è che le vie della giustizia di Dio sono a noi assenti se non quando non le conosciamo? Ovvero, dovremo considerarle come assenti quando, pur conoscendole, non le pratichiamo? Cosa sono infatti le vie di giustizia di Dio se non le opere di giustizia che compiamo e non le sole parole che diciamo? Intese in questo modo, esse potrebbero anche non essere desiderate in se stesse, data la debolezza dell’anima umana, mentre con la ragione speculativa (la quale ne vede l’utilità salutare) si potrebbe desiderare d’averne almeno il desiderio. Capita infatti spesso che noi vediamo il da farsi ma non passiamo all’azione, e questo proprio perché non è in noi il gusto di agire, anche se proviamo il desiderio che un tal gusto ci venga. L’intelligenza si muove più celermente, mentre l’inclinazione della volontà è nell’uomo più debole, sicché segue con lentezza e talora non segue per niente. Il salmista pertanto bramava possedere il desiderio di certe cose che vedeva buone, nel senso che desiderava provare il gusto di quelle cose di cui vedeva la ragionevolezza.

Nella vie della giustizia si procede a tappe.

5. Notiamo ancora come non dica: L’anima mia brama avere il desiderio delle vie della tua giustizia, ma: Ha bramato. Infatti può darsi che questo forestiero sulla terra già si trovasse nella condizione di chi ha ottenuto l’oggetto del suo desiderio e che già desiderasse in se stesse le cose di cui, a quanto ricorda, un tempo aveva bramato provare il desiderio. Ma, se le desiderava, perché non le possedeva? Non c’è infatti ostacolo che impedisca il possesso d’elle vie della giustizia divina all’infuori della mancanza del desiderio. Non le si possiede, cioè, quando, pur avendone chiarissima la notizia, non se ne prova amore. O forse già le possedeva e le praticava (infatti poco dopo afferma: Il tuo servo si esercitava nelle vie della tua giustizia 21), ma vuol mostrarci per quali tappe si arrivi alla meta? In effetti, il primo momento è vedere quanto siano utili e oneste, successivamente occorre la brama di averne il desiderio, finalmente si richiede che questo lume cresca e che, raggiunta la [perfetta] salute, si provi gusto nel praticarle come prima se ne gustava la ragionevolezza. Ormai però il presente discorso è divenuto lungo, sicché il seguito del salmo occorrerà trattarlo con maggior agio in un altro, con l’aiuto del Signore.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 9

Il superbo non ha il senso della giustizia.

1. [v 21.] Le parole che il salmo soggiunge e che ora dobbiamo esporre ci invitano a pensare all’origine della nostra miseria. Sopra ci aveva detto: L’anima mia ha bramato avere in ogni tempo il desiderio delle vie della tua giustizia, averlo cioè tanto nelle prosperità come nelle avversità, poiché il gusto della giustizia dobbiamo averlo anche in mezzo ai disagi e ai dolori. Non sarebbe infatti conveniente amare la giustizia quando viviamo giorni sereni per abbandonarla quando arriva la burrasca. Al contrario dobbiamo tenerci uniti a lei ininterrottamente. È quanto ci inculca il salmo aggiungendo immediatamente: Tu hai rimproverato i superbi; maledetto chi si allontana dai tuoi comandamenti. Allontanarsi dai comandamenti di Dio è quel che fanno i superbi. Una cosa infatti, è trasgredire i comandamenti di Dio per fragilità o ignoranza e un’altra abbandonarli per superbia, come fecero i progenitori che, generandoci a questa vita mortale, ci immersero nei mali che sopportiamo. Li incantarono le parole: Sarete come dèi 1 e così si allontanarono dal comandamento di Dio. Sapevano cosa egli aveva ordinato e con estrema facilità potevano rispettare il suo comando, dato che non avevano in sé alcuna debolezza che li distogliesse o ostacolasse o ritardasse; eppure per superbia lo trasgredirono. Sicché tutta la serie di malanni che rende dura e infelice la vita dei mortali è in certo qual modo un rimprovero continuato contro i superbi che si trasmette per eredità. In tal modo, quando Dio disse: Adamo, dove sei? 2 non lo disse in quanto gli era sconosciuto il luogo dove l’uomo si nascondeva: era solo un rimprovero mosso a chi era stato superbo. Né voleva conoscere dove [spiritualmente] si trovasse, dopo il peccato, cioè lo stato di miseria a cui si era ridotto. Era solo una domanda con cui lo sgridava e richiamava [a sé]. E nota a questo riguardo cui come il salmo non dice: “Maledetti coloro che si allontanarono dai tuoi comandamenti”, come riferendosi esclusivamente al peccato dei primi uomini, ma dopo aver detto: Tu hai rimproverato i superbi, dice: Maledetto chi si allontana. Era infatti necessario che, sulla base di quel primo esempio, tutti gli uomini temessero di trasgredire i comandamenti di Dio e amassero ininterrottamente la giustizia, per ricevere, sia pure frammisti con gli stenti della vita presente, i beni che avevamo perduti quando si era nella felicità del paradiso.

Da schernitori del nome cristiano a testimoni di Cristo.

2. [v 22.] L’uomo però è superbo e non depone la sua alterigia nemmeno dopo la tremenda lezione che gli è toccata. Pur prostrato da una pena gravissima che lo condanna al lavoro e alla morte, egli si gonfia di superbia e vanità, scimmiottando l’ambizione di chi è destinato a cadere e beffandosi dell’umiltà di quanti si risollevano dalla caduta. Per uomini di questa sorta prega il corpo di, Cristo con le parole: Togli via da me lo scherno e il disprezzo, poiché ho ricercato le tue testimonianze. Testimonianza in greco si dice ” martirio “: parola che noi usiamo ordinariamente in vece del corrispondente termine latino. Tanto è vero che, volendo designare coloro che affrontarono umiliazioni e tormenti al fine di rendere testimonianza a Cristo e lottarono fino alla morte in difesa della verità, noi li chiamiamo non ” testimoni ” (come occorrerebbe chiamarli con parola latina) ma ” martiri “, che è una parola greca. Essendovi quindi l’espressione più che familiare e gradita, leggiamo le parole del salmo come se suonassero: Togli via da me lo scherno e il disprezzo, perché ho ricercato i tuoi martiri. Quando il corpo di Cristo pronuncia queste parole, dimostra forse di considerare una punizione il fatto che gli tocca subire obbrobri e derisioni da parte degli empi e dei superbi, mentre al contrario è per tali sofferenze che raggiunge la corona? Perché allora chiede che gli siano risparmiate, quasi fossero un peso grave ed insopportabile? Non dovremo per caso pensare che egli (come ho detto prima) preghi per i suoi stessi nemici, ai quali vede quanto sia dannoso il rinfacciare ai Cristiani la fedeltà al nome santo di Cristo quasi costituisca una vergogna? O non sarà per loro una disgrazia il persistere nella superbia, anzi il crescervi, al segno da disprezzare quella croce che, sebbene derisa dai Giudei, conteneva tutta la medicina dell’umiltà cristiana, la quale unica è in grado di guarirci da quell’alterigia e gonfiezza che ci portò a cadere e, una volta caduti, ci ha riempiti di orgoglio ancora più grande? Parli dunque il corpo di Cristo (ora infatti sa amare i suoi nemici 3) e dica al Signore suo Dio: Togli via da me lo scherno e il disprezzo, perché ho ricercato i tuoi martiri. Cioè: togli via da me gli scherni che mi tocca udire per aver io ricercato i tuoi martiri e il disprezzo che per lo stesso motivo subisco. Tu mi comandi di amare i nemici, ma io vedo che questi miei nemici in un continuo crescendo disprezzano e calunniano in me i tuoi martiri. Comportandosi così, essi sprofondano sempre più nella morte e nella rovina, mentre invece, se riuscissero a venerare in me i tuoi martiri, certamente riconquisterebbero la vita e sarebbero [da te] ritrovati. Difatti è avvenuto esattamente così. È una cosa che tutti constatiamo. Ecco, ad esempio, il martirio di Cristo. Anche per i profani, anche per la gente di questo mondo non è più una vergogna ma titolo ambito di vanto. E guardiamo alla morte dei santi di Dio. Essa è preziosa non solo agli occhi del Signore 4, ma anche dinanzi agli uomini. I martiri non solo non vengono vilipesi ma si tributano loro onori insigni. Ripensiamo a quel figlio minore che, mentre se ne stava a pascere i porci (mentre cioè tributava il suo culto ai demoni), perseguitava la minuscola porzione [di eredità] che vedeva assegnata anzi tempo (secondo lui) ai pochissimi Cristiani. Eccolo ora predicare col massimo ardore religioso, fra tutti i popoli e in mezzo a nazioni sconfinate la gloria di quei martiri sui quali poc’anzi riversava gli insulti. Ora egli esalta con somme lodi coloro che prima disprezzava; e se prima era veramente morto, poi è tornato in vita; se era perduto, è stato ritrovato 5. È questo il grande profitto del ravvedimento, della conversione e della redenzione che viene offerto ai nemici del corpo di Cristo: profitto del quale or ora questo stesso corpo diceva: Togli via da me lo scherno e il disprezzo. E come se gli si chiedesse quale fosse il motivo d’un tale scherno e disprezzo, aggiunge: Poiché ho ricercato i tuoi martiri.

L’amore verso i nemici incantò e fece ravvedere i persecutori.

3. [vv 23.24.] Dove sono ora quello scherno e quel disprezzo? Sono scomparsi, svaniti. Siccome i persecutori, un tempo perduti, ora sono stati ritrovati, lo scherno e il disprezzo sono stati eliminati. Quando invece la Chiesa così pregava, subiva ancora le umiliazioni. Dice: I principi sedevano e sentenziavano contro di me. La persecuzione era accanita, come dimostra il fatto che i principi la deliberavano seduti, cioè dall’alto della loro sede in Tribunale. Riferisci l’asserto al nostro Capo: troverai che i capi del giudaismo stavano seduti quando cercavano la maniera di uccidere Cristo 6. Riferiscila al suo corpo, cioè alla Chiesa: troverai re di questo secolo progettare e impartire ordini al fine di eliminare i Cristiani da tutto il mondo. I principi sedevano e sentenziavano contro di me; il tuo servo però si esercitava nelle vie della tua giustizia. E se ti piace conoscere quale fosse l’esercizio a cui si dedicava, cerca di capire le parole che aggiunge: Difatti le tue testimonianze sono la mia meditazione e le vie della tua giustizia la norma delle mie scelte. Ricorda quanto sopra dicevo, e cioè che le testimonianze altro non sono se non i martiri. Ricorda ancora come, tra le vie di giustizia indicate dal Signore, nessuna è più ardua e più mirabile di quella di amare i nemici. Subito comprenderai come si esercitasse in quei momenti il corpo di Cristo: meditava i suoi martiri e amava coloro dai quali riceveva scherni e derisioni e che, proprio a causa di quei martiri, lo perseguitava 7. Come infatti abbiamo inculcato sopra, egli non prega per sé ma per i persecutori quando dice: Togli da me lo scherno e il disprezzo 8. Questa dunque la situazione: I principi sedevano e sentenziavano contro di me, ma il tuo servo si esercitava nelle vie della tua giustizia. In che modo? Infatti le tue testimonianze sono la mia meditazione e le vie della tua giustizia la norma delle mie scelte. Deliberazione contro deliberazione. I principi si assidono e decretano di sbarazzarsi dei martiri di Cristo; i martiri col loro soffrire decretano di riscattare i nemici ormai perduti. Gli uni rendono il male per il bene; gli altri il bene per il male. Che sorpresa quindi che gli uni a furia di uccidere siano venuti meno, mentre gli altri morendo abbiano riportato vittoria? Che sorpresa, dico, che i martiri abbiano sopportato con somma pazienza la morte temporale loro inflitta dall’infuriare del mondo pagano e che i pagani, proprio per le preghiere dei martiri, siano potuti arrivare alla vita eterna, se è vero che il corpo di Cristo affronta le prove meditando i [divini] martiri e nella sua preghiera invoca il bene a vantaggio degli efferati persecutori dei martiri?

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 10

Liberarsi dall’asservimento alle cose terrene.

1. [v 25.] Continuando l’esposizione di questo salmo assai ampio, dobbiamo meditare e approfondire, con l’aiuto del Signore, il seguente versetto: La mia anima è stesa sul pavimento; dammi la vita secondo la tua parola. Cosa vuol dire: La mia anima è stesa sul pavimento? Lo si ricava dal seguito. Dicendo infatti: Dammi la vita secondo la tua parola, in quello che precede (cioè quando dice: La mia anima è stesa sul pavimento) esprime la causa che l’induce a chiedere d’essere riportato in vita. Chiede di tornare in vita perché la sua anima era stesa al suolo. Sarebbe quindi sorprendente che le sue parole si riferissero a un bene. In altri termini l’intera frase non significa altro che: “Io sono morto, ridammi la vita”. Ma allora cos’è quel pavimento [su cui è prostrato]? Se volessimo raffigurarci il mondo come un’immensa casa, troveremmo che il cielo è, per così dire, la volta, mentre la terra ne è il pavimento. Pertanto il salmista esprime la volontà di essere liberato dall’asservimento alle cose terrene per poter dire con l’Apostolo: La nostra dimora è nel cielo 1. Sa infatti che l’attaccamento alle cose terrene è morte per l’anima e, contro questa sventura, egli chiede di vivere con le parole: Dammi la vita.

Superare le tendenze deteriori.

2. Il salmista aveva detto poc’anzi parole da cui traspariva piuttosto la sua unione con Dio, e non che fosse disteso sul pavimento: parole che indicavano come la sua dimora fosse non fra le cose terrene ma fra quelle celesti. In tale contesto dobbiamo qui indagare come convengano a lui le parole di questo versicolo. Come infatti può dirsi che stia immerso in cose terrene uno che dice: Il tuo servo però si esercitava nelle vie della tua giustizia; difatti le tue testimonianze sono la mia meditazione e le tue prescrizioni la norma delle mie scelte 2? Queste sono le parole che precedono il nostro versicolo, dove, sviluppandosi il discorso, si afferma: La mia anima è stesa sul pavimento. Non dovremo quindi per caso intendere il testo nel senso che l’uomo, per quanto abbia progredito nelle vie del Signore, porta sempre con sé quell’inclinazione, insita nella sua carne mortale per cui si sente portato alle cose di questo mondo, le quali costituiscono per lui una continua tentazione finché rimane sulla terra 3? Da questa condizione di morte se uno con perseveranza cerca di sottrarsi, si può dire di lui che ogni giorno rivive; e sorgente della sua vita è colui che con la sua grazia lo rinnova di giorno in giorno nell’uomo interiore 4. Situazione consimile troviamo anche nell’Apostolo. Quando diceva: Finché siamo nel corpo siamo esuli dal Signore 5, e quando esprimeva il desiderio di essere svincolato [dal corpo] per essere con Cristo, era come se la sua anima fosse stesa sul pavimento. Inoltre per ” pavimento ” possiamo intendere, senza cadere nell’assurdo, il nostro corpo in quanto tratto dalla terra. Difatti, siccome il corpo è corruttibile e appesantisce l’anima 6, a buon diritto finché si è uniti ad esso si geme e si grida a Dio: La mia anima è stesa sul pavimento; dammi la vita secondo la tua parola. Questo non vuol dire che nell’eternità noi saremo con Dio senza il nostro corpo 7. Saremo col corpo; ma siccome esso sarà incorruttibile, non appesantirà l’anima; e quindi, se riflettiamo bene, non saremo noi che ci abbasseremo per unirci al corpo, ma sarà il corpo che si unirà a noi come noi a Dio. Di questo parlava quell’altro salmo che diceva: È per me cosa buona stare unito a Dio 8. Il nostro corpo pertanto vivrà di noi tenendosi unito a noi; noi poi vivremo di Dio, poiché cosa buona è per noi stare uniti a Dio. Quanto invece all’unione a cui si riferiscono le parole del salmo: La mia anima è stesa sul pavimento, mi sembra che non sia quella esistente fra l’anima e il corpo (sebbene alcuni abbiano proposto questa interpretazione) ma quell’inclinazione deteriore per la quale la carne nutre brame opposte a quelle dello spirito 9. Ora, se s’intendono nel senso giusto le parole: La mia anima è stesa sul pavimento; dammi la vita secondo la tua parola, chi pronuncia questa invocazione non chiede di essere liberato dal corpo mortale mediante la morte fisica (cosa riservata all’ultimo giorno della presente vita mortale, il quale non può essere distante se la vita nel suo insieme è tanto breve!), ma chiede che la concupiscenza che si ribella contro lo spirito perda continuamente vigore. Viceversa, deve svilupparsi costantemente il desiderio che lo spirito nutre contro la carne, sicché alla fine l’una si estingua totalmente in noi mentre l’altro ha da raggiungere la perfezione ad opera dello Spirito Santo che ci è stato donato.

Il Signore ci insegni le sue vie.

3. [v 26.] A ragione non dice: Dammi la vita secondo il mio merito ma secondo la tua parola, vale a dire, secondo la tua promessa. Vuole essere un figlio della promessa, non un orgoglioso, affinché rimanga stabile anche per lui la promessa, frutto della grazia, che dovrà estendersi all’intera figliolanza. Così infatti suona la parola della promessa: Da Isacco prenderà nome la tua posterità; cioè: Non sono figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza saranno considerati i figli della promessa 10. In realtà, cosa fosse il salmista di per se stesso lo dichiara nelle parole che seguono. Ti ho palesato le mie vie – dice – e tu mi hai esaudito. È vero che alcuni codici leggono: Le tue vie, ma la maggioranza, soprattutto dei greci, legge: Le mie vie, senza dubbio cattive. Non mi sembra quindi che voglia dir altro che questo: ” Io ti ho confessato i miei peccati e tu mi hai esaudito, cioè me li hai perdonati “. Insegnami le vie della tua giustizia. Io ti ho confessato i miei traviamenti e tu me li hai totalmente perdonati; ora insegnami tu le tue vie. Insegnamele in modo che le traduca in opere, e non soltanto perché io sappia cosa debba fare. Come infatti del nostro Signore si dice che non ha conosciuto il peccato 11, intendendosi con questo che non lo ha commesso, così dell’uomo si dice che conosce veramente la giustizia quando la pratica. È questa la preghiera di uno che sta avanzando [nel bene]. Se infatti non avesse incominciato per nulla a praticare la giustizia, non potrebbe esprimersi con le parole dette sopra: Il tuo servo si esercitava nelle vie della tua giustizia 12. Se quindi dal Signore vuol apprendere le sue vie, non saranno certamente quelle in cui già si viene esercitando; è un desiderio di giungere, dalla mèta conseguita, ad altre superiori progredendo o, per così dire, crescendo in tale direzione.

Evitare lo scoraggiamento.

4. [vv 27.28.] Continuando dice: Suggeriscimi la tua via la via della tua giustizia o – come leggono alcuni codici – insegnami: senso che traspare più chiaramente dal testo greco ove si ha: Fammi comprendere. E io mi eserciterò nelle tue meraviglie. Chiama meraviglie di Dio le conquiste più ampie che egli intende raggiungere progredendo nella via della giustizia. Riteniamo quindi che nella giustizia divina ci siano delle vie talmente mirabili che non si possano battere, a causa dell’umana fragilità, da quanti non ne abbiano fatto esperimento. Il Salmista è provato: si sente in certo qual modo oppresso dalla loro stessa difficoltà, e quindi insiste: Per il tedio la mia anima si è addormentata; rafforzami nelle tue parole. Che significa: Si è addormentata, se non che un freddo l’ha intirizzita al segno che essa ricusa di sperare quelle promesse che prima aveva fiducia di conseguire? Ma continua: Rafforzami nelle tue parole, sicché non abbia ad addormentarmi né decada da quelle mete che mi sento d’aver conseguito. Rafforzami dunque nelle tue parole, che io già posseggo e pratico, affinché sulla loro base progredendo possa tendere ad altre mete.

Legge delle opere e legge della fede.

5. [v 29.] Ma cos’è che impedisce all’uomo d’avanzare sulla via della giustizia divina e di raggiungerne facilmente le mirabili o altezze? Che cosa, se non quel che [il salmista] nel verso successivo invoca gli venga sottratto? Eccolo infatti dire: Allontana da me la via dell’iniquità. E siccome la legge delle opere subentrò perché il delitto raggiungesse il colmo 13, egli proseguendo esclama: E nella tua legge abbi pietà di me. In quale tua legge se non quella della fede? Ascolta l’Apostolo: Dov’è dunque il tuo vanto? È eliminato. In forza di quale legge? Forse quella delle opere? No, ma per la legge della fede 14. Per questa legge della fede noi crediamo e preghiamo Dio che con la sua grazia ci doni la possibilità di compiere quel bene che con le nostre forze non siamo in grado di compiere; e non succeda che noi, ignorando la giustizia di Dio e volendo stabilire una nostra giustizia, ci sottraiamo alla giustizia di Dio 15. In una parola, nella legge delle opere si esplica la giustizia di Dio che comanda, nella legge della fede al contrario la misericordia di Dio che soccorre.

Dono di Dio è agire non per forza ma per amore.

6. [vv 30-32.] Dopo aver detto: E nella tua legge abbi pietà di me, considerando come in prescrizione (se è lecito esprimersi così) i benefici divini ormai ottenuti, passa a chiedere quelli che gli resta ancora da ottenere. Dice: La via della verità ho scelto, i tuoi giudizi non dimentico. Mi sono attaccato alle tue testimonianze; o Signore, non farmi arrossire. Ho scelto la via della verità per correre in essa; non dimentico i tuoi giudizi, per i quali sono in grado di correre. Mi sono attaccato alle tue testimonianze mentre correvo. O Signore, non farmi arrossire, ma fa’ che io tenda continuamente alla meta della mia corsa e vi giunga. Non conta infatti né colui che vuole o né colui che corre, ma Dio che usa misericordia 16. E prosegue: Ho corso nella via dei tuoi comandamenti quando tu dilatasti il mio cuore. Non avrei corso se tu non mi avessi dilatato il cuore. In questo verso si descrive in base a che abbia potuto dire prima: La via della verità ho scelto, i tuoi giudizi non dimentico; mi sono attaccato alle tue testimonianze. Si tratta di una corsa nella via dei comandamenti di Dio; e il salmista l’ascrive non ai meriti propri ma ai numerosi benefici di Dio. Immagina che gli venga chiesto: Come hai fatto a percorrere codesta via? Come l’hai scelta? E come sei riuscito a non dimenticare le disposizioni di Dio e ad aderire alle sue testimonianze? L’hai forse fatto con le tue forze? No, risponde. Come allora? Eccotelo! Io ho corso nella via dei tuoi comandamenti – dice – quando tu dilatasti il mio cuore. Non dunque in forza del mio libero arbitrio, il quale sarebbe stato, per così dire, autosufficiente e non bisognoso del tuo soccorso, ma quando tu dilatasti il mio cuore. La dilatazione del cuore altro non è che il gusto per la giustizia; e questo è un dono di Dio, mediante il quale camminiamo nei suoi precetti non compressi dal timore ma dilatati dall’amore e dall’attrattiva della giustizia. È questa dimensione della giustizia che ci promette Dio quando dice: Io abiterò in mezzo a loro e vi camminerò 17. Quanto dev’essere spazioso il luogo dove cammina Dio! Data poi una tale ampiezza, si diffonde nei nostri cuori la carità ad opera dello Spirito Santo che ci è stato donato 18. Per cui è anche scritto: Le tue acque scorrano nelle tue piazze 19. Infatti ” piazza ” è un nome che, stando all’etimo greco, deriva da ” larghezza “, cioè da , che vuol dire spazioso. A proposito di talli acque il Signore gridava: Chi ha sete venga a me; e ancora: Chi crede in me, dal suo intimo scaturiranno fiumi di acqua viva. E l’Evangelista, spiegando il significato dell’espressione, scriveva: Diceva questo riguardo allo Spirito che avrebbero ricevuto coloro che avrebbero creduto in lui 20. Si potrebbero dire molte altre cose su questa dilatazione del cuore, ma già siamo oltre il limite consentito al presente discorso.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 11

Legge che opprime e legge che dilata.

1. [v 33.] Ecco il testo di questo lungo salmo che con l’aiuto del Signore dobbiamo esaminare ed esporre. O Signore, imponimi la [tua] legge, [palesami la] via che conduce alla tua giustizia, e io la ricercherò sempre. Dice l’Apostolo: La legge non fu posta per i giusti ma per gli ingiusti e i ribelli e gli altri che elenca fino al punto dove dice: E per tutto quanto (se ce n’è ancora) si oppone alla sana dottrina, cioè alla dottrina conforme a quel Vangelo del la gloria del Dio beato che è stato affidato a me 1. Orbene, l’uomo che esclama: O Signore, imponimi la legge, era forse simile a coloro ai quali il beato Paolo dice che fu necessario imporre la legge? No davvero! Se infatti fosse stato così peccatore, non avrebbe potuto dire più sopra: Ho corso nella via dei tuoi comandamenti, quando tu dilatasti il mio cuore. In che senso allora prega che il Signore gli imponga la legge, se la legge non si può imporre al giusto? O non sarà piuttosto vero che la legge non viene imposta al giusto allo stesso modo come venne imposta a quel popolo ostinato, al quale la si diede scritta in tavole di pietra 2 e non su tavole di cuori umani 3? Sì, la legge che si esclude dal giusto è la legge tipo quella del Vecchio Testamento, stipulato sul monte Sinai e che genera alla schiavitù 4. Non è la legge che si adegua al Nuovo Testamento, del quale scriveva il profeta Geremia: Ecco venire i giorni – oracolo del Signore – e io stringerò con la casa di Israele e la casa di Giuda una nuova alleanza: non un’alleanza alla maniera di quella che avevo stretta coi loro padri, nel giorno che li presi per mano per condurli fuori dalla terra di Egitto, alleanza che essi violarono e [per questo] io li abbandonai, dice il Signore. Ma questa sarà l’alleanza che io stringerò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore; Io metterò la mia legge nella loro mente e la scriverò nel loro cuore 5. In questo senso il salmista vuole che il Signore gli imponga la legge. Non come fu imposta agli ingiusti e ai ribelli del Vecchio Testamento, cioè su tavole di pietra, ma come viene data ai santi, ai figli della donna libera, cioè della Gerusalemme celeste: i quali sono figli della promessa, figli dell’eredità eterna. A loro la legge viene comunicata interiormente e scritta nel cuore dallo Spirito Santo che opera come dito di Dio. Non sarà una legge che essi manderanno a memoria senza curarsene nella vita, ma una legge che conosceranno con la mente e tradurranno in opere mediante la forza dell’amore. Agiranno infatti mossi dall’amore che dilata, non dal timore che opprime. È certo che chi compie le opere della legge per timore della pena e non per amore della giustizia agisce contro voglia e, se fosse possibile, vorrebbe che tali opere non gli fossero comandate per niente. In tal modo però non può dirsi amico della legge, che vorrebbe abolita; ne è infatti nemico, né può essere santificato con le opere essendo impuro nella volontà. Un uomo come questo non potrà mai dire le parole che poc’anzi pronunziava il salmista: Ho corso nella via dei tuoi comandamenti, quando tu dilatasti il mio cuore 6. Questa dilatazione del cuore è infatti l’amore, che, secondo l’Apostolo, è la pienezza della legge 7.

Il progresso nella via della salute.

2. In qual modo il salmista invoca che gli sia imposta la legge che già ha ricevuta, poiché senza di essa non avrebbe potuto correre con cuore dilatato sulla via dei comandamenti di Dio? Ma egli parla da persona ormai avanti [nelle vie della giustizia], da persona consapevole che il suo progresso è dono di Dio. Pertanto, se ancora chiede che gli sia imposta la legge, cosa mai potrà chiedere se non un progresso ulteriore nella stessa legge? È come quando tu tieni in mano un bicchiere pieno e t’appresti a darlo ad un assetato: egli lo vuota bevendo e col desiderio ti chiede [che glielo riempia ancora]. Quanto alla legge, quei trasgressori e ribelli 8 per i quali viene scritta su tavole di pietra, essa non li renderà certo figli della promessa ma li costituirà rei di violazione deliberata. Né molto diversamente è dell’uomo che, consapevole della legge, rifiuta di amarla: anch’egli è in qualche modo colpevole, in quanto il ricordo della legge è per lui come una pietra, su cui la legge stessa è scolpita, ma è una pietra che lo schiaccia, non che lo adorna; è un peso opprimente, non un titolo onorifico. Questa legge nel salmo è chiamata via che conduce alla giustificazione divina, ne è diversa dalla via dei comandamenti che l’autore ha già prima confessato d’aver percorso quando il suo cuore era dilatato. Egli dunque ha corso; ma corre ancora finché non abbia conseguito la palma della chiamata celeste rivoltagli da Dio 9. E per concludere notiamo come egli, dopo aver detto: O Signore, imponimi la [tua] legge, la via che conduce alla tua giustizia, aggiunge: E io la cercherò sempre. In che senso potrà ricercare una cosa che già possiede? Non sarà forse perché, pur avendola quando la mette in pratica, la cerca ancora per progredirvi?

Legge e verità di Dio.

3. Ma che significa: Sempre? Forse che la ricerca non avrà fine, come quando diceva: La sua lode sarà sempre sulla mia bocca 10? Le quali parole significano che mai avrà fine la lode [del Signore]. Infatti senza fine loderemo Dio quando saremo giunti al suo regno eterno, come sta scritto: Beati coloro che abitano nella tua casa; essi ti loderanno nei secoli dei secoli 11. O forse sempre è stato detto in riferimento alla vita presente perché è in tutta la vita che si deve progredire? Dopo la vita presente, al contrario, sarà stabilizzato nella perfezione colui che in questa vita doveva progredire. In termini analoghi è detto di certe donne che stanno sempre imparando; solo che esse imparano dottrine perverse, per cui proseguendo il sacro autore dice: Ma non pervengono mai alla verità 12. Viceversa, colui che quaggiù progredisce senza soste dal bene al meglio arriverà alla meta dove tendono i suoi sforzi ed ivi non avrà più da progredire perché chi è perfetto gode d’una stabilità senza fine. Inoltre, anche di quelle donne di cui è detto che stanno sempre imparando, bisogna precisare che esse non potranno dopo morte continuare ad apprendere le cose inutili e vane di prima, poiché a scuole di tal fatta non succederanno scuole eterne ma pene eterne. In breve, quaggiù, finché si compiono progressi nella legge di Dio, la si ricerca mediante il desiderio di conoscerla e di amarla; nell’aldilà se ne ha la pienezza e di essa si gode, e nulla rimane da ricercare ancora. In questo senso fu detta anche quella frase: Cercate sempre il suo volto 13. A cosa si riferisce, pertanto, quel sempre, se non al tempo presente? Infatti nell’eternità, quando vedremo Dio faccia a faccia 14, non cercheremo più il suo volto. Con altra accezione, se è giusto parlare di continua ricerca quando si ama una cosa senza provarne stanchezza e ci si industria per non perderla, è esatto anche dire che sempre, in maniera assoluta, senza fine noi ricercheremo la legge, cioè la verità, di Dio. Lo si dice in questo stesso salmo: La tua legge è verità. E riguardo alla verità, la si ricerca ora per ottenerla; dopo la si possederà senza mai abbandonarla. In senso analogo, dello Spirito di Dio si dice che scruta ogni cosa, anche le altezze di Dio 15: non certo per trovare cose a lui ignote, ma perché non c’è assolutamente nulla che sfugga alla sua conoscenza.

I due precetti principali della Legge.

4. [v 34.] Si inculca a noi con estremo vigore la necessità della grazia di Dio quando ascoltiamo, da uno che conosce la legge del Signore secondo la lettera, chiedere che ancora gli venga imposta una legge. In realtà il Salmista, sapendo che la lettera uccide mentre lo Spirito dà vita 16, prega che gli sia dato lo Spirito per realizzare nella pratica ciò che mediante la lettera conosce, affinché non gli succeda che, conoscendo il precetto e non potendolo osservare, gli si aggiunga alle altre la colpa della prevaricazione. Notiamo a questo punto che nessuno, se non ha ricevuto dal Signore il dono dell’intelletto, è in grado di conoscere adeguatamente la legge, cioè di comprendere cosa si prefigga la legge, per quale ragione sia stata imposta anche a coloro che non l’avrebbero osservata e che vantaggio abbia l’essere la legge subentrata perché abbondasse il delitto 17. Avendo dinanzi allo sguardo questa problematica prosegue dicendo: Dammi l’intelletto e scruterò la tua legge, e la custodirò con tutto il mio cuore. Quando uno ha scrutato la legge e ne ha raggiunto le sommità, dalle quali essa totalmente dipende, deve necessariamente amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e il prossimo come se stesso. Da questi due precetti infatti dipendono tutta la Legge e i Profeti 18. Un tale risultato sembra promettere [il salmo] con le parole: E io la custodirò con tutto il mio cuore.

5. [v 35.] Per una tale conquista non gli sono sufficienti le proprie forze ma dev’essere aiutato da colui che, dopo avergli dato il precetto, lo sostenga nell’adempiere il precetto stesso. Per questo dice: Conducimi lungo il sentiero dei tuoi comandamenti, perché questo [sentiero] io ho prescelto. Insufficiente è la mia volontà se tu non mi conduci alla meta che mi sono prefisso. Si riferisce senza dubbio al sentiero, cioè alla via, dei comandamenti di Dio nella quale più avanti diceva di correre col cuore dilatato dal Signore; e se la chiama sentiero, è perché si tratta della via stretta che conduce alla vita 19, in essa però, per quanto sia stretta, non corre se non chi ha largo il cuore.

Avarizia e amore disinteressato.

6. [v 36.] Il salmista è un proficiente, uno che ancora ha da correre; e per questo implora l’aiuto di Dio con cui arrivare alla meta, perché il successo non è di chi vuole né di chi corre ma di Dio che usa misericordia 20. Ancora. Siccome lo stesso volere è di Dio che lo opera in noi 21 – dal Signore infatti viene preparata la volontà -, per questo prosegue e dice: Piega il mio cuore verso le tue testimonianze e non verso l’avarizia. Che significa avere il cuore rivolto ad una cosa se non volere quella tal cosa? Egli dunque già prima la voleva, e ora prega per volerla. La voleva quando diceva: Conducimi nel sentiero dei tuoi comandamenti, perché questo ho prescelto; prega per volerla ancora quando dice: Piega il mio cuore verso le tue testimonianze e non verso l’avarizia. Ovviamente prega per divenire più perfetto nella scelta della sua volontà. Quanto alle testimonianze di Dio, cos’altro sono se non le attestazioni che Dio dà di se stesso? Infatti la testimonianza è qualcosa che serve a provare, e pertanto attraverso le testimonianze di Dio sono provate le vie della sua giustizia e i suoi comandamenti. Ogni cosa che Dio vuole farci accettare ce la presenta convalidata con le sue testimonianze. È verso queste testimonianze che il salmista chiede gli sia orientato il cuore, non verso l’avarizia. Infatti con le sue testimonianze Dio si propone di ottenere che noi lo serviamo disinteressatamente, mentre l’avarizia, radice di tutti i mali, tende proprio ad impedirci questo servizio. Nel nostro salmo l’avarizia è chiamata con un termine greco che permette di intenderla nella accezione più ampia e cioè nel senso di desiderio smodato di possedere. Infatti corrisponde al latino plus (= più) ed significa habitus (= abitudine) derivando dal verbo habere (= avere). La , dunque, deriva da ” avere di più “, e i traduttori latini in questo passo scritturale l’hanno resa chi con interesse, chi con utilità, mentre altri meglio con avarizia. Ora l’Apostolo dice: Radice di ogni male è l’avarizia 22; ma nel testo greco, dal quale le sue parole sono state prese per essere tradotte nella nostra lingua, non si legge plonexia, come nel testo del presente salmo, ma , termine che significa esattamente ” amore al denaro “. Tuttavia, per interpretare bene le parole dell’Apostolo, occorre supporre che egli, usando questo termine, abbia voluto indicare il genere per la specie: cioè, menzionando l’amore al denaro, si sia voluto riferire all’avarizia in senso generale e universale, la quale è veramente la radice di tutti i mali. Tant’è vero che gli stessi progenitori non sarebbero stati ingannati dal serpente né decaduti [dal loro stato] se non avessero ambito di possedere più di quanto avevano ricevuto e di diventare superiori a quello che erano per creazione. Infatti questo avanzamento aveva loro promesso il serpente quando aveva detto: Sarete come dei 23. Per tale dunque andarono in rovina. Volendo ottenere più di quanto non avevano ricevuto, persero anche quello che avevano ricevuto. Traccia di questa verità, che è ormai patrimonio universale, è quel costume introdotto nel diritto forense per cui una causa cessa quando si chiede più [del dovuto]. Cioè: quando uno pretende più di quello che gli è dovuto perde anche quello che gli spettava. Quanto a noi, ogni avarizia è debellata quando si serve Dio con disinteresse. Come il santo Giobbe. A quali sentimenti lo incitava l’antico avversario quando nell’incalzare della tentazione diceva di lui: Forse che Giobbe serve Dio gratuitamente? 24 Il diavolo immaginava che quell’uomo giusto nel servire Dio avesse il cuore piegato all’avarizia e, soddisfatto dei vantaggi e dell’utilità che gli provenivano dai beni temporali di cui il Signore l’aveva colmato, servisse Dio da mercenario, cioè in vista di tali emolumenti. Quando fu raggiunto dalla tentazione si poté constatare in che misura fosse disinteressato il culto che Giobbe rendeva a Dio. Allo stesso modo per noi. Se non abbiamo il cuore rivolto all’avarizia, serviremo Dio unicamente per suo amore, in modo cioè che del culto a lui prestato lui solo sia la ricompensa. Amiamo dunque il Signore! Amiamolo in se stesso e in noi, e amiamolo nel nostro prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi o perché è già in possesso di Dio o perché vogliamo che lo possegga. E siccome questo [atteggiamento spirituale] ci viene dato per un dono di Dio ‘ è esatto che gli si dica: Piega il mio cuore verso le tue testimonianze e non verso l’avarizia. Le parole successive debbono però essere trattate in un altro discorso.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 12

In attesa della salvezza definitiva, gemiamo fra le vanità.

1. [v 37.] Nel salmo che stiamo esponendo siamo arrivati alle parole: Distogli i miei occhi dal vedere la vanità, nella tua via ridammi vita. Diametralmente opposte sono fra loro vanità e verità. Il mondo con le sue cupidige è vanità; la verità invece è Cristo, che ci libera dal mondo. Egli è anche la via, nella quale il salmista si augura d’essere vivificato, in quanto il medesimo Cristo è anche la vita. Diceva infatti: Io sono la via, la verità e la vita 1. Ma che significa: Distogli i miei occhi dal vedere la vanità? È mai possibile, finché siamo in questo mondo, non vedere la vanità, se sta scritto: Ogni creatura è soggetta alla vanità 2? Da queste parole si comprende che la vanità è nell’uomo, anzi, tutto è vanità. Cosa ne viene all’uomo da tutti i lavori che affronta sotto il sole? 3 Pregherà forse il salmista perché la sua vita non trascorra sotto il sole, dove ogni cosa è vanità, ma sia [nascosta] in colui presso il quale chiede di trovare la vita? E difatti Cristo ascese non solamente al di sopra del sole ma sopra tutti i cieli per riempire ogni cosa 4; e in lui, non nell’orbita del sole, vivono quanti ascoltano fruttuosamente l’esortazione dell’Apostolo: Cercate le cose di lassù, dove è Cristo, assiso alla destra del Padre; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Poiché siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio 5. Pertanto, se la nostra vita è là dov’è la verità, non sarà sotto il sole, dove regna la vanità. Purtroppo però di una meta così luminosa abbiamo soltanto la speranza, non il possesso effettivo; e le parole che diceva l’Apostolo le diceva contemperandosi alla nostra speranza. Tant’è vero che anche in quell’altro testo: La creazione è soggetta alla vanità, egli si sentì in dovere di aggiungere [la precisazione]: Non per sua scelta ma a causa di colui che ve la sottopose nella speranza 6. Provvisoriamente quindi noi siamo soggetti alla vanità, anche se abbiamo la speranza che un giorno contempleremo la verità e le saremo totalmente uniti. Difatti tutta la creazione di cui l’Apostolo parla, cioè tanto gli esseri spirituali quanto quelli materiali, animati o no, si ritrovano nell’uomo, o meglio sono l’uomo. La creazione quindi peccò deliberatamente e divenne nemica della verità e per questo fu giustamente punita divenendo, sia pure contro sua voglia, soggetta alla vanità. Continua infatti, dopo un poco, l’Apostolo: Né soltanto essa, ma anche noi stessi, che pure abbiamo le primizie dello spirito 7. Cioè: per quanto non ancora con tutto il nostro essere ma soltanto con quella porzione che ci rende superiori ai bruti, cioè con le primizie dello spirito, noi siamo soggetti a Dio, non alla vanità. Nonostante questo, però, anche noi gemiamo aspettando l’adozione, cioè la redenzione del nostro corpo. Nella speranza siamo stati salvati ma quando quel che si spera si vede, codesta non è più speranza; perché chi già vede una cosa, come fa a sperarla ancora? Che se invece speriamo quel che non vediamo, allora l’aspettiamo con pazienza 8. Finché dunque siamo sulla terra e portiamo il corpo di carne (quel corpo di cui, con la pazienza che è frutto della speranza, aspettiamo l’adozione e la redenzione), finché cioè viviamo sotto il sole, per questi elementi condizionati dal tempo noi siamo soggetti alla vanità. Sorge allora la domanda: Finché siamo in tali condizioni, come possiamo non vedere la vanità se ad essa, sia pure sorretti dalla speranza, siamo sottoposti? E come intendere le parole del salmo: Distogli i miei occhi affinché non vedano la vanità? Non chiederà per caso che le sue aspettative si adempiano non in questa vita, che è all’insegna della speranza, ma quando a suo tempo si troverà nella sorte felice di veder realizzate le sue aspirazioni? Quando cioè egli sarà liberato dall’asservimento alla corruzione e con lo spirito, l’anima e il corpo entrerà nella libertà gloriosa dei figli di Dio 9, dove finalmente non avrà più da vedere la vanità?

Dio, ricompensa della nostra vita buona.

2. In effetti le parole del salmo si potrebbero intendere in questa maniera, né sarebbe questa una interpretazione contraria alla norma della fede. Tuttavia il testo è suscettibile d’un’altra spiegazione che, lo dico francamente, a me piace di più. Dice il Signore nel Vangelo: Se il tuo occhio è limpido tutto il tuo corpo sarà luminoso. Se invece il tuo occhio è torbido tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è oscurità, quanto grandi saranno le tenebre! 10 È di somma importanza, cioè, che noi, quando compiamo un’opera buona, badiamo al fine in vista del quale la compiamo. Infatti il nostro dovere si valuta non sulla base dell’opera compiuta ma sul fine per cui la si compie. In altre parole, dobbiamo pensare non soltanto se sia buona l’opera compiuta ma anche, e soprattutto, se sia buono il fine per cui la compiamo. Ora il salmista prega che siano distolti dalla vanità (cosicché non la vedano) quegli occhi con i quali fissiamo le finalità che ci proponiamo nel nostro agire. Non vuole essere incantato dalla vanità né agire per suo influsso, allorché compie il bene. Nella vanità poi occupa il primo posto la ricerca del plauso degli uomini. Per suo amore compirono gesta notevoli coloro che passano come i grandi del mondo e che nel mondo pagano hanno riscosso i più grandi elogi. Essi ambivano la gloria non presso Dio ma presso gli uomini, e per ottenerla vissero con prudenza, fortezza, temperanza e giustizia. La raggiunsero di fatto e ne ricevettero adeguata ricompensa. Essendo vani, la loro ricompensa fu la vanità, quella vanità da cui il Signore voleva fossero distolti gli occhi dei suoi fedeli. Per questo diceva: Badate a non compiere le vostre opere buone dinanzi agli uomini per essere veduti da loro, altrimenti non ne avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli 11. Scende poi ad aspetti particolari della giustizia stessa e imparte precetti riguardo all’elemosina, all’orazione e al digiuno; ma sempre ammonisce di non agire con l’intenzione di ottenere la lode degli uomini. Anzi afferma che chi si comporta in questa maniera ha già ricevuto la sua ricompensa. Non otterrà quindi la ricompensa eterna che è riservata ai santi presso il Padre, ma la ricompensa di cui vanno a caccia coloro che nelle loro opere si prefiggono la vanità. Non che sia da disapprovarsi la lode umana in se stessa (cos’altro mai infatti dovrebbero desiderare gli uomini se non il piacere di quelle cose cui debbono conformare la propria vita?); ma il compiere il bene in vista del plauso degli uomini, questo è un agire da persone incantate dalla vanità. Che se al giusto viene tributata dai propri simili una qualche lode, piccola o grande che sia, egli non deve fare di essa il fine del suo retto agire, ma la stessa lode che riceve deve essere riferita a lode di Dio, per dono del quale compiono il bene coloro che sono veramente buoni. Se infatti sono buoni, non lo sono di per se stessi ma per un dono del Signore. Lo segnalava nello stesso discorso il Signore, quando ai discepoli diceva: Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, in modo tale che vedendo le vostre opere buone diano gloria al Padre vostro che è nei cieli 12. Ecco il fine che ci propone: la gloria di Dio, e a tal fine dobbiamo noi mirare quando compiamo il bene, se vogliamo che i nostri occhi siano effettivamente distolti dalla vanità. Quindi, il fine per cui agiamo bene non sia mai quello di ottenere il consenso degli uomini; e se dalla gente ci vengono elogi, indirizziamoli a chi di dovere: riferiamo ogni cosa a lode di Dio, da cui ci viene tutto quello che la gente, senza sbagliarsi, trova in noi di lodevole. Ma c’è di più. Se è vano compiere il bene per conseguire il plauso degli uomini, quanto più lo sarebbe se lo si compisse per ricavarne denaro, per accumulare tesori o conservarne la proprietà o per ottenere un qualche altro vantaggio, sempre d’ordine materiale, che ci toccasse solo dall’esterno? Veramente tutto è vanità e quale vantaggio ha l’uomo da tutta la stia fatica con cui si affanna sotto il sole? 13 Nel fare il bene non dobbiamo avere come movente nemmeno la nostra salute corporale, ma la salvezza che speriamo nella eternità, quando godremo del bene immutabile: bene che ci sarà donato da Dio, che anzi sarà Dio stesso. Se infatti i santi di Dio avessero compiuto il bene per amore della loro salute corporale, non si sarebbero mai avuti i martiri di Cristo che per compiere l’opera buona della loro professione di fede sacrificarono la loro stessa vita. Essi al contrario ricevettero la forza dalla tribolazione né volsero lo sguardo alla vanità, considerando vana la stessa salute fisica dell’uomo 14. Non si attaccarono [smodatamente] al giorno dell’uomo 15, perché l’uomo rientra nella dimensione della vanità e i suoi giorni passano come ombra 16.

Doni divini sono la riuscita nel bene e il timore salutare.

3. [v 38.] Fra le cose che, a quanto sembra, sono in nostro potere c’è la facoltà di distogliere gli occhi perché non si posino sulla vanità. Se quindi si prega Dio affinché ci conceda tale riuscita, cos’altro si fa se non sottolineare l’apporto della sua grazia? Ci sono stati infatti certuni che ritenevano di poter diventare giusti e buoni con le loro proprie forze. In tal modo però essi non distoglievano gli occhi dalla vanità. Preferivano alla gloria di Dio la gloria umana 17: erano uomini e per di più uomini infatuati di se stessi e presuntuosi delle capacità del proprio libero arbitrio. Ma tutto questo è vanità e presunzione di spirito 18. Al riguardo ha detto il salmista: Distogli i miei occhi affinché non vedano la vanità; nella tua via fammi vivere. E siccome la via [di Dio] non è vanità ma verità, eccolo soggiungere: Conferma nel tuo servo la tua parola affinché progredisca nel tuo timore. Cosa significa questa invocazione se non: ” Dammi la forza di eseguire ciò che mi ordini? “. La parola di Dio infatti non è stabile in coloro che se la scrollano di dosso e la trasgrediscono, ma in coloro che l’osservano costantemente. Dio, comunque, conferma la sua parola, sicché conduce al [possesso del] suo timore, in coloro ai quali dà lo spirito di questo suo timore: non quel timore di cui l’Apostolo dice: Voi non avete ricevuto lo spirito di servi per cui dobbiate ancora essere nel timore 19 (il quale timore viene escluso dalla carità perfetta 20), ma quel timore che il Profeta chiama spirito del timore di Dio 21. È un timore casto, un timore che rimane in eterno 22. È il timore per il quale si teme di offendere la persona amata. Diverso infatti è il timore che hanno nei riguardi del marito la moglie adultera e la moglie casta: la prima teme che torni a casa, la seconda teme che se ne vada e la lasci sola.

Non giudichiamo, per non essere giudicati.

4. [v 39.] Dice: Fa’ cessare il mio disonore che io ho sospettato, perché i tuoi giudizi sono soavi. Chi può nutrire sospetti nei riguardi d’un disonore personale e non piuttosto esserne pienamente consapevole? Ciascuno infatti ben conosce il suo disonore, a differenza di quello altrui: per cui, se si può sospettare sul conto degli altri, non si può fare altrettanto quando si tratta di noi stessi, poiché il sospetto implica ignoranza e quindi in fatto di disonore personale, essendoci l’attestato della coscienza, c’è piena cognizione e non un vago sospetto. Quale allora il significato delle parole: Fa’ cessare il mio disonore che io ho sospettato? Occorre ricavarlo dal testo precedente. In effetti, quando uno non distoglie gli occhi dal fissare la vanità, sospetta sempre che negli altri capiti la stessa cosa che avviene in lui. E cioè: siccome lui serve Dio e compie il bene per secondi fini, immagina che per gli stessi motivi agiscano anche gli altri. Questo succede perché gli estranei, se possono osservare le azioni che compiamo, rimane loro nascosto il motivo per il quale le compiamo. Da qui i sospetti. L’estraneo si sente autorizzato a sentenziare su ciò che non conosce del suo prossimo e quindi formula sospetti che il più delle volte si rivelano falsi o, se veri, riguardano cose sconosciute, per cui il sospetto è temerario. Ascoltiamo il Signore. Parlando del fine per il quale dobbiamo compiere la nostra giustizia, egli volle impedire che i nostri occhi fissassero la vanità, e per questo ci proibì di compiere il bene per ottenere lodi dagli uomini. Diceva: Badate di non fare le vostre opere buone dinanzi agli uomini per essere veduti da loro. Ci proibì ancora di essere giusti per accumulare ricchezze, dicendo: Non ammassate tesori sulla terra; e ancora: Voi non potete servire Dio e mammona. Anzi, giunse a direi che nemmeno per procurarci le cose indispensabili come il vitto e il vestito dobbiamo compiere il bene. Non preoccupatevi – diceva – per la vostra vita di cosa mangerete né per il vostro corpo di cosa vestirete 23. Dopo tutte queste prescrizioni aggiunse: Non giudicate per non essere voi stessi giudicati 24. Motivo di questa aggiunta è da ricercarsi nel fatto che noi quando vediamo gli altri compiere il bene, non sapendo con quale intenzione lo facciano, potremmo sospettare che nelle opere buone siano animati da finalità mondane. Non diversamente il salmista. Avendo detto: Fa’ cessare il mio disonore che io ho sospettato, aggiunge: poiché, i tuoi giudizi sono soavi, cioè: i tuoi giudizi sono veri. Da innamorato della verità egli grida che quanto è vero è anche soave; mentre i giudizi degli uomini nei confronti dei propri simili e dei loro segreti sono temerari e quindi non soavi. Se pertanto egli parla d’un suo disonore che ha sospettato negli altri, è perché c’è della gente che non capisce le parole dell’Apostolo che deplora chi confronta sé con se stesso 25. E in realtà l’uomo propende a sospettare negli altri quel che riscontra in se stesso. Questo disonore, che aveva avvertito in se stesso e sospettato negli altri, chiede ora il salmista che gli venga tolto, per non diventare simile al diavolo che, volendo penetrare nell’intimo del santo Giobbe, avanzò il sospetto che egli onorasse Dio per secondi fini. Tant’è vero che chiese il permesso di tentarlo per trovare una colpa da rinfacciargli 26.

L’invidia genera sospetti, la carità li elimina.

5. [v 40.] Chi fa avanzare sospetti (e talvolta anche volentieri) sul disonore del prossimo altri non è se non l’invidia. È lei che, non potendo attaccare l’opera buona in se stessa in quanto è manifesta e la si può controllare, attacca il motivo per cui è stata compiuta: il quale, per essere occulto, sfugge a ogni controllo. Può quindi a suo agio sospettare male di chi le pare e piace, dal momento che non vede ciò che è di natura sua occulto, mentre ha in uggia ciò che le è superiore. Contro questo vizio, che porta l’uomo a sospettare nell’altro il male che non vede, occorre avere la carità, la quale non è invidiosa 27. Tale carità inculcava, come precetto fondamentale, nostro Signore quando diceva: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri. E ancora: Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente 28. Unificando poi l’amore di Dio e l’amore del prossimo diceva: In questi due comandamenti si compendia tutta la Legge e i Profeti 29. Anche il salmista desidera che gli venga reciso il disonore del suo sospetto, e per questo dice: Ecco, io ho amato i tuoi comandamenti; nella tua giustizia fammi vivere. Ecco, ho desiderato amare te con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; ho desiderato amare il mio prossimo come me stesso. Nella tua giustizia fammi vivere, non nella mia. Cioè: riempimi di carità, della quale io ho desiderio. Aiutami a praticare ciò che mi inculchi; dammi tu stesso quel che mi comandi. Nella tua giustizia fammi vivere: poiché io ho trovato in me di che morire ma di che vivere non lo trovo se non in te. La tua giustizia è Cristo, il quale da Dio è stato reso per noi e sapienza e giustizia e santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto, chi si gloria si glori nel Signore 30. In lui trovo i tuoi precetti, che io ho desiderato affinché tu nella tua giustizia, cioè in Cristo, mi conducessi alla vita. Egli infatti è il Verbo, è Dio, e se egli, il Verbo, si è fatto carne 31. Vi Si è fatto per essermi vicino.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 13

Figli della promessa per un dono della misericordia divina.

1. [v 41.] Il presente discorso riguarda ancora il salmo che fra tutti è il più lungo, e si ricollega all’altro che vi abbiamo tenuto poc’anzi. Ha per tema le parole con cui il salmo stesso continua, e cioè: E venga su di me la tua misericordia, Signore. È una frase che, a quanto sembra, si riallaccia alla precedente. Non dice infatti: Venga su di me, ma: E venga. Ora la frase antecedente suonava così: Ecco, io ho amato i tuoi comandamenti; nella tua giustizia fammi vivere. Continuandola dice: E venga su di me la tua misericordia, Signore. Cosa chiede con queste parole se non di attuare, aiutato dalla misericordia di colui dal quale gli viene il precetto, i comandamenti che già prima desiderava? Con quel che aggiunge vuole come spiegarci il senso di quella espressione: Nella tua giustizia fammi vivere. Dice infatti: E venga su di me la tua misericordia, Signore: la tua salvezza, in conformità della tua parola, cioè della tua promessa. È in relazione a questo che l’Apostolo ama considerarci figli della promessa 1, sicché noi, tutto ciò che siamo, non lo riteniamo nostro ma l’attribuiamo totalmente alla grazia di Dio. Cristo infatti è stato fatto da Dio sapienza per noi e giustizia e santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto, chi si gloria si glori del Signore 2. Dunque, quando il salmista dice: Nella tua giustizia fammi vivere, desidera senza dubbio essere vivificato in Cristo; e questa è la misericordia che invoca su di sé: lo stesso Cristo, il quale è la salvezza di Dio. Parlando di Cristo salvezza, spiega quale fosse la misericordia a cui si riferivano le parole: E venga su di me la tua misericordia, Signore. Se dunque vogliamo assodare cosa sia questa misericordia, ascoltiamo quanto il salmo aggiunge e cioè: La tua salvezza, in conformità della tua parola. Si tratta della promessa fatta da colui che chiama le cose che non sono come se fossero 3. Difatti al tempo della promessa le stesse persone cui la promessa era indirizzata non esistevano, per cui nessuno può gloriarsi dei propri meriti. Gli stessi destinatari della promessa sono in effetti oggetto della promessa, sicché tutto il corpo di Cristo ha da dire: Per grazia di Dio sono quello che sono 4.

Non temere gli insulti per il nome di Cristo.

2. [v 42.] Dice: E risponderò a coloro che mi rinfacciano la parola. È incerto se si debba leggere: Mi rinfacciano la parola, ovvero: Risponderò la parola; ma in ogni caso il testo parla di Cristo. È lui infatti che ci rinfacciano coloro per i quali il Crocifisso è uno scandalo o una insensatezza 5. Essi non sanno che la Parola si è fatta carne ed ha abitato fra noi: quella Parola che era in principio, che era presso Dio ed era Dio 6. È vero che quanti ci rinfacciano la Parola non si rendono conto di quale Parola si tratti, come è vero che non conoscevano la sua divinità quanti ne disprezzavano la debolezza quando era sulla croce. Noi tuttavia rispondiamo che si tratta proprio della Parola; e non spaventiamoci né vergogniamoci degli insulti. Se infatti essi avessero potuto riconoscere quella Parola, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria 7. In grado però di rispondere la Parola a chi lo insulta è colui sul quale è scesa la misericordia di Dio: colui cioè nel quale è venuta, a proteggerlo e non a schiacciarlo, la stessa salvezza del Signore. Il Signore infatti da certuni verrà, ma per schiacciarli; e questi sono coloro che ora ne disprezzano l’umile condizione, sicché inciampando in lui, un giorno saranno sconvolti. Se ne parla nel Vangelo. Chi cadrà su questa pietra – dice – sarà sfracellato, e [la pietra] stritolerà colui sul quale cade 8. Sì, proprio così. Coloro che ci insultano inciampano su quella pietra e vi cadono. Noi al contrario, per non inciampare né cadere, non temiamo i loro insulti ma rispondiamo loro la Parola, cioè la parola della fede che predichiamo. Se infatti – così continua – tu crederai nel tuo cuore che Gesù è il Signore e con la tua bocca confesserai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo, poiché col cuore si crede per la giustizia e con la bocca si fa la confessione per la salute 9. Val poco quindi lo stesso fatto di avere Cristo nel cuore quando ci si rifiuta di confessarlo per timore dell’insulto. Occorre rispondere la Parola a coloro che ce la rinfacciano. I martiri ci sono riusciti, e ci sono riusciti in forza di quella promessa: Non siete voi che parlate ma è lo Spirito del Padre che parla in voi 10. Nello stesso senso anche il salmo, dopo aver detto: Risponderò a coloro che mi rinfacciano la parola, subito aggiunge: Poiché confido nelle tue parole, cioè nelle tue promesse.

Testimoni saldi nella fede e testimoni ravveduti.

3. [v 43.] Ci sono stati moltissimi che, pur appartenendo a quel corpo che pronuncia queste parole, dinanzi all’insorgere della persecuzione non ressero all’urto né seppero accettare gli insulti, ma vennero meno e rinnegarono Cristo. Per questo continua il salmo: E non togliere dalla mia bocca la parola della verità fino all’estremo. Si esprime in prima persona, perché chi parla è l’unità del corpo di Cristo, fra le cui membra sono da annoverarsi anche coloro che, dopo essere venuti meno e averlo momentaneamente rinnegato, poi si sono pentiti, son tornati in vita e col martirio hanno perfino conquistato, in una nuova confessione della fede, la palma che antecedentemente avevano perduta. Non fu dunque loro tolta la Parola della verità fino all’estremo o, come legge qualche codice, completamente, cioè totalmente. Così accadde a Pietro, in cui troviamo una figura della Chiesa. Sconvolto dal timore, egli rinnegò momentaneamente Cristo, ma col suo pianto riottenne il suo posto [nella Chiesa] e più tardi, mediante la confessione di Cristo, consegui la corona 11. È dunque tutto il corpo di Cristo che parla così, è la santa Chiesa nella sua universalità. A questo corpo, globalmente preso, non viene tolta dalla sua bocca la Parola di verità fino all’estremo o perché, anche quando parecchi apostatarono, rimasero in lei dei forti che per la verità combatterono fino alla morte, o perché, anche fra gli apostati, molti riabbracciarono la fede. L’espressione: Non distogliere è da intendersi nel senso di: ” Non permettere che mi sia tolta “; come quando nell’orazione diciamo: Non ci indurre in tentazione 12. Non diversamente il Signore, rivolto a Pietro, diceva: Io ho pregato per te affinché non venga meno la tua fede 13. Ecco cosa significa la preghiera che non venga tolta dalla sua bocca la Parola della verità fino all’estremo. Continua: Poiché io ho sperato nei tuoi giudizi o, come con maggiore aderenza al testo greco certuni hanno tradotto: Ho arcisperato. È, questa, una parola improvvisata e di raro impiego, tuttavia si presta bene a rendere fedelmente il senso della frase. Occorrerà quindi scrutare a fondo il significato di questo passo per comprendere, con l’aiuto divino, quale sia il messaggio che contengono le parole: Ho sperato nelle tue parole; e: Ho arcisperato nei tuoi giudizi. Dice: E risponderò a coloro che mi rinfacciano la parola, poiché confido nelle tue parole (e, cioè, perché tu stesso me l’hai promesso); e non distogliere dalla mia bocca la parola della verità fino all’estremo, poiché ho arcisperato nei tuoi giudizi. E intende: I tuoi giudizi, con i quali tu mi richiami e sferzi, non solo non mi tolgono la speranza ma al contrario me l’accrescono. So infatti che Dio tratta severamente la persona che ama e sferza ogni figlio che gli è accetto 14. Così avvenne ai santi e agli umili di cuore: riposero in te la loro fiducia e non vennero meno nella persecuzione. Così anche in coloro che, avendo defezionato per la loro presunzione, rimasero nella compagine del corpo [della Chiesa]: aprendo gli occhi sul loro stato piansero l’errore e, scrollata di dosso la propria superbia, incontrarono la tua grazia e in essa rimasero stabili più di prima. Ottimamente quindi [può dire]: Non distogliere dalla mia bocca la parola della verità fino all’estremo, poiché ho arcisperato nei tuoi giudizi.

La carità dura in eterno

4. [v 44.] E custodirò per sempre la tua legge. Cioè: Se tu non sottrarrai dalla mia bocca la Parola della verità, io custodirò per sempre la tua legge. A spiegare meglio la parola sempre specifica: Nel secolo e nel secolo del secolo. A volte infatti sempre significa: Finché si vive quaggiù; ma questo non è il senso della frase: Nel secolo e nel secolo del secolo. Questa lezione è preferibile all’altra contenuta in certi codici che recano: In eterno e nel secolo del secolo, non ‘avendo potuto tradurre: ” E nell’eterno dell’eterno “. Quanto alla legge di cui si parla, è da intendersi quella ricordata dall’Apostolo: Pienezza della legge è la carità 15. È infatti la carità una legge che i santi (coloro cioè dalla cui bocca non sarà mai sottratta la Parola di verità), ovvero la Chiesa di Cristo, custodiranno non solo in questo secolo (cioè finché durerà il mondo attuale) ma anche nel secolo avvenire, designato con la perifrasi: Il secolo del secolo. In cielo, è vero, non ci saranno imposte delle prescrizioni legali da osservare, ma della legge custodiremo, come ho detto, la pienezza, e questo senza alcun timore di peccato. Infatti vedendo Dio lo ameremo senza riserve; e ameremo anche il prossimo, essendo Dio tutto in tutti 16. Né ci sarà più posto, allora, per falsi sospetti sul conto del prossimo, dal momento che ognuno sarà totalmente palese a tutti.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 14

Sezione narrativa del salmo.

1. [vv 45-48.] I precedenti versetti di questo lungo salmo sono in forma di preghiera; gli altri, a cominciare da quello che dobbiamo esporre adesso, sono invece in forma narrativa. Antecedentemente l’uomo di Dio implorava l’ausilio della grazia divina, come quando diceva: Nella tua giustizia fammi vivere; e venga su di me la tua misericordia, o Signore 1, e così nelle altre espressioni da lui pronunciate prima o dopo di questa. Ecco invece come suonano le sue parole d’ora in avanti: E camminavo nella spaziosità, perché i tuoi comandamenti io ricercai. E parlavo delle tue testimonianze al cospetto dei re, e non avevo rossore. E meditavo sui tuoi precetti che io ho amati. E tenevo levate le mie mani ai tuoi precetti che ho amati, e mi esercitavo nelle vie della tua giustizia. Sono parole di uno che racconta, non di chi implora. Sembra quasi che il salmista, ottenuto da Dio quel che chiedeva, voglia celebrare, a lode di Dio, cosa sia divenuto per i doni della misericordia divina antecedentemente invocata. Egli non ricollega le sue parole al contesto di prima, dicendo ad esempio: E non togliere dalla mia bocca la parola della verità fino, all’estremo, poiché nei tuoi giudizi ho arcisperato; e custodirò per sempre la tua legge, nel secolo e nel secolo del secolo; e camminerò nella spaziosità, perché i tuoi comandamenti io ricercai; e parlerò delle tue testimonianze al cospetto dei re, e non avrò rossore 2. E via di seguito. In effetti sarebbe stato logico, a quanto sembra, connettere in questa maniera le due parti. Contrariamente a ciò, il salmista dice: E io camminavo nella spaziosità, dove la congiunzione copulativa e è una incongruenza logica, in quanto non dice: ” E io camminerò “, com’era da attendersi dopo le parole: E custodirò per sempre la tua legge. Che se queste parole avessero senso ottativo (Possa io custodire la tua legge), avrebbe dovuto dire: ” E possa io camminare nella spaziosità “, come se due fossero le cose desiderate e richieste. Egli viceversa dice: E io camminavo nella spaziosità. Se non ci fosse stata la congiunzione e, e la frase: Io camminavo fosse stata aggiunta senza legami col contesto precedente, come un asserto a sé stante, sarebbe stato un modo d’esprimersi tutt’altro che insolito e il lettore non avrebbe dovuto affatto stupirsene, né ci sarebbe stato alcun bisogno d’andare a cercare significati occulti. Viceversa il salmista vuol farci comprendere come a questo punto siano da inserirsi cose che egli omette di narrare (ci indica cioè che egli è stato esaudito da Dio) e poi passa a descrivere il livello di vita raggiunto. È come se avesse detto: ” Quando io pregavo così, tu mi esaudisti, e io camminavo nella spaziosità “, e tutto il resto del discorso che si sviluppa in questo tono [narrativo].

Lo Spirito ci fa chiedere doni spirituali.

2. Che significano dunque le parole: E io camminavo nella spaziosità? Non forse che io camminavo nella carità, diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato 3? In questa spaziosità camminava quel tale che diceva: La nostra parola è a voi manifesta, o Corinzi; il nostro cuore è dilatato 4. Ora la carità piena e totale è racchiusa nei due precetti d’amare Dio e il prossimo: precetti che compendiano tutta la Legge e i Profeti 5. In relazione a questo il salmista, dopo aver detto: E io camminavo nella spaziosità, come per indicarne la causa soggiunge: Poiché ho ricercato i tuoi comandamenti. Alcuni codici non recano comandamenti ma testimonianze, ma la lezione comandamenti è la più attestata, specialmente dai codici greci, lingua alla quale (come tutti concordano) occorre dare la preferenza, essendo quella che soggiace alla nostra e dalla quale i nostri testi sono stati tradotti. Se vogliamo poi sapere in che maniera egli abbia ricercato i comandamenti di Dio (che poi è la maniera in cui occorre ricercarli sempre), dobbiamo riflettere sulle parole del Maestro buono, rivelatore e autore [della nostra salvezza]. Chiedete e riceverete, – diceva – cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. E poco dopo: Se dunque voi, pur essendo cattivi, sapete donare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli donerà cose buone a chi gliele chiederà? 6 Sono parole che esprimono all’evidenza il senso delle altre: Chiedete, cercate, bussate, da riferirsi quindi esclusivamente alla insistenza nel chiedere, cioè nel pregare. L’altro Evangelista al riguardo non dice: Donerà cose buone a chi gliele chiederà, parole che potrebbero intendersi in più maniere, cioè tanto dei beni materiali quanto di quelli spirituali. Escludendo con un taglio netto ogni altra cosa, nel suo dire accurato Luca determina quale, a detta del Signore, debba essere l’oggetto delle nostre suppliche più fervide e insistenti. Dice: Quanto più il Padre vostro celeste donerà lo Spirito buono a chi glielo chiederà? 7 È questo lo Spirito ad opera del quale è diffusa nei nostri cuori la carità 8 per la quale amiamo Dio e il prossimo, osservando così i precetti del Signore. È questo lo Spirito in virtù del quale gridiamo: Abba, Padre 9. È dunque lo Spirito che ci dà la facoltà di chiedere, ed è lo stesso Spirito ciò che noi desideriamo ricevere. È lui che ci fa cercare, ed è lui che desideriamo trovare. Per lui ancora ci è dato bussare, ed è lui la meta a cui ci sforziamo di pervenire. Lo insegna l’Apostolo. In un passo scrive che noi gridiamo: Abba, Padre, in virtù dello Spirito Santo, mentre in un altro asserisce: Dio inviò lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, il quale grida: Abba, Padre 10. Se è lui che grida in noi, come sì dice che siamo noi stessi a gridare? Non sarà forse per il fatto che, da quando ha cominciato ad abitare in noi, è lo Spirito che ci dà la facoltà di gridare? Sì. Una volta ricevuto, egli opera in noi e ci conferisce il potere d’invocarlo al fine di riceverlo più abbondantemente: cosa che avviene mediante il nostro chiedere, cercare e bussare. Insomma, tanto se lo si invoca mediante la vita buona [già vissuta] quanto se lo si fa per vivere bene, è lo Spirito di Dio che muove quanti sono figli di Dio 11. Per questo dice: Io camminavo nella spaziosità, perché i tuoi comandamenti ho ricercato. Li aveva ricercati premurosamente e li aveva trovati poiché aveva chiesto e ricevuto lo Spirito Santo, che l’aveva reso buono e capace di compiere in modo degno il bene mediante la fede che opera attraverso l’amore 12.

3. Dice: E parlavo delle tue testimonianze al cospetto dei re, e non avevo rossore. Lo aveva chiesto e ricevuto. Così poteva rispondere a coloro che gli rinfacciavano la Parola né gli veniva tolta dalla bocca la Parola di verità. Deciso a combattere fino alla morte in difesa di questa Parola, non arrossiva di parlarne alla presenza degli stessi re. Parlava infatti delle testimonianze divine che in greco si dicono , nome ormai d’uso comune anche in latino. Da questo nome deriva anche il sostantivo ” martire “, con cui si indicano quelle persone alle quali Gesù predisse che l’avrebbero confessato anche dinanzi ai re 13.

La carità, fine della Legge.

4. Dice: E meditavo sui tuoi precetti che ho amati. E tenevo levate le mie mani ai tuoi precetti che ho amati. Alcuni codici, tanto nel primo che nel secondo versetto leggono: Ho amato molto, ovvero assai, o anche intensamente, rendendo liberamente, come a ciascuno garbava, l’unica parola greca che è . Amava dunque i comandamenti di Dio sfruttando quelle risorse che gli consentivano di camminare nella spaziosità, mediante cioè l’azione dello Spirito Santo che diffonde nei fedeli la carità e così ne dilata il cuore 14. Questo suo amore poi si esplicava e nel pensare e nell’agire, per cui, in riferimento al pensiero, dice: E io meditavo sui tuoi precetti, mentre in riferimento alle azioni dice: E tenevo levate le mie mani ai tuoi precetti. Completa le due frasi aggiungendo: Che io ho amato, poiché fine della legge è la carità che procede da cuore puro 15. Quando i comandamenti di Dio vengono osservati con questa finalità, cioè in vista dell’amore, allora l’opera che si compie è veramente buona e le mani vengono veramente elevate, poiché alta è la meta verso la quale si elevano. Non per altro infatti l’Apostolo, prima di iniziare il discorso sulla carità, diceva: Voglio mostrarvi una via più alta 16; e in un altro luogo: [Possiate] comprendere anche l’amore di Cristo che sovrasta ogni scienza 17. Se quindi dalla pratica dei comandamenti di Dio ci si ripromette in premio la felicità terrena, le mani si abbassano, non si sollevano, in quanto i beni che con tali opere si intendono conseguire, per essere terreni, non sono in alto ma in basso. Al pensare e all’agire si riferiscono le altre parole: E mi esercitavo nelle vie della tua giustizia. È questa la lezione preferita dalla maggior parte dei traduttori, mentre alcuni hanno reso il vocabolo greco (che è ) o con: Mi rallegravo o con: Ero loquace. Si esercita infatti nelle vie della giustizia di Dio, divenendoci anche lieto o, se si vuole, loquace, colui che ama i comandamenti del Signore e li osserva con quel gusto che lo porta a pensarli e a praticarli.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 15

Locuzioni antropomorfiche nella Scrittura.

1. [vv 49.50.] Del presente lunghissimo salmo esaminiamo ed esponiamo, con l’aiuto del Signore, i versi che suonano: Ricordati, a vantaggio del tuo servo, della tua parola con la quale mi hai dato speranza. Questa mi ha consolato nella mia umiliazione poiché la tua parola mi ha rimesso in vita. Forse che Dio al pari dell’uomo può incorrere in dimenticanze? Perché allora dirgli: Ricordati? Eppure tale parola ritorna inequivocabilmente in altri testi della Scrittura, fra cui questi: Perché mi hai dimenticato? 1 E: Ti dimentichi forse della nostra miseria? 2 E Dio stesso per mezzo del Profeta dice: Nulla ricorderò di tutte le sue iniquità 3. E così in altri numerosissimi testi: i quali tuttavia non sono da intendersi, se riferiti a Dio, come quando le cose accadono fra gli uomini. È un caso identico al cosiddetto pentirsi di Dio. Dio si pente quando, aldilà delle previsioni umane, cambia il corso delle cose, ovviamente senza che cambino le decisioni della sua volontà, poiché la volontà del Signore è stabile in eterno 4. Parimenti si dice che Dio dimentica quando sembra tardare a dare l’aiuto o a mantenere le promesse o a castigare come meriterebbero i malvagi, e così via. Si ha l’impressione, allora, che quanto da noi sperato o temuto gli sia sfuggito di mente e perciò non accada. Sono modi di dire consueti, desunti dai moti della sensibilità umana, poiché certamente Dio agisce sempre secondo un ordinamento infallibile, né gli falla la memoria o gli si oscura l’intelligenza o muta la volontà. Quando dunque un orante dice a Dio di ricordarsi, mostra, ingrandendolo, il desiderio con cui reclama l’adempimento delle promesse; non intende suggerire la cosa a Dio quasi che se la sia dimenticata. Dicendo quindi: Ricordati della tua parola a vantaggio del tuo servo, è come se dicesse: Adempi la tua promessa a vantaggio del tuo servo. Con la quale mi hai dato speranza, cioè: con la quale parola. È stato infatti per la tua promessa che mi hai fatto sperare.

Umiliazione del perseguitato e soccorso divino.

2. Questa mi ha consolato nella mia umiliazione. Questa si riferisce alla speranza data agli umili, della quale dice la Scrittura: Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili 5. Di essa ebbe a dire un giorno il Signore di sua bocca: Chi si esatta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato 6. L’umiltà di cui si parla nel versetto, se lo capiamo bene, non è tanto quella con cui ci si umilia confessando i peccati o non attribuendoci opere di giustizia, ma piuttosto quella per cui ci sentiamo abbattuti se ci incoglie una qualche tribolazione o smacco, tanto se meritati dalla nostra superbia quanto se mandatici per esercitare e provare la nostra pazienza. È quell’umiltà di cui un po’ più oltre dirà il nostro salmo: Prima d’essere umiliato io ero caduto in peccato. E nel libro della Sapienza: Nel dolore soffri da forte, nell’umiliazione abbi pazienza. Perché nel fuoco si saggiano l’oro e l’argento, e gli uomini accetti nel crogiolo dell’umiliazione 7. Chiamandoli accetti [a Dio], li invita alla speranza che nell’umiliazione dona conforto. Predicendo ai discepoli questa umiltà, che li avrebbe raggiunti ad opera dei persecutori, il Signore Gesù non li lasciò senza speranza; anzi ne diede una veramente capace di consolarli, quando disse: Mediante la vostra pazienza salverete le vostre anime 8. E riguardo al corpo che i nemici avrebbero potuto uccidere e quasi annientare, disse: Non perirà nemmeno un capello della vostra testa 9. Ecco la speranza che viene data al corpo di Cristo, cioè alla Chiesa: speranza che la consola nella sua umiltà. È la speranza di cui l’apostolo Paolo afferma: Se invece speriamo ciò che non vediamo, aspettiamolo con pazienza 10. È insomma la speranza del premio eterno. Tuttavia c’è un’altra speranza data ai santi perché non vengano meno nella prova. È una speranza che consola moltissimo nell’umiltà e nella tribolazione, e proviene dalla parola di Dio che garantisce l’ausilio della grazia. Di questa speranza dice l’Apostolo: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione vi procurerà anche la via d’uscita, onde possiate sopportarla 11. E il Salvatore di sua bocca assicurava questa stessa speranza allorché diceva: Questa notte Satana va in cerca di voi per vagliarvi come si vaglia il grano. Ma io ho pregato per te, Pietro, affinché la tua fede non venga meno 12. L’assicurava ancora nell’orazione da lui stesso insegnata quando ci esortava a dire: Non c’indurre in tentazione 13. Ciò che ordinava fosse chiesto nella preghiera, in certo qual modo prometteva di accordare ai suoi quando fossero stati nel pericolo. Di questo secondo tipo di speranza sembra parlare il salmo (e così è da intendersi) quando dice: Questa mi ha consolato nella mia tribolazione, poiché la tua parola mi ha rimesso in vita Un tal senso hanno marcato più vigorosamente quei traduttori che hanno preferito il termine sentenza a parola. Il greco infatti legge , cioè sentenza, e non , che sarebbe parola.

Empietà dei persecutori e fortezza dei Martiri.

3. [v 51.] Continua il salmo: I superbi agivano iniquamente fino all’eccesso, ma io non ho deviato dalla tua legge. Per superbi intende coloro che perseguitano i fedeli a Dio, e per questo aggiunge: Ma io non ho deviato dalla tua legge, cosa alla quale mi voleva costringere la loro persecuzione. Dei persecutori egli dice che si comportavano iniquamente fino all’eccesso; e ciò perché non soltanto erano empi loro personalmente ma costringevano anche i pii a diventare altrettanto empi. In tale umiliazione, cioè in mezzo a tale tribolazione, sopraggiunse a consolare i martiri la speranza, loro fornita dalla parola di Dio con cui si garantiva loro l’aiuto perché non ne venisse meno la fede. Lo Spirito di Dio, presente in loro, somministrava ad essi la forza nel cimento, per cui sfuggendo al laccio dei cacciatori potevano affermare: Se il Signore non fosse stato con noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi 14.

Figli dell’ira salvati dall’unico Mediatore.

4. Ma chi sa se nel dire: Questa mi ha consolato nella mia umiliazione, non intenda parlare di quella vicenda davvero umiliante per la quale l’uomo precipitò e fu scaraventato nella morte a seguito di quel peccato che infelicissimamente fu commesso nella felicità del paradiso 15? Per questa umiliazione l’uomo è divenuto simile alla vanità e i suoi giorni passano come ombra 16, e tutti si nasce figli dell’ira; e tali si resterebbe se non ci fosse stato il Mediatore che ha riconciliato con Dio tutti coloro che, prima della creazione del mondo, etano stati predestinati alla salvezza eterna 17. In questo Mediatore sperarono anche gli antichi giusti, prevedendone con spirito profetico la futura venuta nella carne. Queste antiche profezie sul Salvatore comunicate ai padri possono essere ben identificate (se ne attribuiamo ad essi l’invocazione) con quella ” parola ” di cui il nostro salmo, quando dice: A vantaggio del tuo servo, ricordati della tua parola con la quale mi hai dato speranza. Questa mi ha consolato nella mia umiliazione, cioè in questa mia condizione mortale, poiché la tua parola mi ha rimesso in vita, cioè ha fatto sì che io, precipitato nella morte, avessi speranza di vita. I superbi agivano iniquamente fino all’eccesso: infatti nemmeno l’infima bassezza della loro condizione mortale poté domare la loro superbia. Ma io non ho deviato dalla tua legge, cosa che i superbi pretendevano da me.

5. [v 52.] Fui memore dei tuoi giudizi, o Signore, dal principio dei secoli e ne fui consolato, ovvero, come riportano altri codici, mi ci sono esortato, cioè ne ho riportato esortazione. Sono due interpretazioni che ugualmente possono ricavarsi dalla parola greca . Dice in sostanza: Dal principio dei secoli, cioè da quando cominciò ad esistere il genere umano, io fui memore dei tuoi giudizi – quei giudizi che usavi con i vasi dell’ira ormai irrimediabilmente perduti – e ne fui consolato. Anche con la loro punizione, infatti, tu hai mostrato i tesori della tua gloria che riversi sui vasi di misericordia 18.

Il celeste Samaritano.

6. [vv 53.54.] Lo sgomento mi oppresse a causa dei peccatori che abbandonavano la tua legge. Oggetto dei miei canti divennero per me le vie della tua giustizia nel luogo del mio esilio, ovvero, come leggono alcuni codici: Nel luogo della mia peregrinazione. Ecco l’umiliazione in cui cadde l’uomo scacciato dal paradiso e dalla Gerusalemme celeste e costretto a peregrinare nel regno della mortalità, simile in questo a quel tale che, scendendo a Gerico, incappò negli assassini 19. Ma dal buon Samaritano gli venne usata misericordia 20 e per questo nel luogo del suo peregrinare divennero oggetto dei suoi canti le vie della giustizia di Dio. Ciononostante egli resta sempre oppresso dallo sgomento a causa dei peccatori che abbandonano la legge di Dio, perché in questo mondo è costretto a vivere con loro, anche se temporaneamente, finché cioè non ci sarà la pulitura dell’aia. Si potrebbe tentare un avvicinamento di questi due versi con le due parti del verso precedente. In questo modo le parole: Io fui memore dei tuoi giudizi, o Signore, dal principio dei secoli, sarebbero riprese nel verso con le parole: Lo sgomento mi oppresse a causa dei peccatori che abbandonavano la tua legge; mentre le altre: E io ne fui consolato, troverebbero un’eco in: Oggetto dei miei canti divennero per me le vie della tua giustizia nel luogo del mio esilio.

La notte dello spirito.

7. [v 55.] Dice: Io mi ricordai del tuo nome, o Signore, nella notte e osservai la tua legge. Notte è quella umiliazione dove si trascina l’uomo mortale con il cumulo delle sue sventure; ed è notte per i superbi che fino all’eccesso agiscono con cattiveria. È notte per lo sgomento causato dai peccatori che abbandonano la legge di Dio. E finalmente è anche notte a motivo del luogo ove si protrae il presente esilio fino alla venuta del Signore, il quale illuminerà i recessi delle tenebre e paleserà i disegni del cuore, e allora ciascuno riceverà da Dio la sua lode. Finché dura questa notte, l’uomo deve ricordarsi del nome di Dio, sicché chi sì gloria si glori nel Signore 21. Vi si riferisce anche quel testo scritturale: Non a noi, o Signore, non a noi ma al tuo nome dà gloria 22. Vuol dire che ognuno osserverà la legge di Dio non in vista della gloria propria ma a gloria di Dio, come del resto non lo fa per la propria giustizia ma per la giustizia di Dio, cioè data da Dio all’uomo. Analogamente il salmista dice: Io mi ricordai del tuo nome, o Signore, nella notte e osservai la tua legge. Non l’avrebbe certo osservata se non si fosse ricordato del nome di Dio ma avesse confidato in se stesso. Poiché il nostro aiuto è nel nome dei Signore 23.

L’umile trae profitto da ogni prova.

8. [v 56.] Proseguendo il discorso aggiunge: Questa mi è accaduta perché ricercavo le tue giustizie. Sì, le tue giustizie, con le quali tu giustifichi l’empio; non le mie, che in nessun modo gli renderebbero pio ma solamente superbo. Infatti il salmista non era uno di quei tali che ignorando la giustizia di Dio e volendo affermare la propria non son soggetti alla giustizia di Dio 24. Trattandosi dunque delle giustizie con cui per un dono della grazia divina vengono giustificati gratuitamente coloro che da sé soli non possono diventare giusti, han reso con maggior precisione il senso quei traduttori che hanno usato il termine giustificazioni. E difatti il testo greco non reca (che sarebbe giustizie) ma che significa appunto giustificazioni. Che intende dire con: Questa mi è accaduta? Questa: che cosa? Forse la legge, in quanto or ora diceva: E io osservai la tua legge? Aggiungendo a tali parole la frase: Questa mi è accaduta, avrà quindi voluto dire: Questa legge mi è accaduta? Non è il caso di indugiare neppure un istante a esporre in qual modo gli sia accaduta la legge di Dio poiché, leggendo la frase nel greco da dove è stata tradotta, appare con sufficiente chiarezza che l’espressione: Questa mi è accaduta non si riferisce alla legge. Infatti in greco la parola ” legge ” è maschile, mentre nel nostro testo il greco ha il pronome femminile, essendovi scritto: Questa mi è accaduta. Occorre pertanto investigare prima in che consista la cosa che gli è capitata e poi come gli sia capitata quella cosa, qualunque essa sia. Dice: Questa mi è accaduta; né si può intendere ” Questa legge “, poiché il greco esclude tale significato. Proveremo quindi a intendere: ” Questa notte “. È un’interpretazione probabile, motivata dal fatto che il periodo precedente, nella sua interezza, recava: Io mi ricordai del tuo nome, o Signore, nella notte e osservai la tua legge. E a tal periodo seguiva appunto la frase: Questa mi è accaduta. Non essendo la legge, la cosa che gli è capitata sarà, ovviamente, la notte. Ma allora qual è il significato dell’affermazione: Per aver io ricercato le vie della tua giustizia, mi è capitata la notte? Se ha ricercato le vie della giustizia di Dio, dev’essergli brillata la luce, non capitata la notte! Effettivamente è da capirsi bene anche quel: Mi è accaduta, intendendola nel senso di: ” Si è volta a mio favore ” o ” Me n’è venuto del giovamento “. Senza cadere nell’assurdo, per ” notte ” intenderemo quindi l’umiliante condizione della nostra mortalità per cui il cuore dei singoli mortali è celato al proprio simile. Da queste tenebre nascono innumerevoli e gravi tentazioni; e in tale notte si mettono a circolare anche le belve della foresta, i leoncini ruggiscono cercando il cibo dal Signore 25, e lo stesso principe dei leoni ruggendo cerca chi poter divorare 26. Parlando di lui il Signore disse le parole sopra ricordate: Questa notte Satana ha chiesto di vagliarvi come frumento 27; e voleva dire: Nella notte, quando vanno in giro le belve della foresta, il gran leone [infernale] ha chiesto di voi al Signore per farvi sua preda. Ebbene, questa umiliazione che l’uomo incontra nel suo peregrinare sulla terra e che giustamente è figurata nella notte, torna a vantaggio di coloro che ne escono salutarmente provati e vi imparano a deporre la superbia, che è quel male per cui l’uomo fu cacciato nella notte. Infatti apostatare da Dio fu per l’uomo il tratto iniziale della sua superbia 28, ma poi venne giustificato gratuitamente e, se fu esposto alle varie tentazioni della presente notte, lo fu perché traesse profitto dalla sua umiliazione. Divenuto intelligente, dica pure ciò che è detto in questo salmo poco dopo: Buon per me che tu mi hai umiliato, affinché io impari le vie della tua giustizia 29. Che significa infatti: Buon per me che tu mi hai umiliato, se non che questa, l’umiliazione che con altro nome chiamo “notte”, mi è accaduta (cioè le cose si sono messe) in modo tale che io ne traessi profitto? Ma tutto questo, perché? Eccolo. Perché io ricercai, non le mie, ma le tue vie di giustizia.

Uso del neutro a posto del femminile nella S. Scrittura .

9. L’espressione: Questa è accaduta a me, è suscettibile anche di un’altra spiegazione dove non occorre sottintendere né ” legge ” né ” notte “. Si potrebbe, cioè, intendere il pronome questa come lo si intende in quell’altro salmo dove si legge: Una sola chiesi al Signore, questa ricercherò 30. Non precisa in che consista o come sia fatta quell’unica [cosa] di cui dice: Questa ricercherò; ma è come se il femminile venga usato a posto del neutro. È infatti fuori dell’uso corrente dire: Una sola ho chiesto al Signore, questa ricercherò, quando non si possa sottintendere in che [cosa] consista quell’unica che ricerca. Normalmente in tali casi si dice: ” Una sola cosa ” ho chiesto al Signore e ” questo ” ricercherò, cioè abitare nella casa del Signore. Si tratta in effetti di quei neutri che non esigono un sostantivo neutro sottinteso, come sarebbe ” un bene “, ” un dono ” o simili; ma qualunque sia la cosa che si sottintenda e per quanto il nome proprio della medesima possa essere di genere maschile o femminile, o anche se la si accenni vagamente con espressioni indeterminate, senza nome di qualsivoglia genere, sempre in tali casi, nel parlare ordinario, si ricorre al neutro. Così potrebbero intendersi anche le parole dette qui dal salmo. Questa è accaduta a me corrisponderebbe a: Questa cosa mi è accaduta. Che se poi ci domandiamo quale essa sia, subito la nostra mente va alle parole precedenti: Io mi sono ricordalo del tuo nome, o Signore, nella notte e osservai la tua legge. Ecco cosa mi è accaduto: l’aver io osservato la tua legge non me lo son procurato io stesso ma è stato operato da te ed è tornato a mio vantaggio, perché io ho ricercato non le mie ma le tue vie di giustizia. Come dice l’Apostolo: È Dio che opera in voi e il volere e l’agire con buona Volontà 31. Ne parla il Signore stesso quando per mezzo del Profeta dice: E farò sì che camminiate nelle vie della mia giustizia e osserviate i miei statuti e li pratichiate 32. In conclusione, se Dio dice: Io farò sì che osserviate i Miei statuti e li pratichiate, con ogni ragione può il salmista concludere: Questo è stato compiuto in me. Che se poi vai a chiedergli di cosa si tratti, ti risponderà quanto da lui detto in precedenza, e cioè: l’aver potuto osservare la legge di Dio. Il nostro discorso però è andato ormai un po’ per le lunghe, per cui il seguito sarà meglio trattarlo in un altro capitolo, se il Signore ce lo concederà.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 16

Dio eredità dei buoni.

1. [v 57.] A Dio piacendo, iniziamo la esposizione di quei versi del presente lungo salmo che cominciano con le parole: Mia parte è il Signore, o, come recano certi codici: Mia porzione sei tu, Signore. Ciò si afferma in quanto chiunque è unito a Dio ne diviene partecipe, come sta scritto: Cosa buona è per me l’essere unito a Dio 1. Non è infatti in virtù della loro natura che gli uomini sono dèi ma divengono tali partecipando alla natura dell’unico vero Dio. La cosa potrebbe spiegarsi anche pensando ai diversi traguardi che gli uomini si prefiggono di raggiungere in questo mondo o a quanto loro tocca in sorte. Siccome per vivere chi si sceglie un’attività e chi un’altra, si può ragionevolmente affermare che la porzione dei buoni è Dio stesso, da cui conseguono la vita immortale. Nessuno dei due sensi è da ritenersi assurdo. Ma ascoltiamo il seguito: Io ho detto: voglio osservare la tua legge. Che significano le parole: O Signore, mia porzione, io ho detto: voglio osservare la tua legge? Non forse che il Signore sarà nostra porzione quando si sarà osservata la sua legge?

La riuscita nel bene è dono di Dio.

2. [vv 58.59.] Ma come sarà possibile osservarla se non ce lo dona lo Spirito della vita aiutandoci a ben riuscire? Altrimenti rimarremmo con la lettera che uccide 2, e il peccato, approfittando dell’occasione [che gli offre il precetto], mediante il precetto produrrebbe in noi ogni sorta di concupiscenza 3. Occorre quindi invocare il Signore, perché in tale maniera la fede ottiene quel che la legge può solo ordinare. Infatti sta scritto al riguardo: Chi invocherà il nome del Signore sarà salvo 4. Nota pertanto cosa aggiunga: Ho scongiurato il tuo volto con tutto il mio cuore. E specificando in che modo abbia supplicato il Signore, continua: Abbi pietà di me secondo la tua parola. E poi, come per sottolineare che è stato esaudito e aiutato da colui che aveva supplicato, prosegue: Ho pensato alle mie vie e ho distolto i miei piedi [per indirizzarli] verso le tue testimonianze. Li ho distolti, ovviamente dalle mie vie di cui ho provato dispiacere, per indirizzarli verso le tue testimonianze dove avrebbero trovato la via. Parecchi codici non leggono: Perché ho pensato (lezione contenuta solo in alcuni) ma solamente: Ho pensato. E anche riguardo all’altra espressione, cioè: E io ho distolto i miei piedi, ci sono codici che leggono: Perché io ho pensato e tu hai distolto i miei piedi. In tal modo quanto qui si afferma viene attribuito direttamente alla grazia divina, secondo le parole dell’Apostolo: È infatti Dio colui che opera in voi 5, e le altre nelle quali si dice a Dio: Distogli i miei occhi perché non vedano la vanità 6. Se è lui che distoglie gli occhi perché non vedano la vanità, come non sarà anche lui a distogliere i piedi perché non seguano l’errore? Non per nulla infatti sta anche scritto: I miei occhi sono sempre [rivolti] al Signore, perché egli districherà dal laccio i miei piedi 7. Ma sia che si legga: Tu hai distolto i miei piedi, sia che si preferisca: Io ho distolto, in ogni caso la riuscita viene sempre da colui del quale il salmista nel suo cuore ha scongiurato il volto e al quale ha detto: Abbi pietà di me secondo la tua parola, cioè in conformità della tua promessa. In effetti [soltanto] i figli della promessa sono considerati discendenza di Abramo 8.

3. [v 60.] Ottenuto questo dono di grazia, dice: Son pronto (e non turbato) ad osservare i tuoi comandamenti. Il testo greco, che reca , è stato reso da alcuni con: Per osservare i tuoi comandamenti; da altri con: Affinché osservassi; e da altri ancora con: Osservare.

Insidie dei nemici e doverosa resistenza dei Santi.

4. [v 61.] Descrivendo quanta prontezza abbia conseguita in ordine all’osservanza dei comandamenti di Dio, così si esprime: Le funi dei peccatori mi hanno stretto all’intorno, ma non ho dimenticato la tua legge. Funi dei peccatori sono gli ostacoli frapposti dai nemici tanto spirituali (quali il diavolo e i suoi angeli) quanto carnali, vale a dire i figli dell’incredulità nei quali agisce il diavolo stesso 9. E certamente il termine peccatorum non è da prendersi come un caso declinato dal nome ” peccato ” ma lo si deve piuttosto derivare da ” peccatore “, come appare con ogni evidenza dal corrispondente greco. Orbene quando questi peccatori minacciano con dei mali i buoni e li spaventano, facendoli ritrarre dall’affrontare i patimenti per la legge di Dio, in certo qual modo li avviluppano con delle funi, Sono una corda robusta e resistente quella che tendono. Trascinano infatti i propri peccati come una lunga corda 10, con la quale si sforzano di avviluppare anche i santi; e a volte questo viene loro accordato. Se però essi ne legano il corpo, non ne avviluppano l’anima, a meno che non si tratti di uno che abbia dimenticato la legge di Dio. Infatti la parola di Dio non si lascia legare 11.

5. [v 62.] Dice: A, mezzanotte mi levavo a lodarti per i giudizi della tua giustizia. Infatti uno dei giudizi della giustizia di Dio è anche il potere concesso ai peccatori di avviluppare il giusto con le loro funi. Ne parla l’apostolo Pietro quando dice che è ormai giunto il tempo nel quale il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio. E prosegue: Che se il principio è da noi, quale ne sarà la fine in coloro che non obbediscono al Vangelo di Dio? E se il giusto a stento sarà salvato, dove compariranno l’empio e il peccatore? 12 Dice tutte queste cose riguardo alle persecuzioni che subiva la Chiesa quando le funi dei peccatori la avvolgevano. Per cui l’accenno alla mezzanotte penso doversi intendere dei momenti in cui la tribolazione raggiunse il culmine dell’atrocità. Che se dice: Allora io mi levavo, indica che la prova non lo tormentava fino a schiacciarlo ma lo allenava a rimettersi in piedi. Egli, cioè, dalla stessa prova traeva profitto per una confessione più coraggiosa.

Cristo partecipe della nostra mortalità, noi della sua divinità.

6. [vv 63.64.] Tutto questo è frutto della grazia divina per l’azione del nostro Signore Gesù Cristo. Ecco pertanto che nella profezia di questo salmo il divino Salvatore aggiunge i suoi accenti personali a quelli del suo corpo. Ritengo infatti che le parole che seguono, e cioè: Io sono partecipe di tutti coloro che ti temono e osservano i tuoi comandamenti, appartengano in proprio al nostro Capo. Né diversamente si legge nella Lettera intitolata ” agli Ebrei”: E colui che santifica e coloro che sono santificati [provengono] tutti da uno: per questo non si vergogna di chiamarli fratelli 13. E un po’ più avanti: “Siccome i servi partecipano della carne e del sangue, per questo anche lui in qualche modo s’è reso solidale con loro ” 14. Le quali parole cos’altro significano se non che egli si è reso partecipe della loro stessa sorte? Difatti noi non saremmo mai diventati partecipi della sua divinità se egli non si fosse reso partecipe della nostra mortalità. In effetti, che noi siamo partecipi della sua divinità è affermato nel Vangelo. A coloro che credono nel suo nome, dice, diede il potere di diventare figli di Dio: i quali non da sangue né da volontà di carne né da volontà di uomo ma da Dio sono nati 15. Perché ciò si realizzasse il Verbo si rese partecipe della nostra natura mortale, come è detto: E il Verbo si fece carne ed abitò tra noi 16. Attraverso questa partecipazione della divinità ci viene conferita la grazia per la quale temiamo castamente Dio e ne osserviamo i comandamenti. È quindi Gesù colui che parla in questa profezia; ma alcune cose le dice in persona delle sue membra o in unione col suo corpo (come un unico uomo sparso per tutto il mondo e in continua crescita nel volgere dei secoli), altre invece le dice il nostro Capo in persona propria. Così è del nostro verso: lo sono partecipe di tutti coloro che ti temono e osservano i tuoi comandamenti. Siccome poi egli si è reso partecipe della sorte dei propri fratelli, Dio compartecipe degli uomini, l’immortale dei mortali, per questo poté parlare di quel grano caduto per terra, che messo a morte portò frutto abbondante. È in riferimento a questo frutto che continuando dice: Della tua misericordia, o Signore, è piena la terra. E quando avviene questo? Quando l’empio viene giustificato. Per poter poi progredire nella conoscenza di questa grazia continua: E insegnami le vie della tua giustizia.

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DISCORSO 17

Gran dono di Dio è il gusto del bene.

1. [v 65.] I versi del nostro salmo ché oggi vogliamo esporre nel nome del Signore cominciano così: Hai operato la dolcezza verso il tuo servo, o Signore, secondo la tua parola, o meglio: secondo il tuo dire. Notiamo che, riguardo al termine greco i nostri traduttori l’hanno reso qualche volta con dolcezza, qualche altra con bontà. In effetti, siccome c’è una dolcezza anche nel male (quando cioè si gode di cose illecite e sudice) e segnatamente nell’abbandonarci al piacere carnale, quando si parla di dolcezza dai greci chiamata occorre intendere quella soavità che s’incontra nei beni d’ordine spirituale. Questo è il motivo per cui i nostri hanno preferito usare senz’altro il nome bontà. Quando dunque qui si dice: Hai operato la dolcezza verso il tuo servo, penso che non si debba intendere altro se non: Tu hai fatto sì che mi gustasse fare il bene. È infatti un gran dono di Dio provare l’attrattiva del bene. Se invece l’opera buona, comandataci dalla legge, la si compie per timore del castigo e non per il gusto del bene, non si ama Dio ma lo si teme soltanto. L’opera è compiuta con animo di servi, non di figli; e il servo non resterà in eterno nella casa [del padrone], mentre il figlio vi rimarrà in eterno 1. La carità perfetta, com’è risaputo, caccia via il timore 2. Ebbene tu, o Signore, hai operato la dolcezza verso il tuo servo quando da servo l’hai reso figlio. E questo secondo la tua parola, cioè secondo la tua promessa, affinché, nell’ordine della fede, sia stabile la promessa nei riguardi di tutti i discendenti 3.

Dolcezza, disciplina e scienza.

2. [v 66.] Dice: Insegnami la dolcezza e l’istruzione e la scienza perché ho creduto nei tuoi comandamenti. Chiede che questi doni crescano in lui fino a raggiungere la perfezione. Aveva detto infatti già in precedenza: Hai operato la dolcezza verso il tuo servo. E quindi cos’altro vorrà dire con le parole: Insegnami la dolcezza, se non che la grazia divina gli si palesi sempre più assaporando la dolcezza della bontà? Come quei tali che, pur avendo la fede, chiedevano: Signore, accresci la nostra fede 4. Quello del salmo è un canto di gente che avanza [verso Dio] vivendo in questo mondo. Sicché continua: E l’istruzione o, come recano numerosi codici, la disciplina. Questa disciplina è dai greci chiamata e di norma, quando la troviamo usata nelle nostre Scritture, dobbiamo intenderla nel senso di ammaestramento a base di asperità, secondo il detto scritturale: Il Signore riprende severamente colui che ama e sferza ogni figlio che accoglie 5. Nella letteratura ecclesiastica è invalso l’uso di chiamare questo tipo di ammaestramento col termine “disciplina”, preso dal corrispondente greco . Incontriamo la parola nel testo greco dell’Epistola agli Ebrei, e il traduttore latino l’ha resa come segue: Ogni disciplina non sembra lì per lì esser di gioia, bensì di dolore; ma più tardi porta, a chi è per mezzo di essa esercitato, pacifico frutto di giustizia 6. Quando dunque Dio opera la dolcezza nell’animo di qualcuno, significa che nella sua misericordia gli ispira il gusto del bene o, per spiegarmi con più chiarezza, gli dona l’amore per Iddio stesso e per il prossimo, amato per amore di Dio. Chi è stato così favorito deve pregare insistentemente perché un tal dono aumenti nel suo cuore, al segno che per conservarlo sappia non solo disprezzare tutte le altre gioie ma anche sopportare ogni sorta di tribolazioni. Ecco perché è salutare che alla dolcezza si aggiunga la disciplina. È, questa, una disciplina che non si chiede né si brama per conseguire una dolcezza o bontà qualunque, per avere cioè un amore santo comune. La si vuole per raggiungere un grado di amore così elevato che, anche sotto il peso della disciplina, non si spenga ma, come fiamma possente al soffiare di vento impetuoso, quanto più viene compressa tanto più si accenda e divampi. Quindi sarebbe stato poco dire: Tu hai operato la dolcezza verso il tuo servo 7, se non avesse proseguito chiedendo che gli venisse insegnata una dolcezza sì grande da poter sostenere con la massima pazienza i rigori della disciplina. Al terzo posto si colloca la scienza, e questo perché, se la scienza superasse in grandezza la carità, sarebbe una scienza che gonfia, non che edifica 8. Se invece la carità, con la dolcezza della bontà che l’accompagna, è tale che non si lascia spegnere dalle prove e dai rigori della disciplina, allora anche la scienza diviene utile. Con essa infatti l’uomo si conosce meglio, e conosce ciò che personalmente si meritava e ciò che Dio gli ha donato. Conoscerà ancora come solo per tali doni è in grado di scoprire quelle possibilità che, senza di essi, nemmeno sospettava di possedere. Per non parlare delle riuscite, che da solo mai avrebbe potuto ottenere.

Dio nostro maestro ed educatore.

3. Il fatto poi che dice: Insegnami, e non ” Dammi “, fa sorgere la domanda come possa essere insegnata la dolcezza se non la si dona. È vero che molti sanno cose da cui non si sentono attratti e che delle cose che conoscono non hanno alcun gusto; non si può però apprendere la dolcezza se non provandone l’attrattiva. Lo stesso è della disciplina, cioè della severità imposta a correzione, la quale si impara quando la si riceve o, in altre parole, non la si impara ascoltandone o leggendone la descrizione e nemmeno pensando ad essa, ma facendone l’esperienza. La scienza, al contrario, posta dal salmista come terza fra le prerogative che desidera gli siano insegnate, viene data proprio mediante l’insegnamento. Che significa infatti insegnare se non impartire la scienza? Son due cose così intimamente congiunte, la scienza e l’insegnamento, che l’una non può essere senza l’altro. Non s’insegna infatti se non quando l’altro riesce ad imparare, né si impara se non quando uno ci comunica il suo insegnamento. Se pertanto un discepolo non è capace d’afferrare le cose che il maestro dice, questo maestro non può dire: ” lo gliel’ho insegnato, ma lui non l’ha imparato “. Potrà dire soltanto: ” Io gli ho detto quello che gli dovevo dire, ma lui non se l’è messo in testa “. Non ha cioè compreso, né afferrato o capito. Viceversa, se il maestro gli avesse effettivamente insegnato qualcosa, il discepolo avrebbe dovuto anche imparare. Lo stesso è di Dio. Quando egli vuole insegnare qualcosa, prima dona l’intelletto, senza del quale l’uomo non può comprendere quanto ha attinenza con la dottrina di Dio. Per questo un po’ più oltre il salmo dice: Dammi l’intelletto affinché apprenda i tuoi comandamenti 9. Quando dunque uno si propone di istruire un altro, può, sì, ripetere le parole che il Signore disse ai discepoli dopo la risurrezione, ma non può fare le cose che egli fece. Riferisce infatti il Vangelo che egli aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture e disse loro 10. Cosa egli disse lo si legge nel Vangelo; l’avere però i discepoli compreso le parole del Maestro dipese dal fatto che egli aprì loro la via alla comprensione. Dio dunque insegna la dolcezza ispirandone il gusto, insegna la disciplina mitigandone il peso, insegna la scienza comunicandone la cognizione. Siccome poi ci sono cose che s’imparano solo per saperle e altre che s’imparano per praticarle, Dio insegna le une in modo che le conosciamo come occorre conoscerle, e questo fa manifestandoci la verità; quanto alle altre invece, egli ce le insegna in modo che noi riusciamo a praticare ciò che è nostro dovere praticare, e questo fa ispirandocene la dolcezza. Non è infatti senza significato che si dice a Dio: Insegnami a fare la tua volontà 11. Dice: Insegnami a fare, non soltanto a conoscere. In effetti, le opere buone da noi compiute sono, sì, il frutto che noi rendiamo al nostro [celeste] agricoltore, ma a tal proposito la Scrittura dice: Il Signore darà la dolcezza e la nostra terra darà il suo frutto 12. Qual è poi questa terra se non quella di cui un tale, rivolto a colui che dona la dolcezza, diceva: La mia anima è dinanzi a te come terra senz’acqua 13?

Fede e osservanza dei comandamenti.

4. Aveva detto: Insegnami la dolcezza e l’istruzione e la scienza; e continuando diceva: Poiché ho creduto nei tuoi comandamenti. Ci si domanda quindi ragionevolmente perché non abbia detto: ” Ho obbedito ” ma: Ho creduto. Una cosa infatti sono i comandamenti e un’altra le promesse. I comandamenti ci sono stati dati perché li osserviamo e osservandoli meritiamo di ricevere le promesse: per cui alle promesse si ha da credere, ai comandamenti da obbedire. Che vuol dire, pertanto, l’espressione: Ho creduto nei tuoi comandamenti, se non questo: Io ho creduto che a dare tali comandamenti sei stato tu, non un uomo, sebbene per darli all’umanità ti sia servito del ministero di uomini? Avendo quindi io creduto che si tratta di comandamenti tuoi, questa stessa fede per cui io credo così mi ottenga da te la forza d’adempiere ciò che tu mi hai ordinato. Se infatti si fosse trattato di precetti impostimi all’esterno da un qualsiasi uomo, forse che costui avrebbe potuto darmi anche quell’aiuto interiore che mi avrebbe reso idoneo a fare quel che egli mi ordinava? Insegnami dunque la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza, e insegnami la scienza illuminandomi la mente, perché io ho creduto nei tuoi comandamenti. Ho creduto che tali precetti me li hai dati tu, che sei Dio e che dài all’uomo, gratuitamente, la capacità di mettere in pratica quanto gli prescrivi.

5. [v 67.] Dice: Prima che io fossi umiliato, ho commesso falli; perciò la tua parola (ovvero, come altri recano più apertamente, il tuo dire) ho osservato. Evidentemente per non essere di nuovo umiliato. È preferibile riferire l’espressione al decadimento in cui incorse l’umanità tutta intera quando in Adamo 14 venne come viziata nella sua stessa radice. Non avendo voluto restare soggetta alla verità, venne assoggettata alla vanità 15. Fu un’esperienza che per i vasi di misericordia è poi risultata vantaggiosa, nel senso che, sgonfiato l’orgoglio, viene amata la docile obbedienza e l’antica miseria viene annientata per mai più ricomparire.

6. [v 68.] Sei soave, o Signore. Molti codici leggono: Soave sei tu, o Signore; alcuni altri: Soave sei tu, oppure: Buono sei tu, nel senso che abbiamo spiegato trattando sopra queste parole. E nella tua dolcezza insegnami le vie della tua giustizia. Vuol veramente praticare le vie della giustizia di Dio se vuole apprenderle, insieme con la sua soavità, da colui al quale or ora ha detto: Soave sei tu, o Signore.

La dolcezza dei comandamenti di Dio.

7. [v 69.] Continua poi: S’è moltiplicata contro di me l’iniquità dei superbi. Di coloro, cioè, ai quali nessun vantaggio ha recato l’umiliazione in cui è decaduta la natura umana per aver peccato. Ma io con tutto il mio cuore scruterò i tuoi comandamenti. Dice: Abbondi pure fino all’inverosimile la cattiveria; non per questo si raffredderà in me la carità 16. Chi parla in questa maniera è un uomo che sta imparando le vie della giustizia di Dio per averne gustato la soavità. In realtà, quanto maggiore è la dolcezza dei comandamenti dati da Dio soccorritore, altrettanto cresce nell’amante l’impegno di scrutarli. E conoscendoli li metterà in pratica, e praticandoli li conoscerà [ancora meglio], poiché veramente col praticarli se ne acquista una cognizione più perfetta.

8. [v 70.] Il loro cuore s’è rappreso come latte. Di chi si parla, se non dei superbi che, come notava prima, avevano accumulato su di lui la loro malvagità? Con la parola che usa in questo verso vuole indicarci ancora una volta che essi hanno indurito il loro cuore. È vero che l’espressione è suscettibile d’un significato positivo, come ad esempio nel salmo sessantasettesimo. Ivi si dice: Monte di formaggio, monte ferace 17, cioè ” monte pieno di grazia “, e molti traduttori anche là hanno usato proprio il termine rappreso. Nel nostro caso, però, osserva cosa il salmista da parte sua contrapponga alla durezza del loro cuore. Dice: Io viceversa ho meditato la tua legge. Quale legge? Una legge sommamente giusta e misericordiosa, tanto che di essa può dire al Signore: E nella tua legge usami pietà. Dio resiste ai superbi perché induriscano [nel male]; agli umili invece dà la grazia 18, affinché amino l’obbedienza e conseguano la gloria della esaltazione. È infatti meditando su questa legge che si pratica l’umiltà volontaria e si evita l’umiliazione penale, di cui parla il salmo subito dopo.

Vantaggi delle umiliazioni.

9. [v 71.] Buon per me che tu mi abbia umiliato, affinché impari le vie della tua giustizia. Una cosa molto affine aveva detto poco prima: Prima che io fossi umiliato, ho commesso falli; perciò ho custodito la tua parola 19. Dal frutto che ne ha ricavato lascia comprendere quanto vantaggiosa gli sia stata l’umiliazione. Là tuttavia ne indicava anche la causa, in quanto fu per le sue colpe antecedenti che s’era meritato la umiliazione penale. Che se nel primo testo dice: Perciò io ho custodito la tua parola, e nel seguente: Affinché io impari le vie della tua giustizia, è – mi sembra – un indizio abbastanza chiaro per concludere che conoscere i comandamenti è lo stesso che custodirli, e custodirli è lo stesso che conoscerli. In questo senso, di Cristo non si può dire che non conoscesse quel che rimproverava, eppure rimproverava il peccato senza conoscere il peccato 20, come era stato scritto di lui. Quindi per un verso lo conosceva, per un altro non lo conosceva, cioè ne era all’oscuro. Così è delle vie di giustizia del Signore: molti le imparano e insieme non le imparano. Le conoscono cioè perché ne hanno una qualche idea, ma nello stesso tempo le ignorano, in quanto non praticandole dimostrano di non conoscerle. In questo senso è da supporre che il Salmista abbia detto: Affinché io impari le vie della tua giustizia. Che io, cioè, ne abbia quella scienza che le fa praticare.

10. [v 72.] Questa pratica non si ottiene senza la spinta dell’amore; e chi riesce a praticare la legge è segno che ha quell’attrattiva a proposito della quale si diceva prima: Nella tua soavità insegnami le vie della tua giustizia 21. È quel che risulta dal verso seguente dove è detto: Buona è per me la legge della tua bocca, più che tonnellate d’oro e d’argento. Veramente la carità suscita nel cuore, per la legge di Dio, un amore più intenso di quello che l’avidità vi suscita per tonnellate di oro e di argento.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 18

Le “mani” di Dio.

1. [v 73.] Quando Dio creò l’uomo traendolo dalla polvere e lo animò col suo alito, non è indicato nel Libro sacro che si sia servito delle mani. Non vedo pertanto quale sia il motivo per cui certuni, mentre ritengono che tutte le altre creature Dio le abbia fatte col suo Verbo, l’uomo (che è come il suo capolavoro) l’abbia fatto con le sue mani. A meno che non si voglia pensare che, essendo stato l’uomo formato, come si legge, di polvere 1, questo non possa essere avvenuto senza l’uso delle mani. Costoro tuttavia non riflettono a quel che è scritto nel Vangelo riguardo al Verbo di Dio, che cioè per suo mezzo tutte le cose sono state create 2 e che questa affermazione non sarebbe esatta se, come le altre cose, così anche il corpo umano non fosse stato fatto ad opera del Verbo. È vero che essi citano la testimonianza di questo salmo e argomentano: Ecco un testo in cui l’uomo chiarissimamente grida al Signore: Le tue mani mi hanno fatto e formato. Come se altrove non si trovi scritto con eguale chiarezza: Vedrò i cieli, opera delle lue dita 3. E ancora con la solita chiarezza: E i cieli sono opera delle tue mani 4. Anzi la chiarezza è maggiore là dove si dice: E le sue mani plasmarono la terra asciutta 5. Sono dunque mani di Dio la stessa potenza divina. Che se li impressiona l’uso del plurale (poiché vi si dice non ” la tua mano ” ma le tue mani), intendano per ” mani di Dio ” la potenza e la sapienza di Dio, due attributi applicati all’unica persona di Cristo 6: il quale è da intendersi anche nell’immagine di ” braccio del Signore “, come nel passo: E il braccio del Signore a chi è stato rivelato? 7 In alternativa a questa spiegazione, per ” mani di Dio ” si potrebbero intendere il Figlio e lo Spirito Santo, poiché anche lo Spirito Santo collabora nelle opere del Padre e del Figlio. Ne parla l’Apostolo dove dice: Tutte queste cose le produce l’unico e medesimo Spirito 8. Dice: L’unico e medesimo Spirito, perché non si creda che tanti sono gli spiriti quante le opere; non perché lo Spirito operi senza il Padre e il Figlio. È quindi libera l’interpretazione di cosa intendere per ” mani di Dio “, a patto però che non si neghi che Dio faccia col suo Verbo ciò che fa con le mani e che quanto fa mediante il Verbo sia fatto attraverso le sue mani. Parimenti non si deve credere che, per il fatto che si menzionano le mani di Dio, egli abbia una forma corporea e che abbia una mano sinistra distinta dalla mano destra, ovvero che nel suo operare, siccome agisce mediante il Verbo, abbia emesso dei suoni attraverso la bocca o che siano in lui moti spirituali transeunti.

Anima e corpo creati da Dio.

2. Non è mancato chi nei due verbi: Mi hanno fatto e formato, volesse vederci una distinzione, affermando che l’azione divina del ” fare ” si riferisca all’anima, quella del ” formare ” al corpo. Riguardo all’anima ha detto infatti Dio: Io feci ogni respiro 9, mentre nei riguardi del corpo si legge: E Dio formò l’uomo polvere della terra 10. Se ne concluderebbe che, siccome tutto quello che si forma si fa mentre non tutto quello che si fa si forma, dell’anima si dice che è stata fatta (e non formata) perché non è una sostanza corporea ma spirituale. Senza pensare che si trova scritto: Colui che ha formato lo spirito dell’uomo dentro di lui 11. Comunque sia, quando in un medesimo testo si trovano usati per l’uomo tutti e due questi verbi, non è di cattivo gusto smembrare la frase nelle sue singole parti e intendere che “fatto” si riferisca all’anima, mentre del corpo si dice che è stato formato, o modellato o plasmato. A patto però che non si neghi che i due elementi di cui risulta l’uomo, cioè l’anima e il corpo, siano stati creati da Dio. Al riguardo ci sono stati interpreti che si sono rifiutati di dire: Mi hanno formato, e hanno tradotto con: Mi hanno plasmato, preferendo una traduzione meno latina e più vicina al greco anziché usare la parola ” formare “, che in qualche caso significa anche ordire inganni.

Intelletto umano e fede soprannaturale.

3. Ci si può chiedere se tutto questo sia stato detto con riferimento ad Adamo, da cui s’è propagato tutto il genere umano. Essendo Adamo una creatura fatta [da Dio], qual uomo potrà non dire di se stesso che è stato fatto, se tiene conto della sua origine e della propagazione della specie? O non sarà più esatto intendere le parole: Le tue mani mi hanno fatto e plasmato nel senso che ciascuno nasce, è vero, dai genitori ma non senza l’intervento di Dio, poiché, se gli uni lo generano, chi crea è solo lui? In realtà, se alle creature viene sottratta la potenza operante di Dio, esse periscono; e se Dio interrompesse la sua azione, non ci sarebbe assolutamente alcun essere che nasca né dagli elementi del mondo né dai propri genitori né da alcun seme. In relazione, a questo, Dio disse a Geremia: Prima che li formassi nel ventre, io ti conobbi 12. Ci si chiede però: Forse che era privo di intelletto l’uomo fatto da Dio – si tratti del primo uomo o di qualsiasi altro procreato dopo di lui – per cui ora gli si dica [nel salmo]: Le tue mani mi hanno fatto e plasmato; dammi l’intelletto? Non è forse l’intelletto così proprio della natura umana in quanto tale, che solo per esso l’uomo si distingua dal bruto? O che la natura umana per il peccato sia stata così deformata che anche in questa prerogativa debba essere rinnovata? Non per nulla infatti l’Apostolo dice a tutti i rigenerati: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente 13, e l’intelletto ha precisamente sede nella mente. In un altro passo diceva ancora: Riformatevi rinnovando il vostro sentire 14. Parlando poi di coloro che non erano partecipi di questa rigenerazione, diceva: Questo vi dico, e vi scongiuro nel Signore. Non camminate più come camminano i pagani nella vanità della loro mente, ottenebrati nell’intelligenza, fatti estranei alla via di Dio per l’ignoranza che è in loro a causa della cecità del loro cuore 15. È in relazione a questi occhi interiori, la cui cecità consiste nel non comprendere, che ci vien data la fede: la quale purifica il cuore e fa sì che gli occhi si aprano e si rischiarino sempre di più 16. Se è vero infatti che nessuno senza capire almeno qualcosa può credere in Dio, è anche vero che per capire in tutta la sua ampiezza la rivelazione si deve essere sanati dalla stessa fede con cui si è cominciato a credere. Ci sono in effetti delle cose che, se non le si comprende, non le si crede; come ce ne sono altre che, se non le si crede, non le si comprende. Fo un esempio. La fede proviene dall’ascolto e l’ascolto proviene a sua volta dall’annunzio di Cristo 17. Ora come potrà credere a chi gli annunzia la fede uno che, per non dire altro, non conosce la lingua del predicatore? Viceversa, se non ci fossero verità che non possiamo capire se prima non abbiamo creduto, non direbbe il Profeta: Se non crederete, non comprenderete 18. In conclusione, il nostro intelletto progredisce penetrando sempre meglio le verità credute; la fede similmente progredisce riuscendo a credere meglio ciò che [in qualche modo] capiva; la mente poi progredisce nell’atto stesso di capire, e ciò in quanto penetra ognor più le stesse cose proposte dalla fede. Tutto questo ovviamente non compie l’uomo con le sue risorse naturali ma con l’aiuto di Dio e per suo dono. Come quando un occhio guasto ricupera la vista: non lo si deve all’occhio stesso ma alla medicina. La persona quindi che, rivolgendosi a Dio, gli dice: Dammi l’intelletto, perché impari i tuoi comandamenti, non è completamente senza intelletto, quasi fosse un bruto, e nemmeno è da ritenersi come uno di coloro che, sebbene uomini, camminano nella vanità della loro mente, ottenebrati nell’intelligenza, fatti estranei alla via di Dio 19. Se fosse così, non potrebbe nemmeno pronunciare tali parole. Non è infatti segno d’intelletto mediocre il sapere a chi ci si debba rivolgere per avere l’intelletto stesso. E bisogna anche riflettere con quale profondità occorra penetrare i comandamenti di Dio, se è vero che uno che già li conosce e che ha detto di averli custoditi da tempo chiede che gli venga dato ancora l’intelletto per impararli.

Illuminazione della mente e ministero degli Angeli.

4. La frase dei nostri traduttori: Dammi l’intelletto è più concisa nel testo greco che ha: . Il greco cioè, con una sola parola () esprime l’intera frase: Dammi l’intelletto, cosa che in latino rimane impossibile. È come se in latino non esistesse il verbo ” sanare ” e per esprimersi bisognasse dire: Dammi la salute (come nel nostro salmo è detto: Dammi l’intelletto), ovvero: Fammi sano; al che nel nostro salmo corrisponderebbe: Fammi intelligente. Tale opera potrebbe poi compierla anche un angelo, tanto è vero che fu un angelo a dire a Daniele: Io sono venuto per darti l’intelletto 20, dove nel testo greco è usato lo stesso nostro termine, cioè: . In tal caso il latino, preso alla lettera, corrisponderebbe a: Per darti la salute; mentre il greco leggerebbe: A sanarti. Il traduttore latino non sarebbe ricorso alla perifrasi che gli fa dire: A darti l’intelletto, se, come può dire ” sanarti ” (dalla radice ” sanità “), avesse potuto dire ” intellettualizzarti ” (dalla radice ” intelletto “). Ebbene, se anche un angelo può dare l’intelletto, per quale motivo il salmista sarà ricorso a Dio perché compisse lui stesso quell’opera? Forse perché era stato Dio a comandare all’angelo che la compisse? Certamente. È da intendersi infatti che Cristo aveva dato all’angelo quell’ordine, come attesta al riguardo il Profeta, il quale così afferma: Or avvenne che mentre io Daniele ero assorto in visione e ne ricevevo il significato, ecco mi si fece davanti come la sembianza d’un uomo. E udii una voce umana, fra mezzo a Ulai, e gridò e disse: fagli intendere la visione 21. Nel testo greco anche in questo caso c’è il solito verbo , come nel nostro salmo. Essendo dunque Dio luce, è lui stesso che illumina le menti dei devoti affinché comprendano le realtà divine che loro vengono annunziate o mostrate 22. Se poi a questo scopo egli si serve del ministero degli Angeli, vuol dire che anche l’angelo può in qualche modo agire nella mente umana affinché riceva la luce di Dio e mediante questa luce comprenda. Tuttavia, dell’angelo si dice che dà all’uomo l’intelletto (o, se mi è lecita la parola, lo intellettualizza) nella stessa maniera che si dice ” dar luce a una casa ” o ” illuminare una casa ” parlando di uno che vi apra una finestra. Quest’uomo evidentemente non la investe né rischiara con la sua propria luce, ma apre soltanto nelle pareti della casa uno squarcio dal quale penetra la luce che viene a illuminarla. Ma c’è di più. Il sole stesso entra, è vero, per la finestra e illumina la casa, ma non ha creato né la casa né l’uomo che nella casa ha aperto la finestra. Né è stato il sole che ha imposto a quel tale l’obbligo di costruirla né l’ha aiutato nel lavoro né ha contribuito in alcun modo all’apertura di quella finestra, attraverso la quale spande la sua luce nella casa. Ben diversamente è di Dio. Egli ha creato la mente umana e l’ha fornita di razionalità ed intelletto, affinché potesse accogliere la sua luce. Egli ha creato gli Angeli, dando loro la possibilità di compiere opere in aiuto della mente umana, al fine di renderla capace di ricevere la luce di Dio. Egli aiuta poi la stessa mente umana nel ricevere l’azione degli Angeli, e quindi, con intervento suo personale la illumina affinché possa comprendere non solamente le cose che le vengono mostrate dalla Verità ma, a forza di progredire, riesca a penetrare la Verità stessa. Abbiamo così esposto cose, penso, necessarie; ma l’esposizione è andata per le lunghe. Chiudiamo quindi con questo il presente discorso, rimandando al prossimo la trattazione degli altri versi del salmo.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 19

1. [v 73.] In questo salmo per bocca del Profeta parla il Signore Gesù e chiede per il suo corpo, cioè per la Chiesa, come per un altro se stesso, che Dio gli doni l’intelletto con cui apprendere i comandamenti del Signore. La vita del suo corpo, cioè del suo popolo, è infatti nascosta [con Cristo] in Dio 1, mentre è nel medesimo suo corpo che Cristo si trova nel bisogno e chiede ciò che è necessario alle sue membra. Dice: Le tue mani mi hanno fatto e plasmato: dammi l’intelletto affinché impari i tuoi comandamenti. Intende dire: Siccome tu mi hai formato, tu trasformami [in nuova creatura], affinché nel corpo di Cristo s’adempiano le parole dell’Apostolo: Riformatevi nella novità del vostro sentire 2.

Promesse divine e speranze del popolo eletto.

2. [v 74.] Prosegue: Coloro che ti temono mi vedranno e gioiranno (o, come leggono altri codici: Si allieteranno), perché io ho sperato nelle tue parole. Ho sperato cioè nelle tue promesse, secondo le quali quanti ti temono sono figli della promessa e discendenza di Abramo, nel quale son benedette tutte le genti 3. Ma chi sono questi timorati di Dio? Chi vedranno e in che senso si allieteranno perché egli ha sperato nelle parole di Dio? Se è il corpo di Cristo, cioè la Chiesa, di chi sono questi accenti posti in bocca a Cristo? Sono certamente di chi è nella Chiesa e fa parte di essa; sono come una voce di Cristo che parla di se stesso. Ma, se è così, come mai non sono anch’essi del numero di coloro che temono Dio? Chi è, poi, la persona vedendo la quale si allietano? Non sarà per caso lo stesso popolo [di Dio] che vedendo se stesso se ne allieta? Per cui le parole: Coloro che ti temono mi vedranno e gioiranno, perché io ho sperato nelle tue parole, (o, come altri hanno tradotto con maggiore efficacia: arcisperato) equivarrebbero alle altre: Coloro che ti temono vedranno la tua Chiesa e se ne allieteranno, perché ho arcisperato nelle tue parole. E questo sarebbe il senso: quelli che vedono la Chiesa e se ne allietano altri non sono se non la Chiesa. Ma allora perché non ha detto: “Coloro che ti temono, mi vedono e se ne allietano”, ma: Ti temono (tempo presente) e poi: Vedranno e si allieteranno, che sono tempi del futuro? Non sarà forse perché il timore è cosa del tempo presente, finché cioè si protrae la vita umana qui in terra in mezzo alle tentazioni 4, mentre la gioia a cui allude qui il salmo è da attendersi per quando i giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre 5? Al riguardo in un altro salmo si legge: Quant’è grande l’abbondanza della tua dolcezza, o Signore, che hai nascosto a coloro che ti temono! 6 Al tempo presente dunque, cioè finché temono, non vedono, ma verrà il tempo in cui vedranno e gioiranno. Riferendosi a questa dolcezza occulta, così proseguiva il testo citato: L’hai elargita con pienezza a quanti sperano in te; e qui: Perché io ho sperato nelle tue parole, o: Vi ho arcisperato. Questo verbo composto, scelto con cura dal traduttore meticoloso, è molto espressivo per farci comprendere che Dio è potente e può compiere cose superiori a quanto noi possiamo chiedere e capire 7. Essendo al di sopra di quel che possiamo chiedere e capire, non basta che le speriamo, ma occorre arcisperarle.

Dio consolatore. Misericordia e verità di Dio.

3. [vv 75.76.] Nelle persone che ancora vivono in terra la Chiesa teme, non vedendosi giunta al regno dove il gaudio sarà assoluto ma dovendo ancora stentare fra i pericoli e le difficoltà del mondo presente, conforme le è stato detto: Chi crede d’essere saldo badi a non cadere 8. Si rende conto della miseria dei mortali; sa che un giogo pesante grava sui figli di Adamo dal giorno che nascono dal grembo della madre e poi su su per tutti i giorni, finché non vengano ad essere sepolti nelle viscere della [terra] loro madre comune 9. Né le sfugge che, sebbene rigenerati, han da gemere ugualmente sotto il peso della mortalità a motivo della carne che nutre brame contrastanti con quelle dello spirito 10. Considerando tutto questo dice: Ho conosciuto, Signore, che giustizia sono i tuoi giudizi e nella tua verità tu mi hai umiliato. Venga la tua misericordia a consolarmi, secondo la tua parola rivolta al tuo servo. La misericordia e la verità sono inculcate spessissimo nel Libro divino. Le si incontrano in frequenti passi, specie dei salmi; anzi una volta si legge proprio questo: Tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 11. Nel nostro salmo è posta per prima la verità, perché noi siamo stati umiliati con il castigo della morte inflittoci da quel giudice i cui giudizi sono giustizia. Subito dopo però si menziona la misericordia, per la quale siamo risollevati e riacquistiamo la vita in forza della promessa di colui che ci benefica accordandoci la grazia. Per questo dice: Secondo la tua parola rivolta al tuo servo, cioè secondo quanto promettesti al tuo servo. Che se dice: Venga la tua misericordia a consolarmi, può dirlo o della rigenerazione con cui siamo adottati a figli di Dio, o della fede speranza e carità, le tre virtù che costituiscono il nostro edificio [spirituale]. Sono infatti, tutti questi, doni della misericordia di Dio datici non a titolo di godimento, quasi fossimo beati: in effetti sono soltanto un conforto dato a chi è ancora misero e si trova nella vita presente travagliata e burrascosa.

La vita beata è premio di opere sante.

4. [v 77.] Dopo le traversie della vita presente, e attraverso queste, arriveranno le gioie che ci sono state promesse. Per questo continua: Vengano su di me le tue misericordie e vivrò. Difatti solo allora vivrò la vera vita, quando non avrò alcun timore di morire. In effetti quando si parla di vita senza aggiunte, si ha da intendere necessariamente la vita eterna e beata, la quale sola merita il nome di vita. A confronto con tale vita, la vita presente sarebbe da chiamarsi non vita ma morte. È questo il senso del detto evangelico: Se vuoi venire alla vita, osserva i comandamenti 12. Ha forse aggiunto: ” eterna ” o ” beata “? Similmente quando il Signore parlò della risurrezione della carne. Quanti operarono il bene – disse – risorgeranno alla vita 13, senza aggiungere nemmeno qui né ” eterna ” né ” beata “. Allo stesso modo il salmo. Dice infatti: Vengano su di me le tue misericordie e vivrò, senza precisare: E io vivrò in eterno; ovvero: Vivrò nella beatitudine. Significandoci così che non c’è altra vita se non quella che è senza fine e senza miserie. Ma con quali meriti la si consegue? Dice: Poiché la tua legge è la mia meditazione. È questa una meditazione dettata dalla fede che opera mediante la carità 14, poiché se non fosse così nessuno per essa potrebbe arrivare alla vita eterna. Ci tengo a dire questo per ammonire chiunque abbia magari imparato a memoria tutta la legge e l’abbia ricordata e cantata chissà quante volte. Ebbene, se uno avrà avuto sulle labbra i precetti della legge ma non sarà vissuto in conformità dei medesimi, non pensi minimamente d’aver adempiuto le parole lette [nel salmo]: Poiché la tua legge è la mia meditazione. Né si riprometta di conseguire quanto ha chiesto antecedentemente in base al merito di questa fede, e cioè: Vengano a me le tue misericordie, e vivrò. Questa meditazione è il pensiero d’un cuore innamorato, e innamorato a tal segno che l’ardore di questa meditazione non si raffredda per quanto grande possa essere l’iniquità degli altri da cui si sente circondato 15.

5. [v 78.] Continua dicendo: Siano confusi i superbi, che ingiustamente hanno commesso l’iniquità ai miei danni; io però mediterò sui tuoi comandamenti. Ecco cosa chiamava meditazione della legge di Dio, o meglio in che senso la legge di Dio era la sua meditazione.

Cristo partecipe della nostra mortalità.

6. [v 79.] Dice: Si convertano rivolgendosi a me quelli che ti temono e conoscono le tue testimonianze. In alcuni codici, greci e latini, troviamo: Si convertano a me, che, a quanto sembra, equivale a: Si convertano, rivolgendosi a me. Ma chi è che pronuncia queste parole? Infatti non ci potrà mai essere fra gli uomini uno che osi dire parole come queste. Che se le dicesse, nessuno dovrebbe ascoltarlo. In realtà, chi parla così è colui che prima, prestando la sua voce e parlando in proprio, diceva: Io sono partecipe di tutti quelli che ti temono 16. Questo, poiché egli si è reso partecipe della nostra mortalità al fine di rendere noi partecipi della sua divinità: noi, divenuti partecipi di quell’Unico per conseguirne la vita; lui, divenuto partecipe dei molti per condividerne la morte. È infatti a lui che si rivolgono coloro che temono Dio e conoscono le sue testimonianze: cioè quelle testimonianze, rese a lui, delle quali tanto tempo prima avevano parlato i Profeti e che, in tempi non molto remoti, quand’egli era fra noi, furono convalidate mediante i miracoli.

Stolto chi presume del libero arbitrio.

7. [v 80.] Dice: Divenga il mio cuore immacolato nelle vie della tua giustizia, affinché io non sia confuso. Torna a parlare con la voce del suo corpo, cioè del suo popolo santo. Chiede che divenga immacolato il suo cuore, cioè il cuore delle sue membra, nelle vie della giustizia di Dio. E questo non per le proprie forze. È infatti una cosa che chiede, non che pretende. E riguardo all’aggiunta: Affinché io non sia confuso, una cosa del genere si incontrava già nei primi versi di questo salmo, ove si diceva: Voglia il cielo che i miei passi siano diretti a custodire le vie della tua giustizia. Se guarderò a tutti i tuoi comandamenti, allora non rimarrò confuso. Là diceva: Voglia il cielo, che è un’espressione ottativa; qui si esprime in termini più espliciti, come chi sta pregando, e dice: Divenga il mio cuore immacolato. Comunque, né nella frase di prima né in questa (che poi sono un tutt’uno) si incontrano tracce di uno che audacemente confida nel libero arbitrio incurante della grazia. Riguardo poi alle altre parole dette là, cioè: Allora non rimarrò confuso, son le stesse di qui, ove si dice: Affinché io non sia confuso. Concludendo: il cuore delle membra di Cristo, cioè del suo corpo, diventa immacolato per la grazia di Dio, e questo ad opera del Capo dello stesso corpo, il nostro Signore Gesù Cristo, mediante il lavacro della rigenerazione 17 dove tutti i nostri peccati antecedenti vengono cancellati. Vi interviene anche con il suo aiuto lo Spirito, per dono del quale noi cominciamo a nutrire desideri opposti a quelli della carne 18 e riusciamo a non esser vinti nella nostra battaglia [interiore]. È inoltre un effetto dell’orazione insegnataci dal Signore, ove diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti 19. Il nostro cuore insomma diviene immacolato con la rigenerazione che ci viene donata, con gli aiuti che ci sostengono nella lotta e con la preghiera che eleviamo [a Dio]. E in tal modo non siamo confusi. Infatti anche questo rientra nell’ambito delle vie della giustizia di Dio, il quale ci ha dato, fra gli altri, anche questo precetto: Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato 20.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 20

In continua tensione verso la salvezza definitiva.

1. [v 81.] Con l’aiuto del Signore intraprendiamo l’esame e l’esposizione di quella parte di questo grande salmo dove si dice: La mia anima è calata verso la tua salute e io ho sperato nella tua parola. Non ogni calo [spirituale] è da attribuirsi a colpa o a pena; c’è anche un calo encomiabile e desiderabile. È vero che, essendo diametralmente opposti il crescere e il calare, in via ordinaria parlandosi di crescita la si intende nel bene, il calo invece nel male. Questo però quando non si aggiunge né si lascia sottintendere la cosa verso la quale si cresce o si cala. Se al contrario questa viene specificata, può esserci una crescita cattiva e un calo buono. Evidenti al riguardo le parole dell’Apostolo: Evita le novità di discorsi fatui poiché [quanti le seguono] avanzeranno sempre più nell’empietà 1; e le altre, dette a proposito di certuni: Essi avanzeranno verso il peggio 2. Lo stesso è del calo spirituale. Se dal bene si regredisce verso il male, è cattivo; se dal male si avanza verso il bene, è buono. Ad esempio, era buono quel calo di cui fu detto: La mia anima anela e si strugge verso gli atri del Signore 3. E così nel nostro salmo. Non si dice: ” È calata allontanandosi dalla tua salute “, ma: La mia anima è calata verso la tua salute, cioè dirigendosi verso la tua salute. È quindi un calo benefico, e chi l’esperimenta palesa un desiderio di bene non ancora raggiunto ma bramato con intensissima passione. Chi è, poi, che parla così, se non la stirpe eletta, il sacerdozio regale, il popolo santo che il Signore s’è conquistato 4? Lo dice nella persona di quanti desiderano Cristo, siano essi vissuti nel passato o vivano adesso o vivranno in avvenire: dalle origini dell’umanità, quindi, sino alla fine del mondo. Ne è testimone il santo vecchio Simeone, quando, tenendo in mano il Dio bambino, esclamò: Ora, Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola, perché gli occhi miei hanno veduto la tua salute 5. Aveva ottenuto da Dio il responso che non avrebbe assaporato la morte senza aver prima visto l’Unto del Signore 6; ed è da supporsi che il medesimo desiderio, come quel vecchio, così l’abbiano avuto tutti i santi dei tempi antecedenti. Lo conferma nostro Signore, quando parlando con i discepoli disse: Molti profeti e re hanno voluto vedere le cose che voi vedete e non l’hanno vedute, udire ciò che voi udite e non l’hanno udito 7. In effetti, è proprio la loro voce che dobbiamo riconoscere in questo passo che suona: La mia anima è calata verso la tua salute. Non s’appagò infatti allora questo desiderio dei santi, né è pago attualmente nel corpo di Cristo che è la Chiesa, finché non si giunga alla fine dei tempi quando verrà il Desiderato da tutte le genti, secondo la promessa del Profeta 8. In vista di ciò scrive l’Apostolo: Mi attende alla fine la corona della giustizia, che darà a me in quel giorno il Signore, giusto giudice; e non solo a me ma a tutti quelli che amano la sua manifestazione 9. Il desiderio di cui stiamo trattando nasce quindi dall’amore per la manifestazione di Cristo, della quale dice ancora l’Apostolo: Quando Cristo, vostra vita, si sarà manifestato, allora anche voi apparirete insieme con lui nella gloria 10. Ciò significa che nei tempi della Chiesa decorsi prima che la Vergine partorisse ci furono santi che desiderarono la venuta del Cristo incarnato, mentre nei nostri tempi, a cominciare dalla sua ascensione al cielo, ci sono santi che desiderano la sua manifestazione in cui verrà a giudicare i vivi e i morti. Questo desiderio della Chiesa, dagli inizi del mondo sino alla fine, è senza interruzione, se si voglia escludere il periodo che il Signore incarnato trascorse con i discepoli. Per cui molto a proposito si applica all’intero corpo di Cristo, gemente in questa vita, la voce: La mia anima è calata verso la tua salute, e io ho sperato nella tua parola. Ho sperato cioè nella tua promessa, ed è questa speranza che fa aspettare con pazienza quel che, finché dura il tempo della fede, è impossibile vedere 11. Anche in questo verso il testo greco reca quella parola ormai nota che i nostri traduttori hanno preferito rendere con arcisperato, per indicare che la realtà futura supererà senza alcun dubbio quanto può dirsi a parole.

Il ritardo nell’esaudimento acuisce il desiderio dei Santi.

2. [v 82.] Prosegue: I miei occhi si son calati verso la tua parola, dicendo: quando mi consolerai? Ecco di nuovo quel calo encomiabile e felice di cui sopra, attribuito questa volta agli occhi, evidentemente occhi interiori. Esso non deriva da debolezza d’animo ma dall’intensità del desiderio per le promesse di Dio. Lo dice espressamente: Verso la tua parola. In che senso poi questi occhi dicono: Quando mi consolerai?, se non perché sono lo slancio [interiore] e l’attesa [di tali promesse] che c’inducono a pregare e gemere? Infatti chi parla è la lingua, non l’occhio; ma il desiderio che anima la preghiera è in certo qual modo voce degli occhi. Usando poi l’interrogazione: Quando mi consolerai?, ci indica indirettamente che lo si fa aspettare. Come in quell’altro salmo ove si diceva: Ma tu, Signore, fino a quando? 12 Il rinvio mira a rendere più dolce la gioia dilazionata; o forse si tratta di una impressione della persona che nutre il desiderio, alla quale, come a ogni innamorato, è lungo il tempo dell’attesa, anche quando al soccorritore sembra breve. Ora, il Signore sa certamente non solo quel che deve fare ma anche il momento giusto per farlo, lui che dispone ogni cosa secondo misura, numero e peso 13.

3. [v 83.] Crescendo l’ardore dei desideri spirituali, ovviamente si smorza quello dei desideri carnali. Per questo continua [il salmo]: Infatti io son divenuto come un otre esposto alla brina; pertanto non ho dimenticato le vie della tua giustizia. Non v’è dubbio che nell'”otre” ci invita a intendere la nostra carne mortale, mentre nella “brina” il dono celeste per il quale, come per un freddo che congela, vengono sopite le passioni carnali. Ne consegue che le vie della giustizia di Dio non sfuggono più alla memoria, poiché non sì hanno in cuore altri pensieri ma si avvera quanto suggerito dall’Apostolo: Non abbiate cura della carne sì da destarne le concupiscenze 14. Per questo, dopo aver detto: Infatti io son divenuto come un otre esposto alla brina, aggiunge: Non ho dimenticato le vie della tua giustizia. Cioè: Non me ne sono dimenticato perché son divenuto proprio così. L’ardore della passione s’è calmato, permettendo che ardesse il ricordo dell’amore.

Perpetuità della Chiesa.

4. [v 84.] Quanti sono i giorni del tuo servo? Quando farai il giudizio dei miei persecutori? Nell’Apocalisse si ode questa voce dei martiri, e in risposta si impone loro di pazientare finché non si completi il numero dei loro fratelli 15. È dunque il corpo di Cristo che domanda quanti saranno i giorni che ancora gli restano da trascorrere in questo mondo. Nella risposta si vuol escludere l’opinione di chi pensasse che la Chiesa scomparirà dal mondo prima della fine dei tempi o che ci sarà quaggiù un certo periodo di tempo senza che vi sia la Chiesa. Al riguardo il salmista, dopo aver chiesto dei suoi giorni, aggiunge la menzione del giudizio: evidentemente per dimostrare che la Chiesa durerà sulla terra fino al giorno del giudizio, in cui si farà vendetta dei persecutori. A questo punto ci potrebbe essere anche qualcuno che si stupisca perché il salmo si ponga una domanda alla quale il Maestro, quando gliela posero i discepoli, rispose: Non tocca a voi sapere i tempi, che il Padre ha serbato in suo potere 16. Ma perché non credere, piuttosto, che in questo verso del nostro salmo viene profetizzato il fatto stesso che i discepoli avrebbero posto esattamente una tale domanda e che nella loro domanda si adempie proprio questa voce della Chiesa risuonata tanto tempo prima?

Minacce e lusinghe dei nemici della verità.

5. [v 85.] Seguita: Gli iniqui mi hanno narrato di certe delizie, ma non erano come la tua legge, Signore. Con la parola delizie i nostri interpreti hanno voluto rendere ciò che i greci chiamano ; parola, questa, che è impossibile tradurre in latino con un unico termine, tanto è vero che alcuni hanno preferito delizie, altri favole. Per cui non è errato intendervi le esercitazioni di cui sopra, ma qui con la sfumatura d’un gusto particolare nel raccontarle. Cose di questa genere, in più campi e in più materie, hanno anche le letterature profane, come le hanno pure i Giudei (che le chiamano Deuterosis); e vi si contengono, oltre al canone delle Scritture, migliaia di racconti favolosi. Le hanno anche gli eretici, noti per la loro loquacità vana e ingannatrice. Il salmo allude a tutti questi iniqui, e da loro dice che gli sono narrate delle , cioè ” esercitazioni ” formulate con parole allettanti. Ma non erano – dice – come la tua legge, o Signore, nella quale il gusto non mi viene dalle parole ma dalla verità.

6. [v 86.] Continua: Tutti i tuoi comandamenti sono verità; mi hanno perseguitato ingiustamente: aiutami. Il senso dipende totalmente dalle parole antecedenti: Quanti sono i giorni del tuo servo? Quando farai il giudizio dei miei persecutori? 17 Per perseguitarmi essi mi hanno raccontato delle ” delizie ” che altro non erano se non parole; ma io ho preferito ad esse la tua legge, nella quale ho provato maggiore delizia, perché tutti i tuoi comandamenti sono verità, e non come i loro discorsi dove abbonda la vanità. Comportandomi così, essi mi hanno perseguitato, ma ingiustamente perché in me essi non perseguitavano altro che la verità. Aiutami quindi, affinché io combatta fino alla morte per la verità. Anche questo infatti è tuo comando, e quindi è verità.

7. [v 87.] Mentre la Chiesa si comportava così, subiva le angherie di cui subito dopo: Per poco non mi hanno finito [qui] sulla terra. In effetti grande fu la strage dei martiri mentre loro confessavano e predicavano la verità. Ma siccome non era stata pronunziata invano l’invocazione: Aiutami, per questo può ora dire: Io però non ho abbandonato i tuoi comandamenti.

Ammirevole la costanza dei Martiri.

8. [v 88.] Per potei perseverare sino alla fine dice: Secondo la tua misericordia rimettimi in vita, e osserverò le testimonianze della tua bocca, dove il testo greco legge: , parola da non passarsi sotto silenzio perché richiama il dolcissimo nome di martire. Quando infieriva la crudeltà incontenibile dei persecutori (al segno che la Chiesa stava per essere cancellata dalla faccia della terra), i santi non avrebbero certamente custodito i di Dio se non si fosse adempiuta in essi la preghiera di questo salmo: Secondo la tua misericordia rimettimi in vita. E in realtà essi furono vivificati: non rinnegarono la Vita per amore di questa vita, né persero la vita per aver rinnegato la Vita. In tal modo, rifiutandosi di tradire la verità per amore della vita, conseguirono la vita morendo per la verità.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 21

1. [v 89.] La persona che parla in questo salmo appare angosciata per la mutabilità umana, che rende la vita presente piena di tentazioni. Immerso nelle afflizioni che poc’anzi lo avevano costretto a dire: Gli iniqui mi hanno perseguitato, e ancora: Per poco non mi hanno finito [qui] sulla terra 1, eccolo ora infiammato di desiderio per la Gerusalemme celeste. Dice: O Signore, la tua parola perdura in eterno nel cielo, cioè negli angeli che son rimasti nel loro rango in cielo senza disertare.

Cristo fondamento dell’edificio di Dio.

2. [v 90.] Il verso seguente, posto dopo menzionato il cielo, logicamente si riferisce alla terra. È un verso che fa parte degli otto elencati sotto l’identica lettera. Sotto ogni lettera ebraica infatti si succedono otto versi, sino alla conclusione del salmo veramente lungo. La tua verità di generazione in generazione; hai fondato la terra e sta salda. Egli ha mirato il cielo: dopo di che, guardando alla terra con l’occhio della mente illuminato dalla fede, trova in essa delle generazioni che non erano in cielo. E dice: La tua verità di generazione in generazione. Con tale ripetizione vuol significare tutte le generazioni, durante le quali mai è venuta meno la verità di Dio nei suoi santi, fioriti in numero ora più ora meno elevato, quanti ne ha dati o ne darà il succedersi dei vari tempi [della Chiesa]. O forse ha voluto significare due tipi di generazione: una svoltasi al tempo della Legge e dei Profeti, l’altra al tempo del Vangelo. Per indicare in certo qual modo la causa per cui mai in queste generazioni manchi la verità, dice: Tu hai fondato la terra e sta salda, chiamando ” terra ” coloro ché popolano la terra. Ebbene, riguardo al fondamento (di questa ” terra “] nessuno può porne altro al di fuori di quello che è stato posto, e cioè Cristo Gesù 2. Difatti anche per la generazione vissuta al tempo della Legge e dei Profeti il fondamento era Cristo, che dalla Legge e dai Profeti riceve testimonianza 3. Oppure dovremmo per caso dire che Mosè e i Profeti sono da considerarsi figli della schiava che genera per la servitù, e non figli della donna libera, qual è la nostra madre 4, alla quale l’uomo dice: Madre Sion; e l’uomo è nato in essa, ed egli stesso, l’Altissimo, l’ha fondata 5? Egli infatti è allo stesso tempo e l’altissimo che sta presso il Padre e l’umilissimo che s’è reso tale per noi [rientrando come noi] nell’ambito di questa madre. Difatti colui che era Dio, e quindi al di sopra di lei, si è fatto uomo in lei. Su questo fondamento, Signore, tu hai fondato la terra che rimane salda poiché poggiando su tale fondamento non si inclinerà mai in eterno 6: rimarrà cioè ferma in coloro che da te avranno la vita eterna. Gli altri invece, cioè i nati dalla serva, gli eredi del Vecchio Testamento (nelle figure del quale tuttavia era nascosto il Nuovo), non seppero gustare altro se non le promesse terrene, e quindi non rimarranno per sempre. Il servo infatti non rimane eternamente nella casa, mentre il figlio vi rimane in eterno 7.

3. [v 91.] Per tuo ordine dura il giorno. Tutte queste cose sono il giorno: il giorno che il Signore ha fatto. Esultiamo e rallegriamoci finché dura 8, e camminiamo nell’onestà, come chi è nel giorno 9. Tutte le cose infatti sono al tuo servizio. Tutte le cose, cioè le cose di cui ha parlato, tutte queste cose, riferentisi al giorno, sono al tuo servizio. Non ti servono invece gli empi, di cui è detto: Ho paragonato la vostra madre alla notte 10.

La legge della fede.

4. [v 92.] Guarda poi al modo come viene liberata questa ” terra ” e dove poggia il fondamento che la rende stabile, e soggiunge: Se la tua legge non fosse la mia meditazione, già forse sarei perito nella mia miseria. È questa la legge della fede: non della fede vuota ma operante per mezzo della carità 11. Per essa si impetra la grazia che rende forti nella tribolazione temporale e impedisce di soccombere nella miseria della mortalità.

5. [v 93.] Dice: In eterno non mi dimenticherò delle vie della tua giustizia, perché per esse mi hai rimesso in vita. Ecco come è riuscito a non soccombere nella miseria della sua mortalità. Se infatti Dio non vivificasse, cosa sarebbe dell’uomo? Egli ha potuto darsi la morte, ma non può ridonarsi la vita.

Autosufficienza perniciosa.

6. [v 94.] Continuando dice: Tuo io sono, salvami, perché io ho cercato le vie della tua giustizia. Non è da sorvolarsi sul significato di quanto qui è affermato, e cioè: lo sono tuo. Chi infatti non è di Dio? O dovremmo pensare che, per essere Dio (come si dice) in cielo, ci sia qualcosa sulla terra che non appartenga a lui? Ma c’è un salmo che proclama: Del Signore è la terra e quanto la riempie, il mondo e tutti i suoi abitanti 12. Cosa mai, quindi, avrà voluto inculcare il nostro salmo quando, riferendosi ad una particolare famigliarità con Dio, ha detto: Io sono tuo, salvami? Non avrà per caso voluto indicarci che fu per sua colpa se ambì d’essere autonomo, cosa che della disobbedienza è il male primo e più radicale? È come se avesse detto: Volli essere mio e mi rovinai. Per questo dice ora: Io sono tuo; salvami, perché io ho cercato le vie della tua giustizia. Non le mie voglie, con le quali pretesi di essere mio ma le vie della tua giustizia, per essere sempre tuo.

7. [v 95.] Dice: Mi hanno aspettato i peccatori per rovinarmi; ma io ho compreso le tue testimonianze. Cosa vorrà dire con quel: Mi hanno aspettato per rovinarmi? Che gli abbiano forse sbarrato la via tendendogli insidie, aspettando di ucciderlo quando fosse passato? Temeva quindi di perire ucciso nel corpo? Certo no! Cosa vuol dire dunque: Mi hanno aspettato, se non che hanno aspettato che io consentissi al male? Con questo infatti l’avrebbero veramente ucciso. Come però egli sia sfuggito alla rovina lo manifesta dicendo: Ho compreso le tue testimonianze. Il testo greco lo esprime con termine più noto alle orecchie della Chiesa, poiché dice: Ho compreso i tuoi . Io non consentivo loro – dice – anche quando volevano uccidermi; così, confessando i tuoi , io non perivo. Essi però aspettavano che io finalmente consentissi perché volevano mandarmi in rovina, e per questo mi torturavano quando io confessavo [la mia fede]. Nonostante tutto, però, egli si manteneva fedele a quanto aveva compreso; e fissando lo sguardo alla fine che non ha fine, egli perseverava sino alla fine.

Tendere al fine sorretti dalla divina carità.

8. [v 96.] Prosegue e dice: Di tutte le conclusioni ho visto un fine; larghissimo è il tuo comandamento. Era entrato nel santuario di Dio e aveva compreso gli eventi della fine 13. Per ” tutte le conclusioni ” mi sembra che in questo verso si debbano intendere e il combattere fino alla morte in difesa della verità 14 e il sopportare ogni sorta di mali per il bene vero e sommo. Tratto finale di una tale conclusione è la esaltazione nel regno di Cristo, che sarà senza fine, dove si godrà una vita esente da morte e da dolori, colma anzi dei più grandi onori. Vie per raggiungere questa vita sono la morte i dolori e le umiliazioni della vita presente. Quanto alle altre parole: Larghissimo è il tuo comandamento, non vi intendo se non la carità. Cosa infatti sarebbe valso aver confessato i del Signore, esponendosi a ogni genere di morte e affrontando qualsiasi tormento, se in tale ” confessione ” non ci fosse stata la carità? Ascolta l’Apostolo! Dice: Anche se dessi il mio corpo per essere arso, ma non avessi la carità, non ne avrei alcun giovamento 15. Ora la carità è diffusa nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci è stato donato 16. Nell’aver in noi diffuso lo, Spirito è la nostra larghezza: quella larghezza per la quale senza compressioni si cammina per la via stretta, perché questo ci dona esattamente Colui al quale vien detto: Larghi rendesti i miei passi sotto di me, e non vacillarono i miei piedi 17. Largo è dunque il precetto della carità: quel duplice precetto con cui ci si comanda di amare Dio e il prossimo. Cosa infatti ci può essere di più ampio, se in esso si contengono tutta la Legge e i Profeti 18?

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DISCORSO 22

La carità debella la concupiscenza.

1. [v 97.] A più riprese abbiamo ricordato che, quando si menziona quella dilatazione encomiabile per la quale non si incontrano strettezze nella pratica dei comandamenti di Dio, è da intendersi la carità. Lo comprova anche il presente lungo salmo. Infatti, dopo che ha detto: Larghissimo è il tuo comandamento, nel verso successivo, cioè nel presente, per mostrare in che senso sia largo dice: Quanto ho amato la tua legge, o Signore! È dunque l’amore l’ampiezza del precetto. Ma come sarebbe possibile amare quanto Dio comanda di amare e non amare insieme lo stesso precetto? Ora precetto e legge sono la stessa cosa. Dice: Tutto il giorno è la mia meditazione. Ecco come l’ho amato: meditandolo tutto il giorno, o più esattamente (come legge il testo greco) per tutto il giorno, ove meglio si sottolinea la continuità del meditare. Con tale espressione, poi, si indica la totalità del tempo e cioè: sempre. Quanto all’amore di cui il nostro salmo, è con esso che si debella la passione sregolata che di frequente ostacola l’adempimento dei precetti della legge, in quanto la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito. Lo spirito, a sua volta, nutre desideri opposti a quelli della carne 1 e [per superarli] deve amare la legge di Dio, facendone la sua meditazione tutto il giorno. Dice al riguardo l’Apostolo: Dov’è allora il tuo vanto? È escluso. Per quale legge? quella delle opere? No, ma per la legge della fede 2. È questa la fede che opera mediante l’amore 3. È lei che, cercando, chiedendo e picchiando, impetra io Spirito buono 4 per il quale si diffonde l’amore nei nostri cuori 5. Quanti poi sono mossi da questo Spirito sono figli di Dio 6 e vengono [da lui] accolti per assidersi con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli 7. Al contrario il servo, cioè l’Israele secondo la carne, non resta per sempre nella casa 8, come è stato detto: Vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, mentre voi sarete cacciati fuori. E da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno ne verranno a porsi a mensa nel regno di Dio. Ed ecco vi sono dei primi che saranno ultimi e degli ultimi che saranno primi 9. Riguardo alle genti [pagane] dice il Vaso di elezione: Le genti le quali non andavano dietro alla giustizia hanno conseguito la giustizia, dico la giustizia che nasce dalla fede. E Israele che cercava la legge della giustizia, a tale legge non pervenne. Perché? Perché [la cercò] non dalla fede ma dalle opere, urtando nella pietra d’inciampo 10. In tal modo son divenuti nemici di colui che profeticamente parla nel presente salmo.

Il gusto del bene è dono di Dio.

2. [v 98.] Collegandosi al precedente aggiunge: Più dei miei nemici tu mi hai fatto gustare il tuo precetto, perché in eterno esso mi appartiene. Loro hanno certamente lo zelo di Dio, ma non secondo scienza. Non conoscendo infatti la giustizia di Dio e volendo affermare la propria, non soggiacciono alla giustizia di Dio 11. Il salmista, a differenza di questi suoi nemici, è in grado di gustare la legge di Dio e, a somiglianza dell’Apostolo, vuol trovarsi sprovvisto di giustizia personale, derivatagli dall’osservanza della legge, per possedere la giustizia dono di Dio, che si acquista mediante la fede in Cristo 12. Non che la legge a cui si rifanno i suoi nemici non sia da Dio, ma essi non hanno, di tal legge, quella sapienza che ha costui, il quale la gusta più dei suoi nemici in quanto è continuamente congiunto a quella pietra nella quale gli altri hanno inciampato. Infatti fine della legge è Cristo 13, a salute di ogni uomo che creda 14 per essere gratuitamente giustificato attraverso la grazia divina 15. Non come quei tali che ritengono di poter osservare la legge con le loro sole forze e quindi presumono di affermare una giustizia che, per quanto derivata dalla legge di Dio, è una loro giustizia. Da figlio della promessa, il salmista ha, viceversa, fame e sete della giustizia divina 16 e va, per così dire, a mendicarla dal Padre chiedendo, cercando e picchiando 17. Divenuto in tal modo figlio adottivo, la ottiene per l’intervento del Figlio unigenito. Ma come avrebbe potuto conseguire un tal gusto per la legge di Dio se non glielo avesse concesso colui al quale ora dice: Più dei miei nemici tu mi hai fatto gustare il tuo precetto? Difatti i suoi nemici, quasi fossero discendenti di Agar e fossero nati per condurre una vita da schiavi 18, dall’osservanza di quella stessa legge si ripromisero premi d’ordine temporale; perciò la loro durata non fu eterna, come invece lo è per l’orante [di questo salmo]. A questo riguardo notiamo che son più vicini al vero quanti hanno tradotto: In eterno, che non coloro che hanno tradotto: Nel secolo, quasi che, terminato il secolo presente, non possa esserci alcun precetto della legge. In realtà, è vero che non ci saranno più precetti, se ci si riferisce a precetti scritti in tavole e libri visibili. Se invece ci si riferisce a quei precetti scritti nelle tavole del cuore, cioè all’amore di Dio e del prossimo, che è quel precetto duplice che comprende tutta la Legge e i Profeti 19, esso resterà in eterno e sarà lo stesso legislatore il premio dell’osservanza di tale precetto, come sarà premio del nostro amore lo stesso Diletto, quando Dio sarà tutto in tutti 20.

Gli infiniti tesori della scienza di Cristo.

3. [v 99.] Ma cosa vorrà dire il testo che vien dopo, cioè: Ho compreso più di tutti coloro che mi istruivano? Chi sarà mai questo uomo che ha compreso più di tutti i suoi maestri? Chi sarà, dico, l’uomo che in fatto di capire osa anteporsi ai Profeti (tutti i Profeti), i quali non solo istruirono con la parola i propri coetanei ma con gli scritti divennero anche per i posteri maestri dotati di incomparabile autorità? Consideriamo Salomone. A lui fu data una sapienza tale che, a quanto sembra, lo si debba ritenere superiore a tutti i suoi antecessori 21. Tuttavia, non è da pensarsi che in questo passo David, suo padre, profetizzi di lui, tanto più che sulla bocca di Salomone non potrebbero stare le parole che qui si leggono: Ho tenuto i miei piedi lontani da ogni via del male. È quindi più ovvio ritenere che il profeta autore del salmo si riferisca a Cristo, descrivendo con le sue parole profetiche ora la persona del Capo, cioè il nostro Salvatore, ora invece il suo corpo, cioè la Chiesa. Prende i due e li fa parlare come se fossero uno solo, in forza di quel gran sacramento di cui è detto: Saranno due in una sola carne 22. In lui veramente scopro uno che comprende più che tutti i suoi maestri. Così quando, ragazzo dodicenne, Gesù rimase a Gerusalemme e fu ritrovato dai genitori dopo tre giorni. Stava lì nel tempio, sedeva fra i dottori e li ascoltava e l’interrogava, e quanti lo ascoltavano rimanevano incantati dalla saggezza delle sue risposte 23. E si capisce! Se tanto tempo prima parlando profeticamente aveva detto lui stesso: Ho compreso più. di tutti coloro che mi istruivano. Dicendo ” tutti “, si debbono ovviamente intendere gli uomini (che egli supera tutti), non però Dio Padre, a proposito del quale il Figlio diceva: Parlo in conformità a quanto mi ha insegnato il Padre 24. Riguardo a questa espressione, molto difficilmente può essere messa in bocca al Verbo, a meno che qualcuno non voglia intendere (potendolo in qualche modo fare) che il Figlio in tanto è istruito dal Padre in quanto è da lui generato. Infatti nel Figlio non sono due cose diverse l’essere e l’essere istruito, ma sono la stessa cosa: per cui, se egli ha da qualcuno l’essere, ha dal medesimo insieme anche l’essere istruito. Che se al, contrario egli parla come uomo, in quanto cioè ha preso la natura dello schiavo 25, è più facile intendere come egli abbia appreso dal Padre le cose che ci ha comunicate. Di lui, comparso nelle sembianze d’uno schiavo, gli uomini più anziani di lui poterono pensare d’aver qualcosa da insegnargli, specie quand’era fanciullo; ma lui, ammaestrato dal Padre, comprendeva più di tutti i suoi maestri. Dice: Perché le tue testimonianze sono la mia meditazione. Comprendeva più di tutti i suoi maestri perché meditava le testimonianze di Dio, che da se stesso conosceva meglio di loro. Tanto è vero che poteva dire: Avete mandato ad interrogare Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io però non ricevo la testimonianza da un uomo, e vi dico questo per la vostra salute. Egli è stato una lampada che arde e brilla, e voi vi siete compiaciuti di godere per un po’ della sua luce. Io però ho una testimonianza maggiore di Giovanni 26. Ecco le testimonianze che meditava e per le quali aveva un’intelligenza maggiore di quella di tutti i suoi maestri.

Le membra di Cristo partecipano della sua sapienza.

4. [v 100.] Non è assurdo identificare tali maestri con gli anziani di cui subito dopo afferma: Ho compreso più degli anziani. La ripetizione – a quanto mi sembra – mira a richiamare l’attenzione di noi che leggiamo sull’età del fanciullo, riferitaci dal Vangelo. Egli era in tenera età e sedeva fra gente adulta. Cioè: sebbene giovanetto, egli sedeva fra gli anziani e comprendeva più di tutti i suoi maestri. In effetti, giovane e anziano usualmente significano rispettivamente minore e maggiore in età, anche se non si tratti di persone giunte alla vecchiaia o ad essa vicine. Che se poi vogliamo indagare nel Vangelo dove si trovi espressamente il termine anziani (quegli ” anziani ” al di sopra dei quali egli si dice di capire), lo troviamo quando gli scribi e i farisei dissero a Gesù: Per qual motivo i tuoi discepoli trasgrediscono le tradizioni degli anziani? Infatti essi non si lavano le mani quando mangiano il pane 27. Ecco, egli viene rimproverato di trasgredire le tradizioni degli anziani. Ascoltiamo cosa rispondeva colui che comprendeva più degli anziani. Dice: Perché anche voi trasgredite il comandamento di Dio per amore delle vostre tradizioni? 28 Successivamente, dopo cioè che ha mostrato come fosse superiore l’intelligenza nel Capo del corpo, vuole che anche il corpo, cioè le sue membra, superi in intelligenza quegli anziani di cui gli si ricordava la tradizione di lavarsi le mani. A tal fine chiamò le turbe e disse loro: Ascoltate e comprendete! 29 Come per dire: Vedete di capire anche voi più di quegli anziani, affinché risulti evidente che l’antica profezia: Io ho compreso più degli anziani si riferisce anche a voi. Deve pertanto essere esatta non solo se la si applica al Capo ma anche applicata al corpo, e quindi valere per il Cristo tutto intero. Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma quello che esce dalla bocca, questo contamina l’uomo 30. Tali affermazioni non comprendevano quegli anziani che avevano tramandato come fondamentali i precetti di lavarsi le mani. Né le compresero, quand’egli le annunziava, le stesse membra di quel Capo la cui intelligenza è superiore a quella degli anziani. Tanto è vero che, dopo un po’, Pietro rispondendo gli disse: Spiegaci questa parabola 31. Credeva che fosse parabola quel che il Signore aveva invece detto con linguaggio proprio, non figurato. Riprese Gesù: Anche voi siete senza intelligenza? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca passa nel ventre e viene espulso nel cesso? Invece quello che esce dalla bocca viene dal cuore ed è quello che contamina l’uomo 32. Anche voi siete a tutt’oggi privi d’intelletto e non comprendete più di quegli anziani? Adesso però, dopo che abbiamo ascoltato un maestro così sapiente qual è il nostro Capo, ciascuno di noi può senz’altro affermare: Io ho compreso più degli anziani. Infatti si adatta bene anche al corpo ciò che il salmo continuando soggiunge: Poiché ho ricercato i tuoi comandamenti. I comandamenti tuoi, non quelli degli uomini; i comandamenti tuoi, non quelli degli anziani, i quali, volendo essere dottori della legge, non capiscono né le cose che dicono né a proposito di che le dicano 33. Infatti non per nulla a quei tali che preferivano l’autorità degli anziani alla verità, a proposito dei comandamenti di Dio (che debbono essere ricercati perché li si comprenda meglio di quanto non facessero gli anziani del giudaismo), fu risposto con le parole: Perché anche voi trasgredite il comandamento di Dio per amore delle vostre tradizioni? 34

5. [v 101.] Quanto viene asserito dopo, e cioè: Da ogni cattivo sentiero ho sottratto i miei piedi per custodire le tue parole, non sembra convenire al nostro Capo ma deve applicarsi al corpo. Infatti non può il nostro Capo, il salvatore del corpo, essere condotto da passioni disordinate a battere le vie del male, per cui debba trattenere i suoi piedi già in qualche modo incamminati verso quella direzione. È però questo quel che facciamo noi tutte le volte che freniamo i nostri desideri disordinati (di cui Egli era esente) affinché non calchino le vie del male. Infatti in tanto riusciamo ad osservare la parola di Dio in quanto rifiutiamo di seguire le nostre voglie disordinate 35, impedendo loro di compiere il male a cui aspirano; al contrario, le teniamo a freno in virtù dello Spirito che ha desideri contrari a quelli della carne 36, e in questo modo riusciamo a non farci trascinare per le vie del male, rapiti e travolti dal loro impeto.

Dio è a noi più intimo di noi stessi.

6. [v 102.] Dice: Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi, perché tu mi hai imposto la legge. Manifesta quale sia il timore che gli impedisce di far scivolare i suoi piedi nelle vie del male. Cosa significa infatti: Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi, se non: Ho temuto i tuoi giudizi? Vi ho creduto con fede stabile, perché tu mi hai imposto la legge. Tu, che sei a me più intimo del mio intimo stesso, tu mi ponesti dentro, nel cuore, la tua legge, scrivendovela col tuo Spirito, come col tuo dito. In questo modo io non ho da temerla come un servo, senza avere per essa alcun amore; piuttosto ho da amarla con timore casto, come si addice a un figlio, e insieme ho da temerla con casto amore.

7. [v 103.] Stando così le cose, vedi cosa aggiunge: Quanto dolci sono al mio palato le tue parole! (o, come con più efficacia reca il greco: I tuoi detti). Sono alla mia bocca più gradite del miele e del favo [di miele]. Questa è la soavità che Dio dona perché la nostra terra produca il suo frutto 37: perché, cioè, noi operiamo il bene veramente bene; non quindi per paura di mali temporali ma per l’attrattiva che possiede in se stesso il bene spirituale. Alcuni codici, veramente, non leggono: Favo, ma i più lo hanno. Infatti è simile a miele la conoscenza chiara della sapienza; al favo invece somiglia la conoscenza dei sacramenti più reconditi, paragonabili a blocchi di cera. Tale conoscenza si sprigiona dalla bocca dell’esegeta, come da uno che mastica, ed è dolce alla bocca del cuore, non a quella del corpo.

L’umile obbedienza, via alla sapienza.

8. [v 104.] Che significa l’espressione: Dai tuoi comandamenti ho compreso? Una cosa infatti è: Ho compreso i tuoi comandamenti; e un’altra: Ho compreso dai tuoi comandamenti. Indica certamente che egli dai comandamenti di Dio ha compreso una non so quale altra cosa. Per quanto posso arguire, ci lascia intendere che egli, osservando i comandamenti del Signore, è giunto a comprendere appieno le cose che desiderava conoscere. Come sta scritto: Desideri la sapienza? Osserva i comandamenti e Dio te la concederà 38. In tal modo nessuno che non voglia camminare all’indietro presumerà di giungere alle altezze della sapienza senza prima essersi acquistato l’umiltà dell’obbedienza. In effetti, il possesso della sapienza è impossibile se non vi si giunge procedendo secondo l’ordine [voluto da Dio]. Ecco dunque il suggerimento da ascoltare: Non cercare quel che è al di sopra di te, e non scrutare ciò che sorpassa le tue forze; ma a ciò che ti è comandato da Dio, a quello pensa sempre 39. In questa maniera, l’uomo attraverso la sottomissione ai comandamenti giunge alla conoscenza perfetta delle verità occulte. Che se alle parole: A ciò che ti è comandato da Dio a quello pensa, l’autore aggiunge l’avverbio sempre, lo fa per dirci che, come è necessario praticare l’obbedienza per raggiungere la sapienza, così anche quando si è raggiunta questa sapienza non si può trascurare l’obbedienza stessa. Pertanto le parole: Dai tuoi comandamenti ho compreso, sono dette dalle membra di Cristo più avanzate spiritualmente. Le pronunzia. cioè, il corpo di Cristo in coloro che non solo osservano i comandamenti ma, proprio per la loro fedeltà ai comandamenti, sono favoriti del dono d’una più completa cognizione della sapienza. Dice: Per questo io odio ogni via d’iniquità. L’amore della giustizia deve, infatti, odiare ogni sorta d’iniquità: quell’amore che è tanto più intenso quanto più l’infiamma la dolcezza d’una maggiore sapienza. Ma questa sapienza è accordata solo a chi è soggetto a Dio e comprende meglio la portata dei suoi comandamenti.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 23

Luce eterna e luce derivata.

1. [v 105.] Con le forze che Dio vorrà donarci ci accingiamo a indagare ed esporre alcuni versi di questo salmo, dei quali il primo suona così: Una lampada ai miei piedi è la tua parola e una luce ai miei sentieri. La parola lampada è ripetuta con luce, e quanto si dice con ai miei piedi è ripetuto con ai miei sentieri. Ma cosa sarà, in tal caso, la tua parola? Forse quel Verbo che era in principio, Dio presso Dio, e per il quale tutte le cose furono create 1? No. Difatti quel Verbo è, sì, luce ma non è lampada, in quanto la lampada non è il Creatore, ma una creatura che viene accesa attraverso una partecipazione della luce immutabile. Tale era Giovanni, a proposito del quale il Verbo-Dio diceva: Egli era una lampada accesa e rilucente 2. È vero che anche la lampada è un qualcosa di luminoso, ma, in confronto col Verbo del quale è detto: Il Verbo era Dio 3, Giovanni non era la luce ma fu inviato a rendere testimonianza alla luce. Il Verbo al contrario era la luce vera: non una luce illuminata dal di fuori, come lo è l’uomo, ma una luce che illumina ogni uomo. Comunque, se la lampada non fosse una luce, non avrebbe detto agli Apostoli il, Signore: Voi siete la luce del mondo 4. All’udire tali parole essi avrebbero potuto pensare che fossero la stessa cosa di colui che parlava e che in un altro luogo, parlando di se stesso, aveva detto: Io sono la luce del mondo 5. Per impedire l’equivoco precisò: Non può restare nascosta una città posta sul monte, e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio ma sul candeliere, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini 6. In tal modo i discepoli dovevano persuadersi d’essere delle lampade accese a quella luce che splende immutabile. Non c’è infatti creatura, nemmeno fra quelle dotate di ragione e d’intelletto, che abbia da se stessa l’illuminazione, ma tutte sono illuminate per la partecipazione della verità eterna. E anche se talvolta le si chiama ” giorno “, non sono quel giorno che è il Signore ma il giorno che il Signore ha fatto. Per questo risuona [nel salmo]: Accostatevi a lui e sarete illuminati 7. Per questa partecipazione lo stesso nostro Mediatore, in quanto uomo, è nel l’Apocalisse chiamato lampada 8. Ma questa accezione è assolutamente unica. Di nessuno dei santi poté mai affermarsi con parola divina, né può dirsi in qualsiasi modo, che il Verbo si è fatto carne 9, mentre lo si dice [con verità] dell’unico Mediatore fra Dio e gli uomini 10. Risulta, dunque, che il termine “luce” può dirsi del Verbo unigenito uguale al Padre e può dirsi anche dell’uomo illuminato dal Verbo: il quale uomo, inoltre, può essere chiamato anche ” lampada “, come lo si trova detto di Giovanni e degli altri Apostoli. Li si può chiamare così, perché nessuno di loro è il Verbo; mentre il Verbo di Dio, dal quale i santi sono illuminati, non può chiamarsi ” lampada “. Stando così le cose, quale sarà la parola della quale si dice che è luce e insieme lampada? Dice infatti: Una lampada ai miei piedi è la tua parola e una luce ai miei sentieri. Non dovremo forse intendervi quella parola che fu rivelata ai Profeti o che fu predicata dagli Apostoli? Non, quindi, Cristo parola ma la parola di Cristo, della quale sta scritto: La fede [trae origine] dall’ascolto, l’ascolto dalla parola di Cristo 11. In tal senso, paragonando la parola profetica ad una lampada, l’apostolo Pietro diceva: Abbiamo la parola più ferma, quella profetica, alla quale fate bene a prestare attenzione come ad una lampada che risplenda in un luogo oscuro 12. Quanto, dunque, è detto qui nel salmo: Una lampada ai miei piedi è la tua parola e una luce ai miei sentieri, è da riferirsi alla parola contenuta in tutte le sante Scritture.

2. [v 106.] Dice: Ilo giurato ed ho stabilito di osservare i giudizi della tua giustizia, come persona che cammina rettamente alla luce di quella lampada e si muove per strade dritte. Con le parole del secondo membro, poi, si spiegano quelle del primo. E, come se noi gli chiedessimo il senso di: Ho giurato, aggiunge: Ed ho stabilito. Chiama giuramento ciò che ha deciso in virtù del sacramento, nel senso che la nostra mente deve essere così stabile nell’osservare i decreti della giustizia divina che quanto si è proposta deve assolutamente equivalere a un giuramento.

Necessità della fede per osservare la legge.

3. [v 107.] I decreti della giustizia di Dio vengono osservati mediante la fede, per la quale si crede che dinanzi a Dio, giudice giusto, nessun’opera buona rimane infruttuosa e nessuna colpa rimane impunita. Siccome però per l’attaccamento a questa fede il corpo di Cristo ha dovuto sopportare molti e gravissimi mali, per questo si dice nel salmo: Sono stato umiliato fino all’estremo. Non dice: ” Io mi sono umiliato “, per cui la frase debba riferirsi all’umiltà comandataci [dal Signore], ma al contrario: Io sono stato umiliato fino all’estremo. E ciò a sottolineare l’atrocissima persecuzione che [la Chiesa] ha subita per aver giurato e stabilito d’osservare i decreti della giustizia di Dio. Siccome però una tal fede non doveva venir meno, nonostante la profonda umiliazione, per questo prosegue: Signore, dammi la vita secondo la tua parola, cioè, secondo la tua promessa. È infatti l’annunzio delle promesse divine che costituisce una lampada ai piedi e una luce al sentiero. Non diversamente anche sopra, trovandosi prostrato dalla persecuzione, pregava Dio che lo rendesse alla vita, e diceva: Per poco non mi hanno finito [qui] in terra, ma io non ho abbandonato i tuoi comandamenti. Per la tua misericordia rimettimi in vita, e osserverò le testimonianze, cioè i della tua bocca 13. Dalle quali parole si ricava che è Dio colui che vivifica col dono della pazienza, per cui fu detto: Nella vostra pazienza possederete le vostre anime 14; e ancora, vedendo le cose dalla parte di Dio: Da lui proviene la mia pazienza 15. Senza un tale dono, quando infuria la persecuzione, non è il corpo che muore ma l’anima, in quanto non resta fedele ai e ai giudizi della giustizia di Dio.

4. [v 108.] O Signore, fa’ che le offerte volontarie della mia bocca incontrino il tuo beneplacito: fa’ cioè che ti piacciano. Non rigettarle ma accettale. Per offerte volontarie della bocca si intendono bene i sacrifici di lode offerti non per timore o necessità ma come spontanea attestazione d’amore, conforme al detto: Ti sacrificherò volontariamente 16. Ma che significato hanno le parole successive: E insegnami i tuoi giudizi? Non ha già detto nei versi precedenti: Io non mi sono allontanato dai tuoi giudizi? Come poteva far questo se non li conosceva? Se invece li conosceva, come può ora chiedere: E insegnami i tuoi giudizi? Non sarà lo stesso caso di prima, dove, dopo le parole: Tu hai usato dolcezza col tuo servo si diceva: Insegnami la dolcezza? Caso che abbiamo risolto interpretando le parole come pronunciate da uno che progredisce e che chiede gli venga accresciuto ciò che già possiede.

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio.

5. [v 109.] La mia anima è sempre nelle tue mani. Alcuni codici leggono: Nelle mie mani, ma la maggioranza: Nelle tue. E questo è ovvio, in quanto le anime dei giusti sono nella mano di Dio 17, nelle cui mani siamo noi e tutti i nostri discorsi 18. Prosegue: mi sono dimenticato della tua legge, quasi a dirci che la sua memoria, sede dell’anima, è stata aiutata dalle mani di Dio a non dimenticare la sua legge. Se al contrario si dovesse leggere: La mia anima è sempre nelle mie mani, non saprei qual senso dare alla frase. È infatti pronunziata dal giusto, non dal peccatore: dall’uomo che torna al Padre, non da chi se ne allontana. Ci si potrebbe certo vedere quel figlio minore, il quale volle avere in mano la propria anima quando disse al padre: Dammi la parte di beni che mi spetta 19; ma proprio per questo morì e si perdette. O che si debbano intendere le parole: La mia anima è nelle mie mani, come dette da uno che la offra a Dio affinché la riporti in vita? Così infatti si dice in un altro passo: A te ho elevato la mia anima 20, e in questo salmo un po’ avanti era stato detto: Dammi la vita 21.

6. [v 110.] Dice: I peccatori mi hanno teso lacci, ma non ho deviato dai tuoi comandamenti. Perché questo, se non perché la mia anima era nelle mani di Dio, ovvero, tenendola egli nelle sue mani, la offriva a Dio perché la vivificasse?

Il martirio è grazia insigne del Signore.

7. [v 111.] Ho acquistato in eredità le tue testimonianze in eterno. Qualche traduttore, per rendere con una sola parola il verbo usato dal greco, ha scritto: Ho ereditato. Ma questo, se pur lo si può dire in latino, indicherebbe la persona che ha donato l’eredità, piuttosto che non quella che l’ha ricevuta; ho ereditato equivarrebbe, in tal caso, a “ho arricchito” [un altro!]. Il senso genuino della frase, comunque, si specifica meglio ricorrendo a due parole, dicendo cioè o: Ho posseduto in eredità, ovvero: Ho acquistato in eredità, sempre quindi: In eredità, non: La eredità. Se poi gli si domanda cosa abbia acquistato in eredità, ci dice: Le tue testimonianze. Con questa espressione ci manifesta che è stato per un dono accordatogli dal Padre se egli ha potuto essere testimone di Dio e confessare le sue testimonianze: se cioè poté diventare martire di Dio e pronunziare i di lui come fecero i martiri. Molti infatti, pur volendo fare questo, non lo poterono, mentre nessuno di quelli che lo poterono lo poté senza averlo voluto, nel senso che mai sarebbero diventati martiri se la loro volontà avesse scelto di rinnegare le testimonianze di Dio. È però un fatto che anche la volontà dei martiri fu preparata dal Signore 22. Per questo il salmista proclama d’aver acquistato in eredità le testimonianze del Signore, e ciò in eterno. Infatti non si trova in esse una gloria temporale qual è quella degli uomini, di solito smaniosi di vanità, ma una gloria eterna, fatta per chi sa patire per un breve tempo al fine di regnare in eterno. Per questo continua: Esse infatti sono la gioia del mio cuore. Comportano afflizione fisica, ma per il cuore sono esultanza.

8. [v 112.] Ecco cosa aggiunge: Ho inclinato il mio cuore ad eseguire i tuoi statuti in eterno, a motivo della ricompensa. Colui che dice: Ho inclinato il mio cuore, aveva già detto: Piega il mio cuore verso le tue testimonianze 23. Ci si fa con ciò comprendere che la cosa è insieme dono di Dio e opera della propria volontà. Ma forse che durerà in eterno il nostro battere le vie della giustizia di Dio? In effetti, è vero che le opere compiute per sovvenire alle necessità del prossimo non potranno essere eterne, come non lo sono nemmeno le stesse necessità; se però a compiere tali opere non ci spinge l’amore, non ce ne proverrà alcuna giustificazione. Se invece le compiamo mossi dall’amore, quest’amore sarà certamente eterno, come eterna sarà la ricompensa ad esso dovuta. Ora, è in vista di questa ricompensa che il salmo dice d’aver chinato il suo cuore all’osservanza delle prescrizioni di Dio. In tal modo, amando in eterno, merita di avere in eterno quello che ama.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 24

1. [v 113.] Il passo del salmo di cui col beneplacito di Dio stiamo per intraprendere l’esposizione comincia così: Ho odiato gli iniqui e ho amato la tua legge. Non dice: ” Ho odiato gli iniqui e amato i giusti “, e nemmeno: ” Ho odiato l’iniquità e amato la tua legge “; ma, dopo aver detto che ha odiato gli iniqui, come per mostrarne il motivo soggiunge: E ho amato la tua legge. Ciò dicendo, precisa che negli iniqui egli non odia la natura umana ma l’iniquità che li rende nemici della legge [divina] da lui amata.

2. [v 114.] E prosegue: Mio aiuto e sostegno sei tu. Aiuto, per compiere il bene; sostegno, per evitare il male. Le altre parole: Ho arcisperato nella tua parola, in tanto può proferirle in quanto parla da figlio della promessa.

Un vescovo alle prese con le esigenze di gente indiscreta.

3. [v 115.] Ma qual è il senso del verso successivo: Allontanatevi da me, o maligni, e scruterò i comandamenti del mio Dio? Non dice infatti: ” Eseguirò “, ma: Scruterò. Desidera che i malvagi si allontanino da lui, e in effetti li scaccia via da sé anche ricorrendo alla forza, per poter conoscere perfettamente e diligentemente i comandamenti di Dio. Ciò perché i cattivi, se ci mettono alla prova dandoci modo di praticare i comandamenti, ci distraggono dal penetrarne le profondità. E questo non soltanto quando ci perseguitano o vogliono attaccar brighe, ma anche quando ci onorano e ci rispettano, esigendo però da noi come contropartita che ci prodighiamo a soddisfare le loro voglie viziose e affariste spendendo il nostro tempo in tali attività. Lo fanno anche (perché no?) quando opprimono i deboli, costringendoli in tal modo a ricorrere a noi perché ne patrociniamo la causa. Né a noi è consentito in tali casi dire ad essi: O uomo, dimmi, chi mi ha costituito giudice o arbitro tra voi? 1 Infatti in tali ricorsi l’Apostolo incaricò gli ecclesiastici perché facessero da arbitri, proibendo ai cristiani di deferire al tribunale [pubblico] i loro contrasti 2. Noi non ci stanchiamo di dire, non solo a chi s’appropria dell’altrui ma anche a chi esige con avidità esagerata la restituzione del proprio, che hanno da guardarsi da ogni sorta di cupidigia, e presentiamo loro l’immagine di quell’uomo a cui fu detto: Stolto, questa notte l’anima tua ti sarà tolta, e quanto hai preparato di chi sarà? 3 Ma non c’è verso. Nemmeno se diciamo questo essi si allontanano e ci lasciano in pace, ma ci opprimono con la loro ressa. Implorano e strepitano fino a che non ci abbiano costretti a occuparci delle cose che loro stanno a cuore, sottraendoci dalla meditazione dei comandamenti di Dio che sono il nostro amore. Oh, con quanta avversione per le turbe turbolente e con quanto desiderio per la parola divina fu detto: Allontanatevi da me, o maligni, e scruterò i comandamenti del Dio mio! Ci perdonino [lo sfogo] i fedeli che vivono nell’obbedienza e solo di rado ricorrono a noi per cause d’ordine temporale, adattandosi poi con tutta arrendevolezza alle nostre sentenze. Costoro certo non ci assillano con le loro querele ma piuttosto ci consolano con la loro docilità. Ci sono però di quelli che fra loro si comportano con ostinata pervicacia e, dopo aver oppresso i buoni, se ne infischiano anche delle nostre sentenze. Costoro veramente ci fanno perdere tempo: quel tempo che avremmo potuto, o dovuto, spendere nelle cose di Dio. Ebbene, a causa di costoro sia lecito anche a noi esclamare, usurpando questa voce del corpo di Cristo: Allontanatevi da me, o maligni, e scruterò i comandamenti del mio Dio.

4. [v 116.] In tal modo egli ha – per così dire – scacciato dagli occhi del suo cuore le mosche che insistentemente venivano a molestarlo. Dopo di che si volge di nuovo a colui al quale aveva detto: Mio aiuto e sostegno sei tu; ho sperato nella tua parola 4. Continuando l’invocazione dice: Accoglimi secondo la tua parola e vivrò, e non mi fare arrossire nella mia attesa. Colui che aveva chiamato [Dio] mio sostegno, chiede ora che venga sorretto con aiuti sempre maggiori per poter giungere alla meta per la quale sopporta tante molestie. Sorretto da Dio, ha fiducia di riuscire vittorioso, e questo con molto maggiore fondatezza che se si fidasse di quei fantasmi che sono le cose umane. Quanto al futuro: E vivrò, è detto per significare che, mentre si è legati a un corpo di morte qual è ora il nostro, noi non siamo vivi. Infatti il corpo è morto a causa del peccato e, se noi siamo salvati, lo siamo nella speranza: per la quale attendiamo la redenzione del nostro corpo e aspettiamo con pazienza ciò che speriamo senza vedere 5. Ora questa speranza non ci deluderà se nei nostri cuori è diffusa la carità di Dio per opera dello Spirito che ci è stato donato 6. È proprio per ricevere in maggior copia questo Spirito che si grida al Padre: Non mi fare arrossire nella mia attesa.

5. [v 117.] Gli si lascia intendere questa tacita risposta: Se non vuoi essere confuso nella tua attesa, non interrompere la meditazione delle vie della mia giustizia. E lui, constatando che una tale meditazione spesse volte gli viene impedita da languori spirituali, invoca: Aiutami e sarò salvo, e mediterò sempre sulle vie della tua giustizia.

Nel pensiero maturano le nostre azioni buone e cattive.

6. [v 118.] Tu hai disprezzato (o, come da altri è stato reso sembra con maggiore aderenza al greco: Tu hai ridotto al nulla tutti quelli che si allontanano dalle vie della tua giustizia, perché il loro pensare è ingiusto. Ecco perché ha gridato: Aiutami e sarò salvo, e mediterò sempre sulle vie della tua giustizia. Perché Dio annienta quanti da tali vie si allontanano. Ma perché se ne allontanano? Dice: Perché il loro pensare è ingiusto. È nel pensiero che ci si avvicina o ci si allontana [da Dio]. Ogni atto, buono o cattivo, ha origine dal pensiero, e nel pensiero ciascuno è o innocente o colpevole. In vista di ciò è scritto: Il pensiero santo ti salverà 7; e altrove: Dei pensieri dell’empio si farà rigoroso esame 8; e l’Apostolo: [Lo attestano] i pensieri che talora accusano e talora anche difendono 9. E dove potrà essere felice l’uomo che nel suo pensiero è misero? Ovvero, come potrà non essere misero nel suo pensiero uno che è stato ridotto a zero? In realtà è un grande squallore il peccato. Per cui molto a proposito è detto: Siano confusi i malvagi, i quali agiscono commettendo delle vanità 10, cioè il vuoto, come chi è stato ridotto al nulla.

7. [v 119.] Nel salmo seguono queste parole: Io ho considerato (ovvero creduto o anche stimato) trasgressori tutti i peccatori della terra. In vari modi i traduttori latini han reso quell’unica parola greca che è , ma l’espressione ha un senso molto profondo e con l’aiuto del Signore la si dovrà sviscerare con accuratezza dedicandole un altro trattato. Tanto più che le parole aggiunte (e cioè: Per questo io ho amato sempre le tue testimonianze) la rendono assai più oscura. Dice infatti l’Apostolo: La legge produce ira; e volendo motivare l’asserto continua: Infatti dove non c’è legge non c’è nemmeno trasgressione 11. Con questo lascia chiaramente intendere che non tutti [i peccatori] sono trasgressori, in quanto non tutti hanno ricevuto la legge. Che poi non tutti abbiano ricevuto la legge lo dice più palesemente in un altro passo con le parole: Quanti senza legge peccarono, senza legge anche periranno 12. Che significa dunque: Io ho considerato trasgressori tutti i peccatori della terra? È un problema che per ora ci contentiamo di porre, rimandandone la trattazione a un altro discorso, se Dio ce lo concederà. Questo, perché non succeda che, data la lunghezza del presente discorso, siamo costretti a svolgere l’argomento in maniera troppo succinta, impedendo l’esatta comprensione di quel che ha da essere spiegato.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 25

Peccato e trasgressione.

1. [v 119.] Cerchiamo di trovare, con l’aiuto di Dio, che significhi il verso di questo lungo salmo che inizia con: Trasgressori, o meglio: quei che trasgrediscono, poiché il greco ha e non . Cerchiamo, dico, come si debbano intendere le parole: Io ha considerato trasgressori tutti i peccatori della terra, tenuto conto di quanto afferma l’Apostolo: Dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione 1. Le quali parole egli dice mentre mira a distinguere la promessa dalla legge. Ecco infatti le parole precedenti, che consentono di ricavare il senso globale del testo: Non fu per la legge – dice – che è stata fatta ad Abramo o alla sua discendenza la promessa dell’eredità del mondo, ma per la giustizia della fede. Poiché se eredi fossero solo quelli della legge, sarebbe vana la fede e annullata la promessa. La legge infatti produce l’ira, poiché dove non c’è legge, non c’è neppure trasgressione. Perciò eredi si è per la fede, affinché, basata sulla grazia, sia stabile la promessa per tutta la discendenza, non solo quella della legge ma anche quella che ha la fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi 2. Perché l’Apostolo dice questo se non perché vuol dimostrare che la legge senza la grazia della promessa non solo non toglie il peccato ma lo accresce? Come asseriscono le altre parole: La legge subentrò perché il delitto abbondasse 3. Ma siccome mediante la grazia vengono rimesse non solo le colpe che si commettono senza la legge ma anche quelle commesse sotto la legge, per questo continuando il discorso conclude: Dove però abbondò il delitto, la grazia fu più abbondante ancora 4. L’Apostolo dunque non considera rei di trasgressione tutti i peccatori, ma soltanto coloro che peccano trasgredendo la legge. Dice infatti: Dove non vi è legge, non vi è nemmeno trasgressione 5. Cioè, secondo l’Apostolo ogni trasgressore in quanto pecca contro la legge è peccatore, ma non ogni peccatore è anche trasgressore, poiché ci sono taluni che peccano senza trasgredire la legge e, se non c’è la legge, non c’è nemmeno la trasgressione. D’altra parte, se nessuno peccasse senza la legge, lo stesso Apostolo non direbbe: Coloro che hanno peccato senza la legge, periranno senza la legge 6. Al contrario, secondo il nostro salmo tutti i peccatori della terra – sono trasgressori e quindi non c’è peccato che insieme non sia trasgressione. Che se non c’è trasgressione senza che vi sia la legge, ciò vorrebbe dire che non c’è peccato se non nell’ambito della legge. Chi pertanto afferma: Io ho considerato trasgressori tutti i peccatori della terra, vuol significarci che, secondo lui, non ci sono peccatori che non abbiano trasgredito la legge, e quindi è in contrasto con chi afferma: Quanti hanno peccato senza la legge periranno senza la legge. Infatti, secondo l’uno ci sono peccatori che non sono trasgressori, coloro cioè che peccarono senza la legge (e dove non c’è legge, non c’è trasgressione); secondo l’altro invece non c’è peccatore che non sia anche trasgressore, poiché egli ritiene trasgressori tutti i peccatori della terra. Quindi secondo lui non c’è nessuno che abbia peccato senza la legge, se è vero che dove non c’è legge, non c’è trasgressione. Cosa diremo allora? Che è vero che dove non c’è legge non c’è nemmeno trasgressione, mentre non è vero che alcuni hanno peccato senza la legge? Oppure che è vero che alcuni hanno peccato senza la legge, mentre non è vero che, per esservi la trasgressione, occorre necessariamente vi sia la legge? Ma l’Apostolo afferma tutt’e due le cose, e tutt’e due debbono essere vere perché per bocca dell’Apostolo parlava la Verità. Come allora sarà vero quanto senza equivoci in questo nostro salmo ci dice la medesima Verità, e cioè: Io ho considerato trasgressori tutti i peccatori della terra? Ecco la risposta che conviene dare [al problema]: vedere chi sono coloro che, secondo l’Apostolo, hanno peccato senza la legge. Fra costoro infatti ci potrebbe essere alcuno che non debba ritenersi trasgressore, dal momento che, sempre secondo l’Apostolo, dove non c’è legge non ci può essere trasgressione.

Giudei e pagani di fronte alla Legge divina.

2. È da osservare in realtà che, quando l’Apostolo scriveva: Quanti hanno peccato senza la legge senza la legge periranno, si riferiva alla legge che Dio diede al suo popolo, Israele, per mezzo del suo servo Mosè. Lo dimostrano le parole del contesto, in cui l’Apostolo tratta di Giudei e di Greci, cioè dei pagani, che rientravano non nell’ambito della circoncisione ma del prepuzio. E se li chiama senza legge, lo fa perché essi non avevano ricevuto quella legge che costituiva il vanto dei Giudei, al segno che l’Apostolo poteva dire di loro: Se tu ti chiami Giudeo e riposi nella legge e ti glori di Dio 7. In particolare occorre riflettere bene sul passo che precede l’affermazione: Quanti peccarono senza la legge, periranno senza la legge. Vi si legge: Ira e sdegno, tribolazione e angoscia sopra ogni anima d’uomo che fa il male, Giudeo prima e poi Greco; viceversa, gloria amore e pace a chiunque opera il bene, Giudeo prima e poi Greco: poiché non vi è riguardo a persone presso Dio. A queste parole aggiunge quelle di cui ora discutiamo, e cioè: Quanti senza legge peccarono, senza legge anche periranno; e quanti peccarono nella legge, con tale legge saranno giudicati 8. Con questi ultimi identifica i Giudei, con gli altri i Greci. Di essi infatti sta trattando, volendo dimostrare che gli uni e gli altri erano in dominio del peccato, perché, in tal modo convinti, confessassero di avere tutti bisogno della grazia. Al riguardo dice: Non v’è infatti differenza; tutti hanno peccato e rimangono privi della gloria di Dio, e sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui a mezzo della redenzione in Cristo Gesù 9. Chi sono dunque coloro di cui afferma che tutti hanno peccato, se non quei Giudei e Greci dei quali aveva detto che non v’è differenza? Similmente un po’ più avanti aveva detto di loro: Abbiamo dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono in potere del peccato 10. Ebbene quanti hanno peccato senza la legge (quella legge cioè di cui si vantano i Giudei) periranno senza la legge, mentre coloro che hanno peccato avendo la legge (cioè gli stessi Giudei) saranno giudicati mediante la legge. Ma non per questo eviteranno la perdizione: a meno che non credano in Colui che è venuto a cercare ciò che era perduto 11.

Una interpretazione insostenibile di 1 Cor. 3, 15.

3. Ci sono stati degli esegeti, anche cattolici, che non hanno posto la debita attenzione a queste parole dell’Apostolo e le hanno svisate dal loro giusto valore. Costoro hanno affermato che, se è vero che andranno perduti coloro che peccano senza la legge, gli altri (cioè coloro che peccano avendo la legge) saranno soltanto giudicati ma non andranno perduti. Saranno purificati attraverso pene transitorie – così opinano essi – come quel tale di cui fu detto: Egli però si salverà, magari attraverso il fuoco 12. Tuttavia, se c’è questa via d’uscita (lo si comprende bene) dipende dai meriti del Fondamento, di cui stava trattando l’Apostolo prima di giungere alla nostra frase. Ecco le sue parole: Io da savio architetto ho posto il fondamento, un altro ci lavora su. Ciascuno guardi come fabbrica; poiché nessuno può porre fondamento diverso da quello che già c’è, che è Gesù Cristo 13. Continuando giunge a quel passo dove afferma che si salverà attraverso il fuoco colui che, sopra un tale fondamento, non costruirà con oro, argento o pietre preziose, ma con legno, paglia o stoppia, senza peraltro rifiutare di essere accolto nell’edificio e senza abbandonare il fondamento che ha accettato [mediante la fede]. Costui, messo al bivio se abbandonare le sue voglie carnali o Cristo, preferisce Cristo alle sue passioni, anche se da queste è dominato fino a soccomberne. Se infatti non lo preferisse in tal modo, Cristo non sarebbe certo suo fondamento, poiché il fondamento precede e sta alla base dell’edificio e di tutte le sue parti. Se dunque c’è stato qualcuno che ha ritenuto non essere dannati per sempre coloro di cui si dice che saranno giudicati mediante la legge 14, penso che l’abbia fatto considerando che costoro hanno Cristo come fondamento. Ritenendo però una tale opinione, non han badato a quanto da noi dimostrato; e poi c’è la Scrittura che chiaramente attesta che le parole dell’Apostolo riguardano i Giudei, i quali evidentemente non hanno quel fondamento che è Cristo. Ora potrà esserci cristiano che, a proposito dei Giudei increduli a Cristo, pensi che essi non saranno condannati per sempre ma solo giudicati? Ovvero, non dice forse Cristo, parlando a tal popolo, che fu mandato per le pecore perdute della casa d’Israele 15, affermando insieme che nel giorno del giudizio si sarebbe usata più compassione con i sodomiti, dannati certo senza la legge 16, che non con la nazione giudaica incredula dinanzi ai prodigi da lui fatti con la sua onnipotenza 17.

La legge naturale.

4. Risulta dunque che l’Apostolo, se chiama i pagani senza legge, lo fa riferendosi alla legge data da Dio al popolo d’Israele per mezzo di Mosè 18: legge che non fu data agli altri popoli. In tal caso che senso daremo alle parole del nostro salmo: Io ho considerato trasgressori tutti i peccatori della terra? Non dovremo forse intravvedervi un’altra legge, non data per mezzo di Mosè, in relazione alla quale anche i peccatori nati al di fuori del mondo giudaico divengano trasgressori? Difatti dove non c’è legge non c’è neanche trasgressione 19. Ora, qual è questa legge se non quella di cui lo stesso Apostolo dice: Quando i gentili che non hanno la legge fanno per natura le cose della legge, costoro, non aventi legge, son legge a se stessi 20. In vista di ciò egli dice: Quanti non hanno legge peccano senza la legge e andranno in perdizione senza la legge. In quanto però egli afferma: Essi sono legge a se stessi, ci offre un motivo valido per concludere che tutti i peccatori della terra sono trasgressori. Non c’è infatti alcuno che danneggi il prossimo e insieme non disapprovi la stessa cosa quando viene fatta a lui. Col suo agire egli trasgredisce la legge naturale che non può non conoscere, tanto è vero che egli non vorrebbe ricevere lo stesso danno che reca all’altro. Ebbene, forse che una tal legge non era nel popolo d’Israele? Ma certo che c’era: poiché anche gli Israeliti erano uomini. Per essere infatti senza legge naturale avrebbero dovuto essere fuori del consorzio umano. Essi quindi si sono resi molto più trasgressori quando ricevettero la legge divina, con la quale la legge naturale viene restaurata, convalidata o rafforzata, come dir si voglia.

Compito della Legge: indirizzare alla grazia del Salvatore.

5. Fra i peccatori della terra (e tutti lo siamo) non è sbagliato annoverarci anche i bambini, a causa del peccato originale da cui sono avviluppati. È dimostrato infatti che anche loro, per la similitudine che portano con la trasgressione di Adamo 21, sono partecipi di quella prima trasgressione che venne commessa contro la legge data da Dio nel paradiso 22. In tal senso tutti i peccatori della terra, nessuno assolutamente escluso, sono da considerarsi (e lo sono veramente) trasgressori, in quanto tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio 23. Sì, veramente, la grazia del Salvatore [quando apparve] trovò tutti trasgressori, sebbene chi più e chi meno. Difatti quanto maggiore è la conoscenza che uno ha della legge, tanto meno è scusabile se pecca; e quanto minori sono le attenuanti che tino ha del peccato, tanto più è palese la sua trasgressione. Non restava, quindi, altro se non che a tutti venisse incontro soccorritrice la giustizia di Dio, donata cioè da Dio, e non quella propria di ciascuno. Non per nulla infatti dice l’Apostolo: Dalla legge la conoscenza del peccato. Non la remissione ma la conoscenza, sicché può dire ancora: Ma adesso senza la legge si è manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla Legge stessa e dai Profeti 24. In conformità con questo il salmista poteva aggiungere: Per questo ho amato le tue testimonianze. È come se dicesse: Siccome la legge, tanto quella imposta nel paradiso quanto quella insita naturalmente nel cuore dell’uomo, quanto quella scritta su codici, aveva reso trasgressori tutti i peccatori della terra, per questo io ho amato le tue testimonianze. Ho amato, cioè, le testimonianze che la tua legge mi dà riguardo alla tua grazia, perché sia in me non la mia ma la tua giustizia. Questo infatti è il lato positivo della legge: che ci indirizza alla grazia. E ciò essa compie non soltanto facendo fede riguardo alla giustizia di Dio che si ha da rivelare – giustizia che non è dalla legge ma anche col fatto stesso di rendere l’uomo trasgressore, cioè col suo stesso uccidere mediante la lettera 25. Ciò facendo, suscita nell’uomo il timore e lo costringe a ricorrere allo Spirito vivificante ‘ per opera del quale viene distrutto ogni peccato e viene infuso l’amore per le opere buone. Ecco perché dice: Per questo ho amato le tue testimonianze. Alcuni recano sempre, altri no. Se questo sempre c’è, è da intendersi nel senso di: ” Finché si vive in questo mondo “. Solo qui infatti ci sono necessarie le testimonianze della Legge e dei Profeti, che facciano fede alla giustizia di Dio per la quale, siamo giustificati gratuitamente. Come pure è in questo mondo che son necessarie le nostre testimonianze, rendendo le quali i martiri chiusero la loro vita temporale.

Confitti alla croce insieme a Cristo.

6. [v 120.] Conosciuta la grazia di Dio, unico mezzo per essere liberati dalla prevaricazione in cui si incorre attraverso la conoscenza della legge, prega e dice: Fissa con i chiodi del tuo timore le mie carni. Con tale espressione più marcata alcuni nostri traduttori hanno reso quanto in greco è detto con un unico verbo, cioè , mentre altri hanno preferito dire semplicemente: Fissa, senza aggiungere: Con chiodi. Volendo però tradurre con una sola parola latina l’unica parola greca, hanno spiegato con minore perspicuità il senso della frase. Nella parola fissa non c’è infatti inclusa l’idea di chiodi, mentre non ha significati che prescindano dai chiodi: cosa che in latino non può esprimersi se non ricorrendo a due parole, esattamente cioè come è stato detto qui: Fissa con chiodi. Riguardo poi al senso dell’espressione, non è altro se non quello di cui l’Apostolo: Quanto a me sia lungi dal gloriarmi d’altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, per opera del quale il mondo è stato per me crocifisso, e io per il mondo 26. E ancora: Sono stato crocifisso con Cristo; e vivo non più io, ma vive in me Cristo 27. Ora questo cos’altro vuol dire se non: In me non c’è una mia giustizia, derivatami dalla legge (la quale legge anzi mi ha reso trasgressore), ma la giustizia di Dio, quella giustizia che mi è stata donata da Dio 28 e non deriva da me? In questo modo non vivo più io ma vive in me Cristo, che è divenuto per noi sapienza da Dio e giustizia e santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto, chi si gloria, nel Signore si glori 29. E ancora: I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze 30. Nel brano di Paolo si dice che essi hanno crocifisso la loro carne, nel salmo si invoca Dio perché lo faccia lui, e per questo gli si dice: Fissa con i chiodi del tuo timore le mie carni. Ciò è per farci intendere che quanto compiamo di bene deve attribuirsi alla grazia di Dio, il quale opera in noi e il volere e l’agire conforme alla buona volontà 31.

Dal timore servile al timore filiale.

7. Dopo aver detto: Fissa con i chiodi del tuo timore le mie carni, soggiunge: Poiché io ho temuto per i tuoi giudizi. Che intende dire? Cos’è questo: Fissa col tuo timore, infatti ho temuto? Se aveva temuto o temeva, perché continuare a pregare perché Dio crocifiggesse le sue carni col suo timore? O forse voleva un aumento di timore? un timore tale, cioè, che fosse in grado di crocifiggere le sue carni, vale a dire le sue voglie e i suoi appetiti carnali? Avrebbe detto più o meno: Sviluppa in me il tuo timore, poiché io già temo a causa dei tuoi giudizi. Ma c’è un significato più profondo, che occorre ricavare scrutando con l’aiuto di Dio le sinuosità di questo brano scritturale. Dice: Fissa con i chiodi del tuo timore le mie carni, poiché io ho temuto per i tuoi giudizi. E vuol dire: Mediante il timore casto di te (quel timore che rimane in eterno) 32 abbiano a reprimersi totalmente i miei desideri carnali. Infatti io ho già temuto per i tuoi giudizi, quando cioè mi minacciava castighi quella legge che non poteva darmi la giustizia. Occorre però che questo timore, per il quale si ha paura del castigo, sia scacciato dalla carità perfetta 33, che rende l’uomo libero facendo leva non sul timore del castigo ma sull’attrattiva della giustizia. In effetti il timore che non porta ad amare la giustizia ma ad aver paura della pena, essendo un timore carnale è anche un timore servile, e quindi incapace di crocifiggere la carne. Sotto di lui seguita a vivere la volontà di peccare: la quale quando può ripromettersi l’impunità passa all’azione e sì manifesta, mentre invece quando è sicura d’incorrere nel castigo seguita a vivere nascosta. È tuttavia sempre in vita: tanto è vero che preferirebbe le fosse lecito quel che la legge vieta e si rammarica perché lecito non è. Così perché non sa godere spiritualmente del bene che la legge le presenta ma teme carnalmente il male che essa minaccia. Quando invece si ha il timor casto, si ha la carità, la quale scaccia via il timore servile e fa temere il peccato in se stesso, anche quando si è sicuri dell’impunità. Essa anzi mai si lusinga di restare impunita, in quanto, amando la giustizia, ritiene il peccato stesso già un castigo. Un tale timore è davvero in grado di crocifiggere le carni, poiché quando si gode l’attrattiva dei beni spirituali si è in grado di vincere le concupiscenze carnali, a differenza di quel che si conseguiva con la lettera della legge, capace solo di vietarle ma non di farle evitare. Quando poi tale vittoria si sarà estesa e avrà raggiunto la perfezione, le stesse passioni saranno eliminate del tutto. Dice dunque: Fissa con i chiodi del tuo timore le mie carni, poiché io ho temuto per i tuoi giudizi. E vuol dire: Dammi il timore casto, a chiedere il quale mi ha condotto l’altro timore, cioè quello della legge per cui ho temuto a causa dei tuoi giudizi e che è stato per me come un pedagogo perché io venissi a chiedertelo.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 26

Giustizia e giudizio.

1. [v 121.] Cominciamo ad esaminare ed esporre i versi di questo gran salmo che cominciano così: Ho operato il giudizio e la giustizia: non consegnarmi a chi vuol farmi del male. Nulla di strano che abbia agito secondo il giudizio e la giustizia colui che poc’anzi aveva chiesto venissero fissate con i chiodi del timore casto di Dio le sue carni, cioè le passioni carnali che sogliono ostacolare il nostro giudizio impedendogli d’essere retto. Per quanto infatti nel nostro modo di parlare si chiami giudizio tanto quello che è retto quanto quello che non lo è (per cui nel Vangelo fu necessario specificare: Non giudicate badando alle persone ma con retto giudizio 1), tuttavia nel nostro passo “giudizio” è detto in maniera tale che non lo si chiamerebbe appunto giudizio se non fosse retto. Se così non fosse, non si sarebbe contentato di dire: Ho operato il giudizio, ma avrebbe detto: Ho operato con retto giudizio. Una espressione di questo tipo usò anche il Signore Gesù quando disse: Voi avete dimenticato i punti più gravi della legge: il giudizio, la misericordia e la fedeltà 2. Anche qui si parla di giudizio in maniera che tutto lascia sottintendere come un giudizio non retto non sarebbe giudizio. E molti altri sono i passi delle Scritture divine in cui ci si esprime così. Ad esempio: La misericordia e il giudizio io canterò a te, o Signore 3. E ancora presso Isaia: Mi aspettavo che facesse il giudizio e invece operò l’iniquità 4. Non dice: ” Ho atteso che operasse secondo un giudizio giusto, essa invece ha operato secondo un giudizio iniquo”; ma si esprime lasciando intendere che un giudizio in tanto è giudizio in quanto è giusto, mentre non sarebbe giudizio se fosse ingiusto. Riguardo alla giustizia, invece, non c’è una giustizia che sia buona e un’altra che sia cattiva, a differenza del giudizio che talvolta è buono tal altra cattivo. Essendo giustizia, è per ciò stesso buona. È vero che nel nostro parlare comune è invalso l’uso di distinguere espressamente se si tratti di giudizio buono o di giudizio cattivo, come anche quello di distinguere fra giudice buono e giudice cattivo. Comunque, riguardo alla giustizia nessuno parla di giustizia buona e giustizia cattiva, come nessuno parla di giusto buono e di giusto cattivo, poiché per il fatto stesso di essere giusto uno è necessariamente anche buono. È dunque la giustizia una grande virtù dell’animo, una virtù degna di lode quanto altre mai, della quale non abbiamo ora agio di dissertare a lungo. Tornando quindi al giudizio, esso, se il rigore della espressione usata lo lascia intendere esercitato nel bene, è l’operazione della giustizia. Chi infatti ha la giustizia giudica rettamente; anzi, secondo la parola del nostro salmo, chi ha la giustizia giudica, poiché, se non giudicasse secondo giustizia non giudicherebbe affatto. Col nome di giustizia poi in questo passo si indica non la virtù in se stessa ma le opere che essa fa compiere. Chi, poi, opera nell’uomo la giustizia se non colui che giustifica l’empio, che cioè con la sua grazia lo rende, da empio, giusto? Come dice l’Apostolo: [Siete stati] giustificati gratis per la grazia di lui 5. Opera dunque la giustizia, cioè compie opere di giustizia, colui che ha in sé la giustizia, la quale a sua volta è opera della grazia.

Resistere all’antico avversario.

2. Dice: Ho operato il giudizio e la giustizia; non mi consegnare a chi vuol farmi del male. Cioè: Ho agito secondo un giudizio giusto; non consegnarmi a coloro che per questo motivo mi perseguitano. Ci sono infatti diversi codici che leggono proprio così: Non consegnarmi a chi mi perseguita. Il greco in effetti reca: , e questo termine alcuni l’hanno tradotto: A chi mi vuol male, altri: A chi mi perseguita, e altri ancora: A chi mi calunnia. Mi sorprende il fatto che, fra tutti i codici che ho avuto per mano, nessuno legga: A chi mi avversa, poiché in realtà la parola greca , corrisponde al termine latino ” avversario “. Ebbene, pregando il Signore che non lo consegni agli avversari, cosa gli chiede se non quello stesso che chiediamo noi quando nella nostra preghiera diciamo: Non c’indurre in tentazione 6? Si tratta infatti di quell’avversario a proposito del quale l’Apostolo dice: Affinché non vi tenti colui che tenta 7. È a lui che Dio dà in mano quanti sono da lui abbandonati. Il nemico, infatti, non potrà mai sedurre se non colui che Dio abbandona: quel Dio che, nel suo beneplacito, conferisce all’uomo, oltre che la bellezza, anche il vigore. Se u plano invece, divenuto ricco, dice: Io non mi lascerò smuovere in eterno 8, Dio ritrae da lui il suo volto ed egli si turba e appare a se stesso [chi veramente sia]. In conclusione, quanti tengono crocifissa la propria carne mediante il timore casto di Dio e, per nulla intaccati dalle lusinghe della corruzione, praticano il giudizio e compiono le opere della giustizia, costoro debbono pregare per non essere abbandonati in potere dell’avversario. Debbono cioè pregare affinché, mentre temono di subire il male [loro minacciato], non cedano ai persecutori e si lascino indurre a commettere il male. È infatti lo stesso colui dal quale deriva all’uomo la vittoria sulla concupiscenza, impedendo al piacere di attirarlo, e colui che gli dà la forza della pazienza perché il dolore non lo abbatta. Di lui infatti si dice in un passo: Il Signore darà la dolcezza 9, e altrove: Da lui proviene la mia pazienza 10.

3. [v 122.] Continua poi: Abbi cura del tuo servo per il suo bene; non lancino i superbi calunnie contro di me. Loro mi spingono a cadere nel male; tu abbi cura di me per il mio bene. Alcuni hanno tradotto: Non mi calunnino, riproducendo letteralmente l’espressione greca; questo modo di dire però è in latino poco usato. O che forse dicendo: Non mi calunnino, si sarà voluto dare alla frase quel valore che avrebbe se in sua vece fosse stato detto: ” Che non mi sopraffacciano con le loro calunnie “?

Cristo salvatore rappresentato nel serpente di bronzo.

4. [v 123.] Molte sono le calunnie con le quali i superbi vilipendono l’umiltà cristiana. Ma tra queste, sempre che il termine superbi sia qui riferito ad uomini, la più grande è senza dubbio quella per cui ci rinfacciano di adorare un morto. In effetti, con la morte di Cristo si va alla radice stessa dell’umiltà cristiana che da essa riceve un suggello divino. Viceversa, per gli increduli è occasione di calunnia, e ciò tanto per i Giudei come per i pagani. Anche gli eretici trovano modo di calunniarci e ciascuno ci rivolge calunnie di suo conio; e ci calunniano, ancora, gli scismatici e tutti quelli che per superbia si sono staccati dalla compagine delle membra di Cristo. Riguardo poi al diavolo, qual è la calunnia di fondo che egli con accanimento ci rivolge se non quella con cui un giorno calunniò il giusto, dicendo: Forse che Giobbe adora Dio disinteressatamente? 11 Ebbene, le calunnie di tutti questi superbi son come veleno di serpenti, e le si vince mirando con pietà sommamente vigile e amorosa Cristo crocifisso. A raffigurare questo, Mosè nel deserto, eseguendo il comando di Dio misericordioso 12, fece sollevare su un’asta di legno l’effigie di un serpente 13. Significava così in anticipo come la carne del peccato ha da essere crocifissa in Cristo. Guardando dunque questa croce salutare, noi allontaneremo ogni sorta di veleno inoculatoci dai superbi calunniatori. Guardava infatti ad essa, e con molta attenzione (se così è lecito dire), anche colui che diceva: I miei occhi son venuti meno guardando alla tua salvezza e alla parola della tua giustizia. Infatti, per amor nostro Dio ha reso Cristo peccato, dandogli una carne peccatrice come la nostra 14, perché noi in lui siamo giustizia di Dio 15. Dice dunque il salmista che i suoi occhi son venuti meno nel parlare di tale giustizia di Dio: l’ha cioè guardata con vivissimo ardore, come uno che è assetato. Ricordando insomma la debolezza umana, egli vive desiderando la grazia divina donata a chi è in Cristo.

5. [v 124.] Per questo continua: Opera nel tuo servo conforme alla tua misericordia, non conforme alla mia giustizia; e insegnami – dice – le vie della tua giustizia: certamente quelle con cui Dio ci rende giusti, non quelle con cui l’uomo giustifica se stesso.

Crescere continuamente in intelligenza spirituale.

6. [v 125.] Io sono tuo servo: non mi giovò, infatti, l’aver preteso di essere libero e padrone di me stesso, e non tuo servo. Dammi intelletto per conoscere le tue testimonianze. È una richiesta che non deve mai interrompersi. Non basta, infatti, aver ricevuto una volta l’intelligenza e aver appreso le testimonianze di Dio. Occorre riceverla di continuo e, per così dire, bere di continuo alla fonte della luce eterna. Le testimonianze di Dio, infatti, si conoscono in maniera sempre più completa man mano che uno diviene più dotato di intelligenza.

Legge e grazia.

7. [v 126.] Dice: Tempo d’operare per il Signore. Così la maggior parte dei codici: non, come qualcuno reca: O Signore. Qual è dunque questo tempo a cui si riferisce? E cos’è ciò che, secondo lui, deve essere fatto dal Signore? Senza dubbio ciò che aveva indicato con le parole precedenti: Opera nel tuo servo conforme alla tua misericordia. Di operare questo è ora tempo per il Signore. E di che si tratta, se non della grazia che a suo tempo si è rivelata in Cristo? Di questo tempo dice l’Apostolo: Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò suo Figlio 16. Allo stesso riguardo l’Apostolo cita una testimonianza profetica che suona: Nel tempo propizio ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso 17. E precisa: Eccolo ora il tempo favorevole, eccolo ora il giorno della salvezza 18. Ma che senso hanno le parole che il salmista, quasi a mostrare perché sia per il Signore giunto il momento d’operare, immediatamente aggiunge dicendo: Essi hanno dissipato la tua legge? Sembra che in tanto è giunto al Signore il tempo d’agire in quanto i superbi hanno annullato la sua legge: quei superbi che, misconoscendo la giustizia di Dio e volendo affermare la propria, non si assoggettano alla giustizia di Dio 19. Che significa infatti: Hanno dissipato la tua legge, se non che, rendendosi colpevoli di trasgressione, essi non ne hanno conservata l’integrità? Era quindi necessario che a questi orgogliosi, presuntuosamente fieri delle risorse del proprio libero arbitrio, fosse imposta una legge causa di trasgressioni. Trovandosi in tale situazione, essi si sarebbero umiliati e compunti e avrebbero ricorso all’aiuto della grazia, guidati non dalla legge ma dalla fede. Quando poi fu annullata la legge, era ormai tempo che fosse inviata la misericordia ad opera dell’unigenito Figlio di Dio. Infatti la legge subentrò perché il delitto, ad opera del quale la legge stessa sarebbe stata annullata, raggiungesse il colmo; ma allora, essendo i tempi ormai maturi, apparve il Cristo, per il quale là dove il delitto era stato abbondante la grazia divenne più abbondante ancora 20.

La Legge di per sé opprime, non salva.

8. [v 127.] Dice: Per questo io ho amato i tuoi precetti più dell’oro e del topazio. La grazia tende a questo: far eseguire con la forza dell’amore quei precetti che mediante il timore non era possibile attuare. Infatti per tale grazia viene diffusa nei nostri cuori la carità ad opera dello Spirito Santo che c’è stato dato 21. In vista di ciò diceva il Signore: Non sono venuto per abolire la legge ma per completarla 22. E l’Apostolo: Pienezza della legge è la carità 23. Ecco perché più che l’oro e il topazio o, come si legge in un altro salmo, più che l’oro e le pietre preziosissime 24. Dicono infatti che il topazio sia una pietra delle più pregiate. Purtroppo però ci furono di quelli che non compresero la grazia che si celava nel Vecchio Testamento, quasi che [fra i due Testamenti] si fosse calato un velo, ben rappresentato nel fatto che essi non osavano guardare al volto di Mosè 25. Costoro per conseguire una ricompensa terrena e materiale s’arrabattavano a mettere in pratica la legge di Dio, ma non riuscivano appunto perché non amavano la volontà di Dio ma qualcos’altro. Da questo atteggiamento segui che gli stessi precetti non producessero le opere che potevano attendersi da gente volenterosa, ma rimasero solo pesi imposti a di renitenti. Al contrario, quando i comandamenti di Dio vengono per se stessi amati più dell’oro e delle pietre di gran pregio, ogni ricompensa terrena è insignificante rispetto agli stessi comandamenti; e tutti gli altri beni, di qualunque sorta siano, non possono in alcuna maniera paragonarsi ai beni per i quali l’uomo diviene lui stesso buono.

9. [v 128.] Dice: Perciò secondo tutti i tuoi comandamenti io mi raddrizzavo. Mi raddrizzavo perché li amavo e mediante l’amore m’immedesimavo con loro, affinché, essendo loro retti, divenissi retto anch’io. Era logico, quindi, s’avverasse quel che aggiunge, e cioè: Ho odiato ogni via dell’iniquità. Come poteva infatti non odiare la via iniqua se amava quella diritta? Non diversamente, se avesse amato l’oro e le pietre preziose, avrebbe per forza odiato ogni cosa che poteva compromettergli il possesso di tali cose. In sostanza, siccome egli amava i precetti di Dio, odiava necessariamente la via dell’iniquità, che rappresentava per lui una specie di scoglio pericolosissimo nel mare che stava attraversando: uno scoglio in cui inevitabilmente si naufraga e si resta privi delle cose preziose [che si portano]. Perché questo non gli abbia a capitare, gira le vele a tutt’altra direzione il [buon] nocchiero che del legno della croce si è fatto nave, caricandola di quella merce che sono i comandamenti di Dio.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 27

Nel creato sono le vestigia del Creatore.

1. [v 129.] Ecco le parole del salmo che con l’aiuto del Signore esporremo: Mirabili sono le tue testimonianze; perciò l’anima mia le ha scrutate. Chi potrebbe enumerare anche per sommi capi le testimonianze di Dio? Il cielo e la terra, le creature visibili e invisibili di Dio testimoniano, per così dire, della bontà e grandezza di lui. Altrettanto il succedersi periodico degli eventi naturali, sebbene frequenti al punto da esser divenuti abituali; e così il tempo che passa strappando via ogni cosa, qualunque essa sia. Pur trattandosi di realtà temporali e caduche, di cose che per esservici assuefatti noi non calcoliamo, tuttavia se chi le considera ha senso religioso, esse rendono testimonianza al Creatore. In effetti, tra le varie creature che esistono al mondo, ce n’è forse qualcuna che non sia mirabile, se la si misuri non con la logica dell’abitudine ma con quella di una [illuminata] razionalità? Se poi con un unico sguardo ci spingiamo, per così dire, a mirare e contemplare l’insieme [del mondo creato], non si avverano forse in noi le parole del Profeta: Ho considerato le tue opere e sono rimasto sbigottito 1? Il salmista tuttavia non si lascia sopraffare dalla meraviglia suscitata in lui dalle cose che contempla, ma proprio dal fatto che sono ammirabili dice di ricavare un motivo per considerarle più a fondo. Dopo aver detto infatti: Mirabili sono le tue testimonianze, proseguendo dice: Perciò l’anima mia le ha scrutate, quasi che la difficoltà di penetrarle ne abbia stimolato la curiosità. Difatti quanto più sono recondite le cause delle diverse cose, tanto più è mirabile [il Creatore].

La funzione della Legge nella storia della salvezza.

2. Se ci si facesse incontro un uomo che ci palesasse l’intenzione di voler scrutare le testimonianze di Dio perché sono mirabili (quelle testimonianze di cui è pieno il mondo creato nell’ambito sia del visibile che dell’invisibile), non dovremmo noi moderarlo? Non dovremmo dirgli: Non cercare quello che è al di sopra di te, e non scrutare ciò che sorpassa le tue forze? Piuttosto, a ciò che Dio ti ha comandato, a questo pensa sempre 2. Ma egli potrebbe risponderci: ” I comandamenti del Signore, che voi mi ordinate di meditare, sono essi stessi le testimonianze mirabili di Lui. Mi attestano infatti che egli è Signore, in quanto impone delle leggi, e che è un Signore buono e grande, perché impone tali leggi “. Oseremo forse distogliere un tal uomo dallo scrutarle? o non piuttosto lo esorteremo a farlo con diligenza e a dedicarsi con tutto l’impegno a un’attività così eccellente? O dovremo dire che i comandamenti di Dio sono, sì, testimonianze della sua bontà ma non sono cose mirabili? Cosa c’è infatti di mirabile se il Signore, che è buono, comanda cose buone? Ma no! È invece proprio mirabile (e quindi da scrutarne le cause) il fatto che, avendo Dio nella sua bontà comandato cose buone ha dato una legge, in se stessa buona, a chi da una tal legge non avrebbe potuto essere giustificato: per cui da questa legge, per quanto buona, non sarebbe derivata alcuna giustizia. Se infatti fosse stata data una legge che avesse il potere di vivificare, allora sì che dalla legge verrebbe la giustizia 3. Perché dunque venne data una legge incapace di vivificare e di produrre alcuna sorta di giustizia? Ecco dove sta la meraviglia, ecco il perché dello stupore. In questo senso sono mirabili le testimonianze di Dio, e per questo l’anima del salmista le ha scrutate. Né per questo gli si può dire: Non scrutare ciò che sorpassa le tue forze. Ma a ciò che ti è comandato da Dio, a quello pensa sempre 4. Si tratta infatti delle cose che il Signore ha comandate e che debbono aversi sempre dinanzi alla mente. Cerchiamo quindi di vedere cosa abbia trovato l’anima di questo investigatore.

La Legge indirizza al Salvatore.

3. [v 130.] Dice: La manifestazione delle tue parole illumina e dà intelligenza ai piccoli. Che vuol dire ” piccolo ” se non umile e debole? Non insuperbirti dunque; non presumere della tua virtù (che poi non esiste), e comprenderai perché Dio, che è buono, abbia dato una legge buona ma incapace di portare alla vita. Te l’ha data per renderti piccolo, da grande che ti credevi, per farti toccare con mano che tu di tuo non avevi le forze per osservare la legge. In tal modo, sprovvisto e spoglio di risorse personali saresti ricorso alla grazia e avresti gridato: Signore, abbi pietà di me perché sono debole 5. Scrutando queste cose, questo piccolo ha compreso ciò che Paolo, (vale a dire ” piccolo “), ultimo degli Apostoli, avrebbe esposto riguardo alla legge e alla sua incapacità di dare la vita quando dice: La Scrittura ha racchiuso ogni cosa sotto il peccato, affinché fosse concessa ai credenti la promessa mediante la fede in Gesù Cristo 6. Sì, Signore. Opera così, Signore misericordioso. Comanda pure cose che non possiamo realizzare; o meglio, comandaci le cose che possono essere realizzate soltanto con l’ausilio della tua grazia. In tal modo, constatando gli uomini l’incapacità di adempiere i tuoi precetti con le sole loro forze, ogni bocca dovrà azzittirsi e nessuno si crederà grande ai propri occhi. Che tutti siano piccoli, e che tutto il mondo sia gravato di colpe dinanzi a te; e risulti palese che mediante la legge nessun uomo sarà giustificato davanti a te; difatti attraverso la legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ma ora all’infuori della legge si è manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla Legge stessa e dai Profeti 7. Ecco le tue testimonianze mirabili che ha scrutato l’anima di questo piccolo. Egli le ha trovate perché si è umiliato e si è fatto piccolo. Chi infatti è in grado di osservare come si deve i tuoi comandamenti (osservarli cioè mediante la fede che opera attraverso la carità 8) se non colui che ha in cuore questa carità, ivi diffusa dallo Spirito Santo 9?

Lo Spirito soccorre la nostra impotenza.

4. [v 131.] È quanto confessa questo piccolo quando dice: Aprii la mia bocca e presi fiato, perché dei tuoi precetti avevo brama. Cosa desiderava se non osservare i comandamenti di Dio? Ma, essendo debole, non aveva mezzi per compiere cose ardue; essendo piccolo, non bastava a cose grandi. Aprì allora la bocca, confessando la propria incapacità, e si attirò la forza per riuscire. Aprì la bocca chiedendo, cercando e picchiando 10, e nella sua sete si abbeverò di quello Spirito buono che lo mise in condizione d’osservare il comando divino, santo giusto e buono 11, che da solo non aveva potuto osservare. Se infatti noi, pur essendo cattivi, sappiamo dare ai nostri figli i beni che ci sono stati elargiti, quanto più il nostro Padre celeste darà lo Spirito buono a chi glielo chiede? 12 Non sono infatti figli di Dio coloro che agiscono per impulso del proprio spirito ma coloro che vengono mossi dallo Spirito di Dio 13: non nel senso che ad essi non resta niente da fare ma perché a togliere la loro inerzia in fatto di opere buone debbono essere mossi e spinti all’azione da colui che è buono. Infatti tanto più si diventa figli buoni [di Dio] quanto maggiore è l’abbondanza di Spirito buono che il Padre ci dona.

5. [v 132.] E chiede ancora. Ha aperto, è vero, la bocca e ha attirato in sé lo Spirito, ma seguita a picchiare e a cercare. Ha bevuto, ma quanto maggiore è stata la soavità che ha assaporato tanto più ardente ne è divenuta la sete. Ascolta le parole dell’assetato. Dice: Guardami e abbi pietà di me, conforme al giudizio per quei che amano il tuo nome, cioè secondo il giudizio che hai usato con coloro che amano il tuo nome: poiché prima che potessero amarti tu li avevi amati. Così dice infatti l’apostolo Giovanni. Noi amiamo Dio, dice, ma, come se qualcuno gli chiedesse la causa per cui siamo stati in grado di amarlo, soggiunge: Poiché lui ci ha amati per primo 14.

6. [v 133.] Osserva cosa dice in maniera quanto mai esplicita anche costui: I miei passi guida secondo il tuo dire, e non mi domini ingiustizia alcuna. E con ciò che cosa intende dire se non: Rendimi giusto e libero secondo la tua promessa? In effetti, quanto più regna nell’uomo l’amore di Dio tanto meno vi spadroneggia l’iniquità. Cosa dunque chiede se non di potere, con l’aiuto di Dio, amare Dio? Amando Dio, amerà anche se stesso e sarà in grado d’amare salutarmente il prossimo come se stesso: precetti nei quali si compendiano tutta la Legge e i Profeti 15. Insomma, cosa chiede nella sua preghiera se non che Dio con il suo aiuto gli faccia adempiere quei precetti che gli impone come legislatore?

Le oppressioni degli empi superate dal popolo di Dio.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 28

Giustizia e verità di Dio.

1. [vv 137.138.] Il cantore di questo salmo aveva detto antecedentemente: I miei occhi sono discesi in scaturigini di acque, perché non hanno rispettato la tua legge, parole che attestano come egli abbia pianto copiosamente la sua trasgressione. Volendo ora indicare la ragione per cui abbia dovuto piangere tanto e dolersi così profondamente del suo peccato, dice: Giusto tu sei, o Signore, e retto è il tuo giudizio; hai ingiunto le tue testimonianze, che sono giustizia; hai prescritto severamente la tua verità. In effetti, chiunque pecca deve temere la giustizia di Dio e così pure il suo giusto giudizio e la sua verità. Infatti è per tale giustizia che vengono condannati tutti coloro che sono condannati, né c’è alcuno che con fondatezza possa lagnarsi della giustizia di Dio che gli ha inflitto la condanna. Da ciò il pianto salutare del pentito: poiché, se il suo cuore fosse rimasto impenitente e per questa impenitenza fosse stato condannato, giustissima sarebbe stata la condanna. A buon diritto chiama giustizia le testimonianze di Dio, in quanto Dio si dimostra giusto ordinando la giustizia. E tali testimonianze sono ancora verità, in quanto attraverso tali testimonianze si manifesta Dio stesso.

Il vero zelo.

2. [v 139.] Cosa significano le altre parole: Il mio zelo mi ha consumato, ovvero, come leggono altri codici: Il tuo zelo? Ci sono poi codici che recano: Lo zelo della tua casa; e, in luogo di: Mi ha consumato, hanno: Mi ha divorato. Questa lezione è però da emendarsi perché desunta (a quanto posso io vedere) da quell’altro salmo dove sta scritto: Lo zelo della tua casa mi ha divorato 1, il quale passo è – come sappiamo – citato anche nel Vangelo 2. Riguardo alla parola: Mi ha consumato, essa è simile all’altra che si legge anche nel salmo or ora citato: Mi ha divorato. Quel che poi leggono parecchi codici, e cioè: Il mio zelo, non crea alcun problema. Cosa c’è infatti di sorprendente ad essere consumati dal proprio zelo? Quanto agli altri che leggono: Il tuo zelo, certo si riferiscono all’uomo pieno di zelo per la causa di Dio, non per la sua; né ripugna che uno zelo siffatto venga chiamato anche mio. Infatti cos’altro dice l’Apostolo con le parole: Ho per voi zelo in ordine a Dio e in forza dello stesso zelo di Dio? Dicendo infatti: Ho per voi zelo, cosa indica se non che si tratta di uno zelo suo personale? Aggiungendo però: In ordine a Dio, vuol sottolineare che lo zelo non era finalizzato all’uomo che zela ma a Dio, per cui può aggiungere: In forza dello stesso zelo di Dio. Questo zelo è ispirato da Dio nell’anima dei suoi fedeli ad opera dello Spirito Santo; è infatti uno zelo frutto di amore, non di livore. Infatti qual era la preoccupazione che faceva pronunziare all’Apostolo queste parole? Dice: Vi ho infatti fidanzati per darvi, vergine casta, ad un uomo solo, a Cristo; e temo che, come il serpente ingannò Eva con la sua scaltrezza, così i vostri pensieri siano corrotti allontanandosi dalla semplicità e purezza nei confronti di Cristo 3. Lo divorava lo zelo della casa di Dio, della quale era geloso non per sé ma per Cristo. Lo sposo è infatti, per se stesso, geloso della sua sposa, mentre l’amico dello Sposo 4 non deve esserne geloso per se stesso ma per amore dello sposo. Occorre dunque interpretare in bene lo zelo del salmista, il quale per precisarne il motivo aggiunge: Perché hanno dimenticato le tue parole i miei nemici. Gli rendevano male per bene, perché era zelante di loro presso Dio in forma così intensa e infuocata da potersi dire consumato dal medesimo zelo. Gli avversari, al contrario, per i quali egli aveva un amore geloso (voleva cioè che essi amassero Dio), per questo suo zelo gli rovesciavano addosso la loro ostilità. Ma egli non era ingrato alla grazia divina mediante la quale, da nemico che era stato, aveva conseguito la riconciliazione con Dio; e per questo amava gli stessi suoi nemici e ne era zelante per amore di Dio, dispiacente e afflitto perché essi ne avevano dimenticato la parola.

3. [v 140.] Passa poi a considerare la fiamma di amore che gli arde in petto per la parola di Dio, e conclude: Purificato a intenso fuoco è il tuo parlare, e il tuo servo lo ama. È ovvio che fosse zelante per i nemici se vedeva in essi un cuore impenitente per cui avevano dimenticato le parole di Dio. Ardeva elevarli a quei beni che egli amava con estremo ardore.

Il popolo del Vecchio Testamento e quello del Nuovo.

4. [v 141.] Dice: Io sono assai giovane e disprezzato, ma le vie della tua giustizia non ho dimenticato. Non ho fatto come i miei nemici che hanno dimenticato le tue parole. Sembrerebbe quasi che sia più giovane di età questo tale che non ha dimenticato le vie della giustizia di Dio e che si duole perché le hanno dimenticate i suoi nemici più avanzati negli anni. Cosa infatti significano le parole: Io che sono più giovane non me ne sono dimenticato, se non: ” Gli altri invece, che sono più adulti, se ne sono dimenticati “? Nel greco vi troviamo , cioè lo stesso termine che ricorre nell’altro passo ove è detto: In base a che raddrizzerà l’adolescente la sua via? 5. Ora tale aggettivo è di grado comparativo, e intanto ha un senso in quanto stabilisce un confronto con un altro più grande di età. Bisogna quindi intendere nel nostro testo due popoli: quei due cioè che si dibattevano in grembo a Rebecca 6, quando non in vista delle opere ma per volere di chi li chiamava le fu detto che il maggiore sarà servo del minore 7. Ora, questo figlio minore dice di essere disprezzato, ma è proprio per questo che diviene più grande: poiché Dio ha scelto le cose ignobili e spregevoli del mondo, e le cose inesistenti come se esistessero, per annullare le cose consistenti 8. E ancora: Ecco che sono ultimi coloro che erano primi, e primi quelli che erano ultimi 9.

5. [v 142.] È nella logica delle cose che abbiano dimenticato le parole di Dio coloro che volevano affermare la propria giustizia misconoscendo la giustizia di Dio 10. Questo figlio più giovane, al contrario, non se ne è dimenticato poiché non voleva avere una giustizia sua propria ma ricercava la giustizia di Dio, della quale dice ora: La tua giustizia è giustizia in eterno, e la tua legge è verità. Come infatti non sarebbe stata verità quella legge che fa conoscere il peccato 11 e che rende testimonianza alla giustizia di Dio? Così infatti si esprime l’Apostolo: Si è manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla Legge stessa e dai Profeti 12.

Fedeltà alla Legge divina e utilità delle persecuzioni.

6. [v 143.] Per amore di questa [legge] il figlio minore ebbe a subire persecuzioni da parte del maggiore, e al riguardo eccolo uscire nelle parole: Tribolazione e angustia m’hanno incolto: i tuoi precetti sono la mia meditazione. Si accaniscano pure contro di me e mi perseguitino; basta che io non abbandoni i comandamenti di Dio e che, in conformità con tali precetti, sappia amare anche i miei persecutori.

7. [v 144.] Giustizia [sono] le tue testimonianze in eterno: dammi intelletto e vivrò. Il nostro giovinetto chiede l’intelligenza, senza la quale non potrebbe comprendere più degli anziani. E la chiede quando si trova nella tribolazione e nell’angustia, al fine di comprendere quanto sia insignificante ciò che possono strappargli i nemici che lo perseguitano e, a quanto egli dice, lo disprezzano. In ordine a ciò dice: E io vivrò. E cioè: anche se la tribolazione e l’angustia arrivassero a quell’estremo che la vita presente fosse stroncata per mano di nemici persecutori, continuerebbe a vivere in eterno colui che alle cose terrene antepone la giustizia, la quale è stabile per tutta l’eternità. Ed è proprio questa giustizia, conservata in mezzo alle tribolazioni e alle angustie, che costituisce i martirii di Dio, cioè le testimonianze per le quali i martiri sono stati coronati.

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DISCORSO 29

La preghiera è un grido del cuore.

1. [v 145.] La preghiera è un grido che si leva al Signore; ma, se questo grido consiste in un rumore di voce corporale senza che il cuore di chi prega aneli intensamente a Dio, non c’è dubbio che esso è fiato sprecato. Se invece si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio, il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio. Quando dunque preghiamo, possiamo gridare a Dio o con la voce esterna (se così esige il dovere) o anche rimanere in silenzio; comunque, in ogni preghiera deve esserci il grido del cuore. Ora questo grido del cuore consiste in una grande concentrazione dello spirito, la quale, quando avviene nella preghiera, manifesta il profondo desiderio e l’ardore che sorreggono l’orante a non disperare del risultato. E si grida con tutto il cuore quando nel pensiero non si ha altro [che la preghiera]. Orazioni di questo genere sono rare per la più parte della gente, e solo pochi riescono a farle con frequenza; se poi ci sia qualcuno che preghi sempre così, non lo saprei. Ad ogni modo il cantore di questo salmo ci ricorda che tale è la sua preghiera, come dicono le parole: Io ho gridato con tutto il mio cuore: ascoltami, o Signore. Per dirci poi quale vantaggio abbia conseguito con il suo gridare, soggiunge: Le vie della tua giustizia ricercherò. Ecco perché ha gridato con tutto il suo cuore; ecco cosa ha desiderato gli fosse concesso dal Signore, qualora avesse ascoltato la sua preghiera: poter ricercare sempre le vie della sua giustizia. È necessario quindi che preghiamo per avere la mente in [continua] ricerca di ciò che ci viene ordinato di praticare. Ma quanto deve essere lontano dalla pratica colui che ancora ricerca! Difatti non sempre al ricercare segue il trovare, né al trovare segue [sempre] il praticare; mentre è vero che nessuno può praticare se prima non ha trovato, come pure è vero che nessuno può trovare se prima non ha cercato. Grande però è la fiducia che ci ha accordato il Signore Gesù quando disse: Cercate e troverete 1; mentre in senso opposto la Sapienza (che poi altri non è se non Lui stesso) dice: I cattivi mi cercheranno e non mi troveranno 2. Non sono dunque i cattivi ma i buoni coloro ai quali fu detto: Cercate e troverete. O meglio, lo si dice a coloro ai quali un po’ dopo sono rivolte quelle altre parole: Se voi, pur essendo cattivi, sapete donare cose buone ai vostri figli 3. Ma allora, come si fa a dire a gente cattiva: Cercate e troverete, se nei loro riguardi è detto: I cattivi mi cercheranno e non mi troveranno? Forse che il Signore, promettendo loro di trovare ciò che cercavano, li indirizzava a cercare qualcos’altro che non la sapienza? Ma proprio in essa son contenuti tutti i beni che debbono cercare coloro che anelano alla felicità; quindi in essa sono contenute anche le vie della giustizia di Dio. Non rimane altro, quindi, che intendere il passo sopra citato nel senso che non a tutti i cattivi è sbarrata la via al conseguimento della sapienza, se la cercano; ma lo è solamente a coloro che a tal grado hanno spinto la loro malizia da odiare la sapienza. Così infatti diceva: Mi cercheranno i cattivi e non mi troveranno perché hanno odiato la sapienza 4. Non la trovano, quindi, perché la odiano. Ma se la odiano, in che senso la ricercano? La ricercano non per se stessa ma in vista di qualche altra cosa che nella loro cattiveria amano e che ritengono di poter conseguire più facilmente attraverso la sapienza. Sono molti infatti coloro che con grandissimo ardore investigano le massime della sapienza, che cioè vogliono averla in teoria senza però impegnarsi ad attuarla nella vita. Non vogliono modellare la condotta sui precetti della sapienza e così pervenire alla luce di Dio, compito specifico della sapienza; ma attraverso parole imparate alla scuola della sapienza vogliono solo conseguire il plauso degli uomini: la qual cosa è vana gloria. Non cercano quindi la sapienza, e quando la cercano non la cercano per se stessa (altrimenti vivrebbero secondo le sue esigenze) ma vogliono soltanto riempirsi la bocca con parole apprese alla sua scuola: con la conseguenza che quanto più si gonfiano di parole, tanto più si estraniano dalla virtù. Il salmista al contrario chiede al Signore di poter attuare ciò che egli comanda: in modo che sia il Signore a operare in lui quel che comanda. È infatti Dio colui che opera in noi e il volere e l’agire, conforme alla [nostra] buona volontà 5. Dice: Io ho gridato con tutto il mio cuore: ascoltami, o Signore; le vie della tua giustizia ricercherò, non soltanto per conoscerle ma per vivere in conformità, evitando di essere come quel servo testardo che, anche dopo aver compreso (la volontà del padrone), non obbedisce 6.

2. [v 146.]. Ho gridato: salvami! O, come leggono alcuni codici greci e latini: Ti ho gridato salvami! Che significa: Ti ho gridato, se non: ” Ti ho invocato gridando? “. Ma dopo aver esclamato: Salvami, cosa aggiunge? E custodirò le tue testimonianze. Cioè non ti rinnegherò a causa della mia fragilità. Quando l’anima è in salute, allora si traduce in pratica quel che si conosce esser nostro dovere, e ci si impone anche, in caso di estremo cimento, di combattere fino alla morte corporale per la verità delle testimonianze divine. Se invece [spiritualmente] non si è in salute, la fragilità soccombe e la verità viene rinnegata.

Questione filologica sul .

3. [v 147.] Le parole successive contengono dell’oscurità e devono essere spiegate un po’ più diffusamente. A notte fonda ho anticipato e gridato. Parecchi codici non leggono: A notte fonda, ma: In ora inopportuna; uno solo poi, e a stento, ho potuto trovare che recasse la doppia preposizione cioè durante l’ora inopportuna. Dove per “ora inopportuna” sono da intendersi le ore della notte, quando cioè il tempo non è opportuno (vale a dire adatto) per vegliare e realizzare qualcosa: la qual cosa è entrata anche nel gergo comune quando parliamo di “ora inopportuna”. Anche la notte avanzata, cioè giunta a metà e quindi destinata al riposo, è stata chiamata in questa maniera, senza dubbio perché inadatta alle azioni da compiersi svegli. In tal senso gli antichi chiamarono tempestivo ciò che è opportuno e intempestivo ciò che è inopportuno: usando un termine derivato dalla radice ” tempo “, non ” tempesta “, che è un vocabolo ormai usuale nella lingua latina per indicare le perturbazioni atmosferiche. Di questo termine si servono ancora volentieri certi prosatori, i quali dicono: ” in quella tempesta ” per dire: ” in quel tempo “. Né diversamente si espresse quell’autentico signore della nostra lingua quando disse: Da dove sorse improvvisa una tempesta così splendida? 7, indicando con tale parola non un cielo coperto di nembi o turbato da venti, ma piuttosto il fulgore di un improvviso sereno. L’espressione greca , risultante non di una parola ma di due, cioè di una preposizione e di un nome, è stata resa da alcuni nostri traduttori con: A notte fonda; altri invece, e in maggior numero, l’hanno resa con: In ora inopportuna, un termine cioè il cui nominativo è ” ora inopportuna “. Quanto agli altri che hanno tradotto: Durante l’ora inopportuna, sono stati più conformi al greco. infatti significa ” ora inopportuna ” e corrisponde a: Durante l’ora inopportuna. A rendere a paroletta, cioè con due preposizioni, la frase e insieme parlare di notte profonda, si sarebbe dovuto dire: Durante la notte fonda: dove, delle due parolette ” in “, una determina il tempo, mentre l’altra rientra nella composizione del nome. Quanto al significato infatti non fa differenza dire d’aver fatto una cosa al canto del gallo o sul cantare del gallo, e così non ci sarebbe stata differenza se il salmista avesse detto di aver gridato a notte fonda o durante la notte fonda. Il testo greco in se stesso dice: Durante la notte fonda, espressione che equivale a: In ora inopportuna, cioè quando le ore della notte non sono propizie [all’azione]. Ma basta ormai la disquisizione sul termine e la sua oscurità, e vediamo il senso della frase.

Tempo di pregare.

4. Durante la notte fonda ho anticipato e gridato: ho sperato nelle tue parole. Se riferiamo queste parole ai singoli fedeli e le prendiamo in senso proprio, capita spesso che durante tali ore notturne vigili l’amore per il Signore e, dietro la forte spinta che esercita il gusto della preghiera, non si aspetti ma si anticipi il tempo di pregare, che suol essere dopo il canto del gallo. Se poi per ” notte ” intendiamo tutta la durata del tempo presente, è certamente notte profonda tutte le volte che gridiamo a Dio prevenendo il tempo adatto, che è quello in cui egli ci accorderà quanto ci ha promesso, come altrove si legge: Preveniamo la sua faccia con la confessione 8. O potremmo ancora intendere per tempo notturno non ancora maturo il periodo che ha preceduto la pienezza dei tempi: nel qual caso la maturità sarebbe il tempo in cui Cristo si è manifestato nella carne 9. Ebbene, nemmeno allora tacque la Chiesa ma anticipò tale pienezza dei tempi, gridando nella profezia e sperando nella parola di Dio (il quale è in grado di realizzare quanto promette), secondo la quale nella discendenza di Abramo sarebbero state benedette tutte le genti 10.

5. [v 148.] Questo appunto dicono le parole successive: Prevengono i miei occhi il crepuscolo, per meditare i tuoi detti. Ammettiamo che sia stato mattino il periodo in cui spuntò una luce a coloro che giacevano nell’ombra di morte 11. Ebbene, non prevennero forse quest’ora mattutina gli occhi della Chiesa nella persona di quei santi che vissero antecedentemente sulla terra? Essi previdero l’avverarsi di questi fatti, meditando le parole di Dio che allora venivano dette e che nella Legge e nei Profeti annunziavano queste altre realtà future.

Misericordia e giustizia, di Dio.

6. [v 149.] Dice: La mia voce ascolta, o Signore, secondo la tua misericordia, e secondo il tuo giudizio rimettimi in vita. Prima, infatti Dio nella sua misericordia rimette al peccatore la pena, poi, una volta che l’ha reso giusto, nella sua giustizia gli accorda la vita. Non senza motivo infatti si esprime secondo quest’ordine colui che dice: Io canterò a te la misericordia e il giudizio, o Signore 12. Né d’altra parte il tempo della misericordia esclude il giudizio, come indicano le parole dell’Apostolo: Se ci esaminassimo bene da noi stessi non saremmo giudicati dal Signore; quando invece veniamo giudicati, è il Signore che ci redarguisce per non condannarci insieme col mondo 13. E il suo compagno d’apostolato: Ormai è tempo che cominci il giudizio dalla casa del Signore. E se comincia prima da noi, quale sarà la fine in coloro che non obbediscono al Vangelo del Signore? 14. Similmente il tempo della fine, cioè del giudizio, non escluderà la misericordia, in quanto Dio, come dice il salmo, ti coronerà nella misericordia e nella compassione 15. Ci sarà, è vero, anche un giudizio senza misericordia; ma questo sarà per i collocati a sinistra, i quali non vollero usare misericordia 16.

7. [v 150.] Dice: Si sono avvicinati i miei persecutori all’iniquità, o, come leggono alcuni codici, iniquamente. I persecutori si avvicinano quando giungono a tormentare e a uccidere il corpo. Per questo il salmo ventuno, dov’è profetata la Passione del Signore, dice: Non ti allontanare da me, perché la tribolazione è vicina 17; e lo dice riferendosi a ciò che il Signore patì non all’approssimarsi della passione ma durante la passione. Chiamò prossima la tribolazione che esperimentava nella carne, in quanto nulla è più vicino all’anima di quanto non lo sia la carne che essa regge. Si avvicinarono dunque i persecutori, quando sottoposero a tormenti il corpo di coloro che perseguitavano. Ma nota cosa segue: Dalla tua legge si sono allontanati. Quanto più s’avvicinavano ai giusti volendoli colpire, tanto più si allontanavano dalla giustizia. In effetti che danno arrecarono a coloro che aggredivano perseguitando? Nel loro intimo essi avevano vicino il Signore, dal quale [il fedele] non è mai abbandonato.

8. [v 151.] Continua ancora: Vicino sei tu, o Signore, e tutte le tue vie [sono] verità. Rientra nel costume dei santi e della loro confessione riconoscere la verità di Dio anche nei loro tormenti, in quanto cioè non li soffrono senza esserseli meritati. Così fecero la regina Ester 18, san Daniele 19, i tre uomini nella fornace 20, e gli altri loro emuli in santità. Si potrebbe anche ricercare perché nel nostro salmo si dica: Tutte le tue vie [sono] verità, mentre in un altro salmo troviamo scritto: Tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 21. Certamente, nei confronti dei santi, tutte le vie del Signore sono misericordia e sono verità perché come nel giudicare egli soccorre (per cui non manca la sua misericordia) così nel compatire rende ciò che ha promesso (per cui c’è insieme la verità). Non c’è quindi dubbio che nei confronti di tutti, sia quelli che libera sia quelli che danna, tutte le vie del Signore sono misericordia e verità, perché là dove non usa compassione fa mostra di sua verità prendendosi la vendetta. Libera cioè molti senza che l’abbiano meritato, ma nessuno condanna senza che se lo sia meritato.

Il regno di Dio nella promessa e nella realtà.

9. [v 152.] Dice: [Fin] dall’inizio ho saputo, circa le tue testimonianze, che in eterno le avevi fondate. Il testo greco, che reca alcuni dei nostri l’hanno tradotto con: Dall’inizio, altri: All’inizio, altri ancora: Negli inizi. Quelli che hanno preferito la frase al plurale si sono più avvicinati al greco; tuttavia l’uso del latino esigerebbe piuttosto che si dicesse: Dall’inizio, o: All’inizio quel che il greco esprime con , cioè un plurale che poi ha valore d’avverbio. Così nella nostra lingua diciamo: ” Lo farò in altre occasioni “, dove all’apparenza sembrerebbe usato un plurale femminile, mentre in realtà si tratta di una forma avverbiale per dire ” un’altra volta “. Che significa dunque l’espressione: Dall’inizio o piuttosto (per dirlo anche noi con una formula avverbiale) sul cominciare, ho saputo, circa le tue testimonianze, che in eterno le hai stabilite? Dice che le testimonianze del Signore sono state da lui stabilite per l’eternità, e attesta che una tale cognizione egli l’ha avuta fin dall’inizio, né l’ha appresa da altre vie che non fossero le stesse testimonianze. Ma quali sono queste testimonianze, se non quelle in cui Dio ha attestato di voler dare ai suoi figli un regno eterno? Ora questo [regno] egli ha testificato di volercelo dare nel suo Unigenito, del quale fu detto: Il suo regno non avrà fine 22. Dice dunque che tali testimonianze sono fondate per l’eternità in quanto è eterno ciò che per esse Dio ha promesso. In effetti le testimonianze in se stesse non saranno più necessarie quando sarà visibile la realtà per credere alla quale si richiedevano anteriormente le testimonianze. Sicché ben si comprende il senso di quel Tu le avevi fondate. Cioè, in Cristo fu dimostrato che esse sono vere. Nessuno infatti può porre fondamento diverso da quello che è stato posto e che è Cristo Gesù 23. Come dunque costui ha potuto conoscere tutto questo fin dall’inizio? Chi però parla così è la Chiesa, che non cessò mai di esistere sulla terra a cominciare dai primordi del genere umano. Essa ha le sue primizie nel santo Abele, immolato anche lui 24 per rendere testimonianza al sangue del Mediatore venturo, che sarebbe stato versato per mano degli empi fratelli. Tant’è vero che all’inizio fu pronunziata proprio quella parola: I due saranno una sola carne 25, sacramento grande, al dire dell’apostolo Paolo, il quale, applicando il testo, diceva: Questo io dico in Cristo e nella Chiesa 26.

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DISCORSO 30

Chi si umilia sarà esaltato.

1. [v 153.] Nessuno che appartenga al corpo di Cristo può considerare a sé estranea la voce con cui si apre il brano del salmo che ora ci accingiamo ad esporre. In realtà, chi parla così è l’intero corpo di Cristo, situato nelle bassure della condizione mortale. Dice infatti: Guarda alla mia miseria e liberami, perché la tua legge non ho dimenticato. Ad essere esatti, in queste parole non possiamo intendere altra legge divina se non quella per cui fu stabilito che chiunque si esalta sia umiliato e chiunque si umilia sia esaltato 1. Pertanto il superbo viene avviluppato nel male perché ne risulti umiliato, l’umile viene sottratto al male sicché ne è esaltato.

2. [v 154.] Dice: Giudica la mia causa e riscattami. È, in certo qual modo, la ripetizione dell’idea precedente. Quel che là suonava: Guarda alla mia miseria, qui è lo stesso che: Giudica la mia causa; e quel che prima diceva: Liberami, qui lo si ripete con: E riscattami. Al rimanente della prima frase: Perché la tua legge non ho dimenticato, corrisponde nella successiva: A motivo del tuo detto rimettimi in vita. Questo detto è infatti la legge di Dio, che il salmista non ha dimenticato perché nella umiliazione voleva essere esaltato, e in tale glorificazione rientra quel che egli chiede, cioè essere vivificato, poiché la gloria dei santi è la vita eterna.

Dio distributore munifico e giusto di doni.

3. [v 155.] Dice: Lungi dai malvagi è la salvezza, perché le vie della tua giustizia non hanno cercato. Ma, di un po’! a chi spetta fare la cernita per cui tu osi asserire: Lungi dai malvagi la salvezza? Chi ti separa dal novero dei peccatori, sicché la salvezza non è lontana da te ma presso di te? Ecco cosa ti separa: Tu hai fatto ciò che loro si sono rifiutati di fare; hai cioè avuto a cuore le vie della giustizia di Dio. Ma che cosa hai tu che non l’abbia ricevuto? 2 Non sei forse tu colui che poco fa esclamavi: Ho gridato con tutto il mio cuore: Ascoltami, o Signore; ricercherò le vie della tua giustizia 3? Il dono quindi di cercare la legge di Dio l’hai ottenuto da colui che avevi invocato. È lui dunque che ti segrega da quegli altri che, per non aver ricercato le vie della giustizia di Dio, non conseguono la salvezza.

4. [v 156.] Anche il salmista si è accorto di questa verità. Anzi, io stesso non l’avrei vista se non avessi avuto i suoi occhi, se non fossi stato in lui. Queste parole sono infatti del corpo di Cristo, di cui noi siamo le membra. L’ha visto – ripeto – ed ecco perché subito continua: Le tue misericordie sono molte, o Signore. In realtà anche il poter ricercare le vie della tua giustizia rientra nell’ambito della tua multiforme misericordia. Secondo il tuo giudizio rimettimi in vita. So infatti che nemmeno il tuo giudizio m’incoglierà senza che l’accompagni la tua misericordia.

La schiera gloriosa dei Martiri di Cristo.

5. [v 157.] Molti sono coloro che mi perseguitano e mi affliggono, ma dalle tue testimonianze non ho deviato. Sono cose avvenute. Le sappiamo, le commemoriamo, le tocchiamo con mano. La terra intera fu imporporata del sangue dei martiri. Il cielo fiorisce di corone dei martiri; le chiese sono adorne delle memorie dei martiri; il calendario si illustra di giorni natalizi dei martiri; si moltiplicano le guarigioni avvenute per merito dei martiri. Come mai tutto questo, se non perché si è ormai adempiuto quanto era stato predetto nei confronti di quest’uomo sparso su tutta la terra? Si sono adempiute cioè le parole: Molti sono coloro che mi perseguitano e mi affliggono, ma dalle tue testimonianze non ho deviato. Sono fatti che constatiamo, e ne ringraziamo il Signore nostro Dio. Difatti tu, o uomo, tu stesso in un altro salmo dicevi: Se il Signore non fosse stato con noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi 4. Ecco perché non ti allontanasti dalle sue testimonianze e giungesti alla palma della chiamata divina pur trovandoti in balia dei molti nemici che ti perseguitavano e affliggevano.

Debolezza di alcuni perseguitati.

6. [v 158.] Dice: Ho visto gli insensati e me ne struggevo, o, come recano altri codici: Ho visto coloro che non osservavano il patto. Così infatti legge la maggior parte [dei codici]. Ebbene, chi sono coloro che non hanno osservato il patto, se non quei tali che, non riuscendo a sopportare le vessazioni dei numerosi persecutori, si allontanarono dalle testimonianze di Dio? In questo infatti sta il patto: che venga coronato solo chi ha vinto. Ora a tale patto non sono stati fedeli coloro che, non resistendo al furore della persecuzione, hanno rinnegato le testimonianze di Dio e se ne sono allontanati. Il salmista li vedeva e se ne struggeva, poiché li amava. Aveva, cioè, lo zelo buono: quello zelo che viene dall’amore, non dall’astio. In che senso poi avessero mancato al patto, lo precisa in quel che aggiunge: Difatti i tuoi detti non hanno custodito. In effetti li rinnegarono quando vennero a trovarsi nella prova.

7. [v 159.] Egli si sente diverso da loro; eccolo quindi presentarci le sue commendatizie con queste parole: Vedi che i tuoi comandamenti io ho amato. Non dice: ” lo non ho rinnegato le tue parole o testimonianze, come erano costretti a fare i martiri, e quando si rifiutavano avevano a subirne atrocissimi tormenti”. Ma descrive la radice da cui provengono i frutti di ogni martirio, poiché, se io dessi alle fiamme il mio corpo, ma non avessi la carità, non mi gioverebbe a nulla 5. Ora è questa carità che inculcano le parole del salmo: Vedi che i tuoi comandamenti io ho amato. In seguito ne richiede il premio: O Signore, nella tua misericordia rimettimi in vita. I nemici uccidono, tu dammi la vita. Ma se è in forza della misericordia che si domanda il premio, accordare il quale è compito della giustizia, quanto più abbondante non sarà stata la misericordia che venne elargita per conseguire quella vittoria alla quale si tributa il premio?

8. [v 160.] Dice: Principio delle tue parole è la verità e in eterno sono tutti i giudizi della tua giustizia. E vuol dire: Le tue parole procedono da verità e quindi sono veraci ne’ ingannano alcuno. Tali appunto quelle parole che predicono la vita al giusto e la pena all’empio. Ed esse sono gli eterni giudizi della giustizia divina.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 31

I pubblici poteri ingiustamente perseguitarono i Cristiani.

1. [v 161.] Sappiamo quali persecuzioni abbia subito da parte dei re della terra il corpo di Cristo, cioè la santa Chiesa. Riconosciamo quindi la sua voce nelle parole che qui dice: I principi mi hanno perseguitato senza ragione, ma delle tue parole ha avuto paura il mio cuore. Che nocumento infatti avevano recato ai regni terreni i Cristiani, ai quali dal loro Re era stato promesso il regno dei cieli? Che nocumento – dico – avevano recato? Forse che il Re [divino] aveva vietato ai suoi soldati di pagare i tributi e di rendere gli onori dovuti ai sovrani terreni? Non aveva invece risposto ai Giudei che macchinavano tali calunnie contro di lui: Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio 1? Non aveva lui personalmente pagato il tributo, prendendo la moneta dalla bocca del pesce 2? Lo stesso il suo precursore. Quando certi soldati del regno di questo mondo andarono a domandargli cosa dovessero fare per conseguire la salute eterna, non rispose: “Svestite la divisa, buttate via le armi, abbandonate il vostro re, e così potrete essere soldati del Signore”. Disse invece: Astenetevi da ogni vessazione e da ogni calunnia, e accontentatevi della vostra paga 3. Non diversamente uno dei suoi soldati, anzi uno dei prediletti fra i componenti il suo seguito. Parlando ai suoi commilitoni e, per così dire, ai tributari di Cristo diceva: Ogni persona sia sottoposta, alle autorità superiori. E un po’ più avanti: Date a tutti ciò che è loro dovuto: a chi il tributo il tributo, a chi il dazio il dazio, a chi il timore il timore, a chi l’onore l’onore. Non abbiate con alcuno altro debito all’infuori di quello di amarvi scambievolmente 4. Non comandò egli ancora che la Chiesa dovesse pregare per gli stessi sovrani 5? Quale fu, dunque, l’offesa che ad essi recarono i Cristiani? Quale il debito che essi non soddisfecero? A quale ossequio mancarono nei riguardi dei re della terra? Non vi è dubbio: fu senza alcun motivo che i re della terra perseguitarono i Cristiani. Ma nota le parole aggiunte dal salmo: E delle tue parole ha temuto il mio cuore. Anche i persecutori usavano parole di minaccia: Ti mando in esilio, ti proscrivo, ti uccido, ti lacero con gli uncini, ti brucio, ti do in pasto alle fiere, ti dilanio le membra ma le tue parole mi facevano ancor più paura: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono fare altro; temete piuttosto chi ha la potestà di far perire nella geenna anima e corpo 6. Di fronte a queste tue parole il mio cuore ha temuto, e così non ho badato all’uomo che mi perseguitava e ho vinto il diavolo che voleva sedurmi.

2. [v 162.] Successivamente prosegue: Gioirò a motivo dei tuoi detti, come chi abbia trovalo una gran preda. Con queste parole egli vinse coloro di cui aveva avuto paura. Ai vinti, poi, si è soliti strappare le spoglie, come venne vinto e spogliato colui del quale nel Vangelo è detto: Nessuno può entrare nella casa dell’uomo forte e far bottino delle sue spoglie, senza aver prima legato l’uomo forte 7. Quanto alle spoglie, ne sono state ricavate molte: ciò è avvenuto allorché, ammirando la pazienza dei martiri, gli stessi persecutori hanno abbracciato la fede, e coloro che macchinavano di ledere il nostro Re maltrattando i suoi soldati sono stati viceversa conquistati da lui. Se pertanto uno desidera non soccombere nella lotta e per questo teme la parola di Dio, esulterà vittorioso, e motivo dell’esultanza sarà proprio la parola di Dio.

Amore e timore di Dio.

3. [v 163.] Il salmista ha avuto un certo timore per la parola di Dio; non per questo però noi dobbiamo pensare che in lui si sia insinuato dell’odio per la stessa parola. Egli infatti ha già detto: Ho esultato a motivo dei tuoi detti, parole che non avrebbe pronunciate se avesse provato dell’odio; inoltre, continuando, ecco cosa dice: L’iniquità ho avuto in odio e ho aborrito, ma la tua legge ho avuto cara. Insomma, il timore derivato in lui dalle parole divine non produsse dell’odio per le stesse parole ma ne conservò intatto l’amore. Identica cosa sono infatti la legge di Dio, le sue parole e la sua rivelazione. Impossibile, dunque, che a causa del timore venga a distruggersi l’amore, quando quel timore è un timore casto. Così i genitori vengono dai figli bennati nello stesso tempo e amati e temuti; così una moglie casta teme e ama insieme suo marito: teme d’esserne privata e ama nel possederlo. Se quindi un padre uomo e un coniuge uomo può essere insieme amato e temuto, molto più dovrà esserlo il Padre nostro che sta nei cieli 8 e quello Sposo che supera in bellezza tutti i figli degli uomini: una bellezza non carnale ma risultante da virtù [divina] 9. Chi sono infatti gli innamorati della legge di Dio, se non coloro che amano lo stesso Dio? E che gravame potrebbe recare ai figli buoni una legge imposta dal padre? O sarà forse un gravame se egli castiga colui che ama e flagella ogni figlio che accoglie 10? Comunque, chi respinge tali misure decise [dal Padre] non ne otterrà le promesse. Si lodino dunque le decisioni del Padre, anche se comportano flagelli, se del Padre si amano i premi promessi.

Il numero “sette” indica totalità.

4. [v 164.] Così esattamente si comporta colui che dice: Sette volte al giorno ti ho lodato per i giudizi della tua giustizia. Le parole: Sette volte al giorno, significano ” sempre “. Infatti il numero sette sta di solito ad indicare la totalità. Così ai sei giorni in cui Dio operò ne fu aggiunto un settimo di riposo 11; così l’intero arco del tempo si dispiega nel corso e ricorso dei sette giorni. Né per altro motivo fu detto: Sette volte cade il giusto e sette volte risorgerà 12. Cioè: non va in perdizione il giusto, anche se viene umiliato con ogni sorta di cadute, purché egli non trasgredisca la legge (nel qual caso non sarebbe più giusto). Si dice: Cade sette volte, per indicare tutte le svariate prove che l’affliggono e dinnanzi agli uomini sembrano schiantarlo; ma l’aggiunta: Risorgerà sta ad indicare che da tutte quelle tribolazioni egli trae profitto. La frase con cui nel libro citato prosegue il discorso illustra a sufficienza la precedente. Vi si dice: Al contrario gli empi saranno fiaccati per i loro mali 13. Questo dunque significa il cadere sette volte del giusto e il relativo risorgere: non essere fiaccati dal male. È dunque esatto dire che la Chiesa ha lodato Dio per sette volte a causa dei giudizi della sua giustizia. Difatti, quando venne il tempo stabilito perché cominciasse il giudizio dalla casa del Signore 14, subì ogni genere di tribolazioni; ciononostante però non si lasciò fiaccare, anzi conquistò la gloria attraverso le corone dei martiri.

La Parola di Dio irta di difficoltà.

5. [v 165.] Dice: Molta pace per quelli che amano la tua legge e non v’è scandalo per essi. Che dire? È la legge che non diviene scandalo per chi la ama; ovvero, per chi ama la legge, non c’è nessuna occasione di scandalo? L’una e l’altra interpretazione va bene. Difatti chi ama la legge di Dio venera anche ciò che in essa non comprende; e se qualcosa gli suona come assurdo, pensa essere lui stesso a non comprenderlo; quanto invece alla legge in se stessa pensa esservi nascosti grandi [misteri]. In tal modo la legge di Dio non gli crea scandalo. Per escludere poi da sé sino in fondo ogni scandalo, costui non dovrà badare agli uomini, neppure a quelli che professano vita santa, facendo dipendere la propria fede dal loro comportamento. Se infatti ragionasse così, cadendo [nel male] qualcuno di quelli per i quali nutriva grande stima potrebbe anche lui essere rovinato dal suo cattivo esempio. Dovrà piuttosto amare la legge di Dio in se stessa, e allora godrà pace profonda e mai subirà scandali. Sarà sempre tranquillo, amando una cosa che, per quanti pecchino contro di lei, lei stessa non potrà mai peccare.

Cristo liberatore universale.

6. [v 166.] Dice: Io speravo nella tua salvezza, o Signore, e ho amato i tuoi precetti. Che giovamento avrebbe recato agli antichi giusti l’aver amato i comandamenti di Dio, se non li avesse liberati Cristo, che è la salvezza di Dio? Fu anzi per un dono dello Spirito di Cristo che essi poterono amare i comandamenti di Dio. Se dunque da Dio attendevano la salvezza coloro che ne amavano i comandamenti, quanto più necessario non dovette essere Gesù (cioè la salvezza di Dio) perché giungessero a salvezza coloro che tali comandamenti non amavano? Questa profezia può applicarsi anche ai santi del nostro tempo, viventi cioè dopo la predicazione del Vangelo e la rivelazione della grazia. Anche adesso, infatti, coloro che amano i comandamenti di Dio sono in attesa del Cristo: aspettiamo cioè che appaia Cristo, nostra vita, per apparire anche noi con lui nella gloria 15.

7. [vv 167.168.] Dice: La mia anima ha custodito le tue testimonianze e io le ho amate intensamente, o, come recano alcuni codici, le amò, con sottinteso l’anima mia. Le testimonianze di Dio vengono custodite quando non le si rinnega. E questo è il dovere che incombe ai martiri, poiché ” testimonianze ” in greco si chiamano . Ma siccome lo stesso lasciarsi bruciare dalle fiamme per le testimonianze di Dio non varrebbe a nulla se mancasse la carità 16, per questo soggiunge: E le ho amate intensamente. Prima aveva detto: Ho amato i tuoi comandamenti; poi nel verso seguente: Ho custodito e amato le tue testimonianze. Procedendo ancora, dice: Ho custodito i tuoi comandamenti e le tue testimonianze. Così infatti si esprime: Ho custodito i tuoi comandamenti e le tue testimonianze. Chi le ama infatti le osserva con fedeltà e con gusto. Spesso però, mentre si tien fede ai comandamenti di Dio, ci si inimicano coloro da cui si vorrebbe che non li osservassimo. È il caso allora di restare saldi nell’osservanza di tali precetti, per non rinnegarli dinanzi alla persecuzione dei nemici.

Da Dio la riuscita nel bene.

8. Il salmista afferma di aver fatto tutte e due queste cose, e attribuendo a Dio la riuscita dice continuando: Perché tutte le mie vie sono davanti a te, o Signore. Ecco perché – dice – io ho tenuto fede ai tuoi comandamenti e alle tue testimonianze: perché tutte le mie vie sono davanti a te. È come se dicesse: ” Se tu avessi distolto da me il tuo volto, io mi sarei turbato né sarei riuscito ad osservare i tuoi comandamenti e le tue testimonianze. Intanto dunque le ho osservate in quanto tutte le mie vie sono davanti a te”. Vuol certo farci comprendere che Dio ha guardato alle sue vie con volto propizio e pronto al soccorso. Così infatti chiedeva colui che pregava: Non distogliere il tuo volto da me 17. Difatti il volto del Signore è rivolto anche ai cattivi, ma per distruggerne dalla terra il ricordo 18. Non in questo senso afferma costui che il Signore guarda alle sue vie; ma com’egli suole conoscere le vie dei giusti 19, o come ebbe a dire a Mosè: Io ti conosco a preferenza di tutti 20. Se infatti nel suo avanzare non lo sostenesse la persuasione che le sue vie sono al cospetto di Dio, non direbbe di aver custodito i comandamenti e le testimonianze di Dio perché tutte le sue vie erano sotto lo sguardo del Signore. Egli ha insomma ascoltato e compreso le parole: Servite il Signore con timore ed esultate dinanzi a lui con tremore. Accogliete l’ammonizione, perché non si adiri il Signore e periate lontano dalla retta via 21. E ciò perché non c’è via giusta se non al cospetto del Signore. Lo stesso timore e paura inculca anche l’apostolo Paolo a coloro ai quali dice: Con timore e tremore adoperatevi per la vostra salvezza 22 e, specificando la ragione del suo dire aggiunge: Poiché è Dio che produce in voi e il volere e l’agire conforme a buona volontà 23. Per questo motivo son dunque al cospetto del Signore le vie dei giusti: perché è lui che ne dirige i passi. Né altre sono le vie delle quali è scritto nei Proverbi: Il Signore conosce le vie che si aprono a destra, mentre – continua – quelle che sono a sinistra sono errate 24. In questa maniera ci si fa comprendere che il Signore non le conosce e quindi giusta mente potrà dire ai perversi [che vi camminano]: Non vi conosco 25. Viceversa, volendoci ora mostrare il frutto che deriva dall’essere le vie di destra (cioè quelle dei giusti) note al Signore, continua immediatamente: Egli ti guiderà per un diritto cammino e condurrà in pace ogni tuo viaggio 26. Ecco perché anche il salmista dice: Ho custodito i tuoi comandamenti e le tue testimonianze. E come se fossimo andati a chiedergli il perché della riuscita, prosegue: Poiché tutte le mie vie sono davanti a te, o Signore.

SULLO STESSO SALMO 118/119

DISCORSO 32

1. [v 169.] Ascoltiamo ora la voce dell’orante. Ci è noto chi sia costui, come pure sappiamo riconoscere noi stessi fra le sue membra, a meno che non siamo reprobi. Si avvicini la mia preghiera al tuo cospetto, o Signore. Cioè: La preghiera che pronuncio sotto il tuo sguardo si avvicini a te. Infatti il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore contrito 1. Secondo il tuo dire dammi intelletto. Gli chiede di stare alla promessa. Dicendo infatti: Secondo il tuo dire, è come se dicesse: ” Secondo la tua promessa “. Ora al riguardo c’è una promessa del Signore contenuta nella parole: Io ti darò l’intelligenza 2.

2. [v 170.] Penetri la mia supplica al tuo cospetto, o Signore; secondo il tuo dire liberami. Ripete su per giù la richiesta di prima. Difatti alle parole precedenti: Si avvicini la mia preghiera al tuo cospetto, o Signore, sono simili quelle che aggiunge successivamente: Penetri la mia supplica al tuo cospetto, o Signore; e alla prima richiesta: Secondo il tuo dire dammi intelletto, corrisponde l’altra: Secondo il tuo dire liberami. Ricevendo il dono dell’intelletto viene liberato [dall’errore] colui che, privo di tale intelletto e abbandonato in se stesso, ne sarebbe stato tratto in inganno.

Dio giustifica l’empio.

3. [v 171.] Dice: Proromperanno le mie labbra in inni, se tu m’insegnerai le vie della tua giustizia. Sappiamo in che maniera Dio ammaestri coloro che si lasciano da lui ammaestrare. Chiunque infatti ascolta dal Padre [la verità] e l’apprende si avvicina a colui che giustifica l’empio 3: il quale, così giustificato, diventa capace di rispettare le vie della giustizia di Dio non solo ritenendole a memoria ma anche mettendole in pratica. Per cui chi si gloria non si gloria di se stesso ma nel Signore 4, e prorompe in inni [di lode].

4. [v 172.] Egli ha ormai appreso da Dio e lodato il suo Maestro. Ora vuole insegnare. Dice: Celebrerà la mia lingua i tuoi detti, perché tutti i tuoi precetti sono giustizia. Affermando il proposito di diffondere le parole di Dio, diventa ministro della Parola. Difatti, sebbene a insegnare interiormente pensi Dio, tuttavia la fede nasce dall’ascolto. E come ascolteranno se non c’è chi predica 5? In effetti, non si pensi che, per essere Dio colui che dà la crescita, per questo non occorra né piantare né irriga 6.

La salvezza di Dio in Cristo.

5. [vv 173.174.] Divenuto banditore della. parola di Dio, egli è consapevole dei pericoli che dovrà incontrare da parte degli oppositori e persecutori. Per questo soggiunge: Intervenga la tua mano a salvarmi, perché ho scelto i tuoi comandamenti. Per vincere il timore e far sì che non solo il mio cuore custodisse la tua parola, ma anche la mia lingua la pronunziasse con franchezza, per questo io scelsi i tuoi comandamenti e con l’amore repressi il timore. Intervenga dunque la tua mano a salvarmi dalle mani degli avversari. In questo modo Dio ha salvato i martiri: non permettendo che fossero uccisi nell’anima. Poiché, quanto al corpo, insignificante è la salvezza che può conseguire l’uomo 7. Il verso: Intervenga la tua mano potrebbe anche intendersi di Cristo chiamato ” mano di Dio “, analogamente a quanto si legge in Isaia: E il braccio del Signore a chi è stato rivelato 8? Non che egli, come Unigenito, sia stato fatto, dal momento che per opera di lui sono state create tutte le cose 9; ma lo si chiama così, per avere egli tratto origine dalla stirpe di David 10, divenendo, lui che era Creatore, Gesù cioè Salvatore. Tuttavia le espressioni: Intervenga la tua mano, e: La mano del Signore intervenne 11 sono troppo frequenti nella Scrittura, né saprei dire se un tal senso possa quadrare con tutti i testi. Comunque, ascoltando il verso seguente che suona: Io ho bramato la tua salvezza o Signore, anche se ciò non garba ai nostri nemici, noi pensiamo spontaneamente a Cristo, salvezza di Dio. È lui che con tutta verità i giusti dell’antico patto professano di aver desiderato. È lui che ha desiderato la Chiesa perché venisse a lei nascendo dal grembo di sua Madre. È lui che la Chiesa desidera ancor oggi perché torni [muovendo] dalla destra del Padre. Che se a questa frase si aggiunge: E la tua legge è la mia meditazione, è perché la legge rende testimonianza a Cristo.

6. [v 175.] È questa la fede per la quale, credendo col cuore, si consegue la giustizia; è la fede che, confessata con la bocca, vale ad ottenere la salute 12. Ne fremano pure le genti e i popoli tramino vendette inutili 13; venga pure ucciso il corpo mentre si dedica ad annunciarti; la mia anima, nonostante questo, vivrà e ti loderà, e i tuoi giudizi mi aiuteranno. Si tratta ovviamente di quei giudizi che già prima era tempo cominciassero dalla casa del Signore 14. Ma essi – dice – mi aiuteranno. E chi non vede quanto aiuto abbia recato alla Chiesa il sangue stesso versato dalla Chiesa? Chi non vede quanta messe sia spuntata in tutto il mondo da quella semente?

La pecora smarrita.

7. [176.] Giunto ormai alla fine, ci si scopre completamente e ci manifesta chi sia stata la persona che ha parlato per tutto il salmo. Dice: Io ho errato come pecorella smarrita; ricerca il tuo servo, perché i tuoi precetti non ho dimenticato. Alcuni codici non leggono: Ricerca, ma: Riporta in vita. Differiscono infatti di una sillaba sola le due parole lette in greco, cioè e tanto è vero che gli stessi codici greci non concordano. Qualunque peraltro sia la lezione preferita, occorrerà sempre ricercare la pecora perduta e riportarla in vita: dico di quella pecora per la quale il pastore lasciò sui monti le altre novantanove e per rintracciarla fu piagato dalle spine della siepe giudaica 15. Quindi, anche se la si sta ricercando, si continui a ricercarla; anche se parzialmente ritrovata, la si ricerchi ancora. È vero, infatti, che è stata ritrovata per quel tanto che ai salmista consente di dire: I tuoi precetti non ho dimenticato; tuttavia la si ricerca ancora ad opera di coloro che, sceltisi i comandamenti di Dio, li accolgono e li amano. E viene ritrovata in mezzo a tutte le genti per i meriti del sangue versato dal suo Pastore che continua ad essere sparso ovunque.

Commiato del trattatista e annotazioni stilistiche.

8. Per quanto potevo, ho esaminato ed esposto con l’aiuto del Signore questo lungo salmo. È un’impresa che hanno già compiuto (e con maggior successo) altri più sapienti e dotti di me, mentre altri la tenteranno in seguito. Non per questo però noi potevamo sottrarci a questo servizio, tanto più che me lo chiedevano con insistenza i fratelli verso i quali io ho il debito di tali prestazioni. Non vi sorprenda il fatto che io non abbia detto nulla dell’alfabeto ebraico, in riferimento al quale i versi sono distribuiti a otto a otto secondo l’ordine delle lettere stesse, e così si snoda tutto il salmo. L’omissione è dipesa dal non aver io trovato in questo fatto una caratteristica propria del presente salmo. Non è infatti questo il solo salmo che contenga di tali lettere. Colore pertanto che non troveranno un simile procedimento nella trascrizione greca o latina (in quanto non conservato dai traduttori) debbono sapere che i singoli versi ebraici, raggruppati a otto a otto, nei codici ebraici cominciano con la stessa lettera, la quale viene indicata in apertura. Così infatti ci hanno insegnato gli esperti in quella lingua. È un procedimento che esige un’accuratezza molto superiore a quella che sogliono usare coloro che in latino o in punico compongono i cosiddetti ” salmi abbecedari “. Costoro infatti con la lettera posta in apertura non iniziano tutti i versi fino alla chiusa della strofa, ma soltanto il primo verso.

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