Salmo 69

Salmo 69

Oso dire infatti alla vostra Carità che Dio, per essere ben lodato dall’uomo, ha cantato lui stesso la propria lode e in tanto l’uomo ha trovato come lodarlo in quanto Dio s’è degnato lodare se stesso. (s. Agostino esposizione sul salmo 144)

Salmi – Capitolo 69 

Lamento

[1]Al maestro del coro. Su «I gigli». Di Davide.

[2]Salvami, o Dio:
l’acqua mi giunge alla gola.
[3]Affondo nel fango e non ho sostegno;
sono caduto in acque profonde
e l’onda mi travolge.
[4]Sono sfinito dal gridare,
riarse sono le mie fauci;
i miei occhi si consumano
nell’attesa del mio Dio.
[5]Più numerosi dei capelli del mio capo
sono coloro che mi odiano senza ragione.
Sono potenti i nemici che mi calunniano:
quanto non ho rubato, lo dovrei restituire?

[6]Dio, tu conosci la mia stoltezza
e le mie colpe non ti sono nascoste.
[7]Chi spera in te, a causa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per me non si vergogni
chi ti cerca, Dio d’Israele.

[8]Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
[9]sono un estraneo per i miei fratelli,
un forestiero per i figli di mia madre.

[10]Poiché mi divora lo zelo per la tua casa,
ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta.
[11]Mi sono estenuato nel digiuno
ed è stata per me un’infamia.

[12]Ho indossato come vestito un sacco
e sono diventato il loro scherno.
[13]Sparlavano di me quanti sedevano alla porta,
gli ubriachi mi dileggiavano.

[14]Ma io innalzo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza;
per la grandezza della tua bontà, rispondimi,
per la fedeltà della tua salvezza, o Dio.
[15]Salvami dal fango, che io non affondi,
liberami dai miei nemici
e dalle acque profonde.
[16]Non mi sommergano i flutti delle acque
e il vortice non mi travolga,
l’abisso non chiuda su di me la sua bocca.

[17]Rispondimi, Signore, benefica è la tua grazia;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.
[18]Non nascondere il volto al tuo servo,
sono in pericolo: presto, rispondimi.

[19]Avvicinati a me, riscattami,
salvami dai miei nemici.
[20]Tu conosci la mia infamia,
la mia vergogna e il mio disonore;
davanti a te sono tutti i miei nemici.
[21]L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno.
Ho atteso compassione, ma invano,
consolatori, ma non ne ho trovati.
[22]Hanno messo nel mio cibo veleno
e quando avevo sete mi hanno dato aceto.

[23]La loro tavola sia per essi un laccio,
una insidia i loro banchetti.
[24]Si offuschino i loro occhi, non vedano;
sfibra per sempre i loro fianchi.

[25]Riversa su di loro il tuo sdegno,
li raggiunga la tua ira ardente.
[26]La loro casa sia desolata,
senza abitanti la loro tenda;
[27]perché inseguono colui che hai percosso,
aggiungono dolore a chi tu hai ferito.
[28]Imputa loro colpa su colpa
e non ottengano la tua giustizia.
[29]Siano cancellati dal libro dei viventi
e tra i giusti non siano iscritti.

[30]Io sono infelice e sofferente;
la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro.
[31]Loderò il nome di Dio con il canto,
lo esalterò con azioni di grazie,
[32]che il Signore gradirà più dei tori,
più dei giovenchi con corna e unghie.

[33]Vedano gli umili e si rallegrino;
si ravvivi il cuore di chi cerca Dio,
[34]poiché il Signore ascolta i poveri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.
[35]A lui acclamino i cieli e la terra,
i mari e quanto in essi si muove.

[36]Perché Dio salverà Sion,
ricostruirà le città di Giuda:
vi abiteranno e ne avranno il possesso.
[37]La stirpe dei suoi servi ne sarà erede,
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

 

I dare say to your Charity that God, in order to be well praised by man, sang his own praise, and man found how to praise him because God deigned to praise himself. (St. Augustine, exposition on Psalm 144)

Psalm 69[a]

For the director of music. To the tune of “Lilies.” Of David.

1 Save me, O God,
    for the waters have come up to my neck.
2 I sink in the miry depths,
    where there is no foothold.
I have come into the deep waters;
    the floods engulf me.
3 I am worn out calling for help;
    my throat is parched.
My eyes fail,
    looking for my God.
4 Those who hate me without reason
    outnumber the hairs of my head;
many are my enemies without cause,
    those who seek to destroy me.
I am forced to restore
    what I did not steal.

5 You, God, know my folly;
    my guilt is not hidden from you.

6 Lord, the Lord Almighty,
    may those who hope in you
    not be disgraced because of me;
God of Israel,
    may those who seek you
    not be put to shame because of me.
7 For I endure scorn for your sake,
    and shame covers my face.
8 I am a foreigner to my own family,
    a stranger to my own mother’s children;
9 for zeal for your house consumes me,
    and the insults of those who insult you fall on me.
10 When I weep and fast,
    I must endure scorn;
11 when I put on sackcloth,
    people make sport of me.
12 Those who sit at the gate mock me,
    and I am the song of the drunkards.

13 But I pray to you, Lord,
    in the time of your favor;
in your great love, O God,
    answer me with your sure salvation.
14 Rescue me from the mire,
    do not let me sink;
deliver me from those who hate me,
    from the deep waters.
15 Do not let the floodwaters engulf me
    or the depths swallow me up
    or the pit close its mouth over me.

16 Answer me, Lord, out of the goodness of your love;
    in your great mercy turn to me.
17 Do not hide your face from your servant;
    answer me quickly, for I am in trouble.
18 Come near and rescue me;
    deliver me because of my foes.

19 You know how I am scorned, disgraced and shamed;
    all my enemies are before you.
20 Scorn has broken my heart
    and has left me helpless;
I looked for sympathy, but there was none,
    for comforters, but I found none.
21 They put gall in my food
    and gave me vinegar for my thirst.

22 May the table set before them become a snare;
    may it become retribution and[b] a trap.
23 May their eyes be darkened so they cannot see,
    and their backs be bent forever.
24 Pour out your wrath on them;
    let your fierce anger overtake them.
25 May their place be deserted;
    let there be no one to dwell in their tents.
26 For they persecute those you wound
    and talk about the pain of those you hurt.
27 Charge them with crime upon crime;
    do not let them share in your salvation.
28 May they be blotted out of the book of life
    and not be listed with the righteous.

29 But as for me, afflicted and in pain—
    may your salvation, God, protect me.

30 I will praise God’s name in song
    and glorify him with thanksgiving.
31 This will please the Lord more than an ox,
    more than a bull with its horns and hooves.
32 The poor will see and be glad—
    you who seek God, may your hearts live!
33 The Lord hears the needy
    and does not despise his captive people.

34 Let heaven and earth praise him,
    the seas and all that move in them,
35 for God will save Zion
    and rebuild the cities of Judah.
Then people will settle there and possess it;
36     the children of his servants will inherit it,
    and those who love his name will dwell there.

Commento al filmato: il salmista, il re Davide eleva a Dio , in questo stupendo salmo, una supplica [2]Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. – un lamento [5]Più numerosi dei capelli del mio capo
sono coloro che mi odiano senza ragione. ma con la speranza nel cuore i miei occhi si consumano
nell’attesa del mio Dio.
– Nei due brani di luminosa bellezza, un “Andante” dal Concerto in Fa Magg e un “Adagio” dal Concerto Fa Magg “Lodron” di Mozart il Pianoforte e l’Orchestra, cantano con toni struggenti, dolcissimi questa preghiera del salmista:

[33]Vedano gli umili e si rallegrino;
si ravvivi il cuore di chi cerca Dio,
[34]poiché il Signore ascolta i poveri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.
[35]A lui acclamino i cieli e la terra,
i mari e quanto in essi si muove.

[36]Perché Dio salverà Sion,
ricostruirà le città di Giuda:
vi abiteranno e ne avranno il possesso.
[37]La stirpe dei suoi servi ne sarà erede,
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

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Commentary on the video: the psalmist, King David raises a plea to God in this stupendous psalm [2] Save me, O God: the water reaches my throat. – a lament [5] More numerous than the hair on my head are those who hate me for no reason. but with hope in my heart my eyes wear out waiting for my God. – In the two pieces of luminous beauty, an “Andante” from the Concerto in F Major and an “Adagio” from the Concerto F Magg “Lodron” by Mozart the Piano and the Orchestra sing with poignant tones, very sweet this prayer of the psalmist:

33 The Lord hears the needy
    and does not despise his captive people.

34 Let heaven and earth praise him,
    the seas and all that move in them,
35 for God will save Zion
    and rebuild the cities of Judah.
Then people will settle there and possess it;
36     the children of his servants will inherit it,
    and those who love his name will dwell there.

sant’Agostino esposizione sui Salmi

SUL SALMO 68/69

ESPOSIZIONE

DISCORSO 1

Il Cristo totale e la sua voce.

1. Noi siamo nati alla vita presente e siamo stati aggregati al popolo di Dio in un tempo in cui quell’arbusto nato dal chicco di senape ha ormai disteso i suoi rami e quel lievito, che dapprima era una cosa insignificante, ha fermentato le tre misure 1, cioè l’intero genere umano discendente dai tre figli di Noè 2. Ormai da oriente e da occidente, da settentrione e da meridione viene gente ad assidersi con i patriarchi, mentre sono stati cacciati fuori coloro che, sebbene nati da loro quanto alla carne, non ne hanno imitato la fede 3. Noi abbiamo dinnanzi agli occhi tutta questa gloria della Chiesa di Cristo. Un tempo ella era sterile, ma le fu palesata, o meglio predetta, la gioia che avrebbe avuto più figli di colei che allora aveva marito 4. Difatti ai nostri giorni la troviamo dimentica ormai dell’obbrobrio e dell’ignominia della sua vedovanza. In tale stato di cose noi potremmo forse restare sorpresi se in qualche profezia ci capita di leggere parole concernenti la debolezza di Cristo e la nostra. E potrebbe anche accadere che non ne siamo impressionati proprio per il fatto che non siamo più nel tempo in cui, abbondando l’afflizione, queste cose erano comprese e gustate. Anche noi, tuttavia, dobbiamo pensare a quante tribolazioni ci affliggono e convincerci che la via sulla quale camminiamo è stretta 5 (posto che in essa camminiamo), e sapere che essa conduce sì alla pace eterna, ma attraverso angustie e sofferenze. Possiamo anche considerare come quella stessa condizione umana che è detta felicità sia da temere più che non la miseria, giacché la miseria di solito fa nascere il buon frutto dalla tribolazione, mentre la felicità corrompe l’anima con la sua perversa sicurezza e apre la porta al diavolo tentatore. Se dunque penseremo con mente sana e coscienza retta (come vittima ben condita con sale) che la vita umana sulla terra è una prova 6 e che nessuno è del tutto sicuro né deve sentirsi sicuro finché non sarà giunto a quella patria dalla quale nessun amico esce e nella quale nessun nemico è ammesso, potremo ascoltare con profitto anche ora, nella stessa pienezza di gloria che circonda la Chiesa, la voce della nostra tribolazione. Come membra di Cristo, soggette al nostro capo e vicendevolmente strette le une alle altre mediante il vincolo della carità, Potremo sempre dire, ricavandolo dai salmi, ciò che, come leggiamo, hanno detto i martiri prima di noi: che cioè le tribolazioni sono comuni a tutti, dall’inizio sino alla fine. Ascoltando dunque il salmo che abbiamo cominciato a spiegare e del quale ci siamo proposti di parlare alla vostra Carità nel nome del Signore, cerchiamo di vederci in quel piccolo chicco di senape. Allontaniamo per un momento il nostro pensiero dall’altezza dell’arbusto, dall’ampiezza dei suoi rami e da quella gloria nella quale riposano gli uccelli del cielo. Ascoltiamo piuttosto come questa grandezza che ci allieta nell’arbusto sia germogliata da un minuto granellino. Qui infatti parla Cristo (lo diciamo a chi già lo sa): e parla non solo come capo, ma anche come corpo. Lo riconosciamo dalle stesse parole. E che qui parli Cristo, non è assolutamente lecito dubitarlo. Difatti, proprio in questo salmo si trovano le parole che si realizzarono appieno nella sua passione: Mi hanno dato per cibo il fiele e nella mia sete mi hanno dissetato con l’aceto 7. Queste parole si adempirono alla lettera: e proprio come era stato predetto, così si avverò. Mentre pendeva dalla croce, Cristo disse: Ho sete!, e a questa parola gli fu porto dell’aceto in una spugna; ed egli, quando l’ebbe gustato, disse: È compiuto. Poi, chinato il capo, rese lo spirito 8: mostrando che tutte le cose che erano state predette di lui si erano ormai compiute. Non ci è concesso qui di intendere alcunché di diverso. Anche gli Apostoli, parlando di Cristo, citano le testimonianze di questo salmo. E chi oserà allontanarsi dalle loro parole? Quale agnello non seguirà gli arieti? È certo dunque che qui parla Cristo. A noi piace mostrare dove di preferenza parlino le sue membra, onde documentare che qui parla il Cristo totale. Dal momento che sarebbe insulso dubitare che vi parli il Cristo.

La nostra trasformazione da peccatori a uomini di Dio.

2. [v 1.] Il titolo del salmo è: Sino alla fine, per coloro che saranno mutati, per David stesso. Intendi qui il mutamento in meglio: il mutamento infatti può essere in meglio o in peggio. In Adamo ed Eva fu in peggio; in coloro che, nati da Adamo e da Eva, sono stati incorporati a Cristo, è stato in meglio. Come infatti per un solo uomo la morte, così anche per un solo uomo la resurrezione dei morti; e come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati 9. Adamo volle cambiare dalla condizione in cui Dio l’aveva creato, ma si cambiò in peggio, cadde cioè nella colpa; i fedeli, dallo stato in cui li ha ridotti l’iniquità, si mutano in meglio per la grazia di Dio. Causa del nostro cambiamento in peggio fu la nostra iniquità; per essere mutati in meglio non basta la nostra giustizia, ma occorre la grazia di Dio. Imputiamo a noi stessi il fatto che ci siamo mutati in peggio; e del nostro essere divenuti migliori diamo gloria a Dio. Orbene, questo salmo è: Per coloro che saranno mutati. Ma da che cosa è scaturito questo mutamento, se non dalla passione di Cristo? Pasqua in latino significa “passaggio”. Pasqua non è un nome greco, ma ebraico. Il termine riecheggia, è vero, una parola che in greco dovrebbe significare “passione”, poiché significa “patire”; ma il significato della parola ebraica indica un’altra cosa: indica cioè un passaggio. Ce lo fa capire anche Giovanni evangelista, il quale, nell’imminenza della passione, mentre il Signore si disponeva alla cena nella quale avrebbe affidato ai discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue, così si esprime: Venne l’ora nella quale Gesù doveva passare da questo mondo al Padre 10. Indica in tal modo che “Pasqua” è lo stesso che “passaggio”. E certamente, se non fosse passato da qui al Padre colui che era venuto per noi, come saremmo potuti passare dalla nostra vita di colpa noi che non eravamo discesi per sollevare gli altri, ma eravamo caduti? Egli invece non era caduto; discese per sollevare chi era caduto. Comunque il suo passaggio, come anche il nostro, deve essere da qui al Padre, da questo mondo al regno dei cieli, dalla vita mortale alla vita eterna, dalla vita terrena alla vita celeste, dalla vita corruttibile a quella incorruttibile, da un mondo impastato di tribolazione ad una eterna e indisturbata quiete. Per questo il titolo del salmo è: Per coloro che saranno mutati. Riconosciamo descritta nelle parole del salmo la causa del nostro mutamento, cioè la passione del Signore; riconosciamovi anche la nostra voce in mezzo alle tribolazioni. Riconosciamola e gemiamo; e, ascoltando e conoscendo, uniti nel medesimo gemito, lasciamoci trasformare in modo che si compia in noi il titolo del salmo: Per coloro che saranno mutati.

Cristo paziente e vittorioso. La ripugnanza naturale dell’uomo per la morte.

3. [v 2.] Salvami, o Dio, perché le acque sono entrate fino alla mia anima. Quel chicco è ora disprezzato, stando almeno alle parole umili che pronunzia. È sepolto nell’orto: mentre fra poco il mondo dovrà stupirsi dinnanzi alla grandezza di questa pianta, il cui seme fu disprezzato dai giudei. Considerate infatti attentamente il chicco di senape: piccolo, scuro, del tutto insignificante. In esso si adempiono le parole: Lo abbiamo visto, e non aveva bellezza né decoro 11. E se dice che le acque sono entrate sino all’anima sua, è perché le folle, rappresentate sotto il nome di acque, hanno potuto prevalere sul Cristo fino a ucciderlo. Son riuscite a schernirlo, a catturarlo, ad incatenarlo, ad insultarlo, prenderlo a schiaffi e coprirlo di sputi. E ce n’è ancora? sì, fino alla morte. Dunque: Le acque sono entrate fino alla mia anima. Dà alla vita sua fisica il nome di anima, e proprio fino a quest’anima essi sono potuti arrivare con i loro tormenti. Ma, sarebbero riusciti a tanto se egli non l’avesse permesso? Perché dunque grida quasi che soffra suo malgrado, se non perché nel capo sono rappresentate anticipatamente le sue membra? Egli soffrì perché lo volle; i martiri invece hanno sofferto anche non volendo. A Pietro infatti così prediceva Cristo la sua passione: Quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti 12. Per quanto aneliamo ad essere uniti con Cristo, tuttavia noi rifuggiamo dal morire; e se volentieri (o meglio con rassegnazione) ci sottoponiamo alla morte, è perché non ci è data altra via per unirci a Cristo. Se potessimo giungere a Cristo, cioè alla vita eterna, in un’altra maniera, chi vorrebbe morire? In un passo delle sue lettere l’Apostolo si pone come a descrivere la nostra natura, cioè quella specie di comunione esistente fra l’anima e il corpo e quella dimestichezza che – per così dire – c’è tra di loro come tra elementi amalgamati e congiunti. Quindi prosegue affermando che noi abbiamo nei cieli una casa, non fabbricata con le mani ma eterna. Afferma cioè che ci è stata preparata un’immortalità, della quale dovremo rivestirci alla fine, quando saremo risorti dai morti. Tuttavia, non può fare a meno di scrivere: Noi non vorremmo essere spogliati, ma solo rivestiti, e che quanto è in noi mortale fosse assorbito dalla vita 13. Se fosse possibile, dice in sostanza, noi vorremmo divenire immortali ricevendo immediatamente l’immortalità cosicché ci trasformi prendendoci come siamo ora. In altre parole, noi vorremmo che questa nostra condizione mortale fosse assorbita dalla vita senza che il corpo debba essere abbandonato nella morte per riaverlo alla fine dei tempi. È vero dunque che [attraverso la morte] si passa da una condizione peggiore ad una migliore; tuttavia il passaggio è piuttosto amaro e contiene del fiele (quello che i giudei diedero al Signore durante la passione) e ha qualcosa di repellente che dobbiamo sopportare (ripulsa che troviamo ben rappresentata nell’aceto con cui alcuni dissetarono il Signore 14). Ebbene il Signore, parlando come tipo di noi cristiani e trasferendoci in se stesso, ecco cosa dice: Salvami, o Dio, perché le acque sono entrate sino alla mia anima. Coloro che lo perseguitavano poterono ucciderlo; ma ora non possono fargli più nulla. E lo stesso Signore ci ha così preavvisati: Non temete coloro che uccidono il corpo e non possono fare di più. Temete piuttosto colui che ha il potere di uccidere e il corpo e l’anima nel fuoco dell’inferno 15. Animati da questo maggior timore, disprezzeremo le paure più piccole; e per l’anelito verso l’eternità che in noi deve essere più grande, sentiremo disgusto per tutte le cose temporali. Ora infatti le delizie terrene sono dolci, mentre amare sono le tribolazioni terrene. Ma chi non vorrà bere alla coppa della tribolazione temporale, se temerà il fuoco dell’inferno? E chi non disprezzerà la dolcezza del mondo, se anela alla dolcezza della vita eterna? Gridiamo dunque per essere liberati: per evitare di consentire, magari perché oppressi dalle tribolazioni, all’iniquità, e per non essere da essa irreparabilmente assorbiti. Salvami, o Dio, perché le acque sono entrate sino all’anima mia.

Cristo ci arricchisce con la sua povertà.

4. [v 3.] Sono immerso nel fango dell’abisso e non c’è sostanza. Chi chiama ” fango “? Forse coloro che lo hanno perseguitato. Perché, se è vero che ogni uomo è formato di fango 16, costoro sono divenuti fango dell’abisso in quanto son decaduti dalla giustizia. Mentre chi non cede ai persecutori che desiderano trascinarlo all’iniquità, fa del suo fango oro. Meriterà infatti che il suo fango sia tramutato in una condizione di vita celeste, e meriterà di diventare socio di coloro dei quali parla il titolo del salmo: Per coloro che saranno mutati. Erano dunque, costoro, fango dell’abisso, e io ero agglutinato ad essi, cioè mi tenevano prigioniero e, abusando del loro grande potere, mi uccidevano. Ecco perché sono immerso nel fango dell’abisso e non c’è sostanza. Che significano le parole: Non c’è sostanza? Forse il fango stesso non è sostanza? Oppure io, inchiodato al fango, ho cessato di essere una sostanza? Che significano le parole: Sono immerso? È forse così che Cristo stava attaccato alla terra? In verità, aderiva alla terra, ma non come si legge nel libro di Giobbe: La terra venne data in mano all’empio 17. Oppure vi era forse attaccato a motivo del suo corpo, in quanto nel corpo poté essere catturato e subire la crocifissione? Se infatti non lo si fosse potuto trapassare con i chiodi, non sarebbe stato neppure crocifisso. Perché dunque: Non c’è sostanza? Che forse quel fango non è una sostanza? Il significato di queste parole: E non c’è sostanza riusciremo, per quanto possibile, a capirlo se prima avremo capito che cosa sia una sostanza. La parola ” sostanza ” si usa, ad esempio, per indicare le ricchezze: come quando di qualcuno diciamo che possiede molte sostanze o che ha perduto le sue sostanze. Ma dovremmo proprio pensare che nel nostro caso sia stato detto: Non c’è sostanza nel senso che non ci sono ricchezze, come se ora si trattasse delle ricchezze o si fosse posto un problema concernente le ricchezze? O non bisognerà piuttosto ritenere che il fango sopra menzionato sia proprio la nostra povertà [naturale] e che le ricchezze ci saranno soltanto quando saremo divenuti partecipi della divinità? Infatti le ricchezze saranno vere ricchezze, solo a patto che non ci manchi niente. Possiamo accettare anche una simile interpretazione e intendere queste parole: Io sono immerso nel fango dell’abisso e non c’è sostanza, come se volesse dire: Io sono giunto alla povertà. Dice infatti costui: Io sono povero e dolente; e l’Apostolo dice dal canto suo: Pur essendo ricco, egli si fece povero per voi per arricchirvi con la sua povertà 18. Volendo dunque sottolineare la sua povertà, il Signore ha forse detto: Non c’è sostanza. Difatti, quando assunse la natura del servo, egli si spinge fino all’estremo della povertà. Quali sono invece le sue ricchezze? Pur essendo in forma di Dio, non stimò una rapina l’essere alla pari con Dio 19. Queste sono le sue grandi e incomparabili ricchezze. E dove sta la sua povertà? Nel fatto che annientò se stesso prendendo la forma di schiavo, divenendo simile agli uomini e ritrovato nel sembiante come un uomo. Egli, poi, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte. Ecco perché può dire: Le acque sono entrate sino alla mia anima. Aggiungi, se puoi, qualcosa al fatto del morire. Che cosa vi potrai aggiungere? L’ignominia nella stessa morte. Per questo continua: E la morte di croce 20. Grande povertà! Ma da qui nasceranno grandi ricchezze. Egli toccò il fondo della miseria; ma da questa sua povertà sovrabbonderanno le nostre ricchezze. Quante ricchezze non dovrà egli possedere, se è in grado di arricchirci mediante la sua stessa povertà! Che cosa mai farà di noi, quando ci parteciperà le sue ricchezze, se tanto ci ha arricchiti con la sua povertà?

Le relazioni nell’unità della sostanza divina. Il male non è una sostanza.

5. Sono immerso nel fango dell’abisso, e non c’è sostanza. Il termine ” sostanza ” lo si potrebbe, veramente, intendere in un altro modo: cioè, la sostanza è quel che ci fa essere quello che siamo. È, questo, un concetto un po’ difficile a comprendersi, anche se si tratta di una cosa comune. Ma siccome il termine non viene usato abitualmente, esso ha bisogno di una certa delucidazione e spiegazione. Tuttavia, se starete attenti forse non dovremo sforzarci troppo. Si parla spesso dell’uomo, dell’animale, della terra, del cielo, del sole, della luna, del mare, dell’aria. Tutte queste cose sono sostanze, e lo sono in forza di quello che sono. Le nature stesse sono delle sostanze. Dio è una sostanza; infatti ciò che non è sostanza, è nulla. La sostanza dunque è una entità. Così anche nella fede cattolica, contro i veleni di certi eretici, ci siamo talmente consolidati che possiamo affermare: Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un’unica sostanza. Che significa: Sono un’unica sostanza? Faccio un esempio. Se il Padre è oro, anche il Figlio è oro, e oro è anche lo Spirito Santo. Qualunque cosa è il Padre in quanto Dio, tale cosa è il Figlio, tale è anche lo Spirito Santo. Quanto invece all’essere Padre, non lo è per ciò che lo fa essere: difatti è chiamato ” Padre ” non in rapporto a sé, ma in rapporto al Figlio, mentre in rapporto a se stesso è detto Dio. E in quanto è Dio, è sostanza. E poiché il Figlio è di quella stessa sostanza, senza dubbio anche il Figlio è Dio. Ma poiché ” Padre ” non è il nome della sostanza (lo si dice infatti così in riferimento al Figlio!), noi non diciamo che il Figlio è Padre, mentre diciamo che il Figlio è Dio. Chiedi che cosa sia il Padre? Ti si risponde: Dio. Chiedi che cosa sia il Figlio? Ti si risponde: Dio. Chiedi che cosa siano il Padre e il Figlio? Ti si risponde: Dio. Se ti interrogano del solo Padre, rispondi che è Dio; se ti interrogano del solo Figlio, rispondi che è Dio; se ti interrogano di ambedue, non rispondi che sono dèi, ma che sono Dio. Non così accade tra gli uomini. Se tu chiedi cosa sia il padre Abramo, ti si risponde: È un uomo. Ti si risponde, cioè, con il nome della sostanza. Se chiedi cosa sia suo figlio Isacco, ti si risponde: È un uomo. Cioè, Abramo e Isacco sono della stessa sostanza. Se poi chiedi che cosa siano Abramo ed Isacco, non ti si risponde che sono un uomo, ma che sono uomini. Nelle Persone divine non è così. È tanto grande la comunione in seno alla sostanza divina da ammettere l’uguaglianza escludendo ogni pluralità. Fa’ dunque il caso che uno venga a dirti: ” Se tu affermi che il Figlio è ciò che è il Padre, ne segue che il Figlio necessariamente dovrà essere anche Padre “. Ebbene, tu rispondi: ” Quanto alla sostanza, ti ho detto che ciò che è il Figlio è il Padre; ma non secondo la relazione fra l’uno e l’altro “. Per ciò che è in se stesso, il Figlio è detto Dio; in relazione al Padre, invece, è detto Figlio. Ugualmente il Padre: in se stesso è Dio, in relazione al Figlio è Padre. Ciò che è il Padre in relazione al Figlio non compete al Figlio e ciò che è il Figlio in relazione al Padre non compete al Padre. Per quel che riguarda invece il Padre in se stesso e il Figlio in se stesso, il Padre è ciò che è il Figlio, cioè Dio. Che significano dunque le parole: Non c’è sostanza? In qual modo potremo intendere il versetto del salmo: Sono immerso nel fango dell’abisso, e non c’è sostanza, secondo questa interpretazione della sostanza? Dio creò l’uomo, cioè creò una sostanza; e volesse il cielo che l’uomo fosse rimasto come Dio l’aveva creato! Se l’uomo fosse restato come Dio lo aveva fatto non si sarebbe immerso nel fango colui che Dio ha generato. Orbene non v’è dubbio che fu per sua colpa, se l’uomo decadde dalla sostanza nella quale era stato fatto: anche se in se stessa, la colpa (o iniquità) non è una sostanza. L’iniquità infatti non è una natura creata da Dio ma una perversione causata dall’uomo. Per rimediare a questa colpa, venne il Figlio di Dio nel fango dell’abisso e vi si immerse, anche se non fu immerso in una sostanza, perché fu immerso nella malizia degli uomini (che non è una sostanza). Sono immerso – dice – nel fango dell’abisso, e non c’è sostanza. Tutte le cose sono state fatte per mezzo suo e senza di lui nulla è stato fatto 21. Ogni natura è stata creata per sua opera, ma l’ingiustizia non è stata creata per mezzo di lui, perché l’ingiustizia non è cosa che si crei. Per mezzo di lui sono state fatte solo quelle sostanze che lo lodano. L’intera creazione, in atto di lodare Dio è ricordata dai tre fanciulli nella fornace; e dalle terrene alle celesti, o meglio dalle celesti alle terrene, giunge a Dio l’inno delle creature che lo lodano 22. Non perché tutte queste cose abbiano la percezione della lode che tributano, ma perché, se bene meditate dall’uomo, lo eccitano alla lode e il cuore che si riempie meditando sulle creature finisce col prorompere nell’inno al Creatore. Tutte le cose lodano sì Dio, ma quelle che Dio ha create. Avete mai notato, cantando quell’inno, se per caso anche l’avarizia sia invitata a lodare Dio? In esso loda Dio anche il serpente; ma l’avarizia non lo loda. Tutti i rettili sono nominati in quell’inno come in atto di lodare Dio. Sono menzionati i rettili, ma non vi sono menzionati i vizi. Questo perché le colpe vengono da noi, cioè dalla nostra volontà; ma le colpe non sono sostanze. Orbene, fu in queste colpe che si immerse il Signore quando affrontò la passione. Si sprofondò nelle colpe dei giudei, non nella sostanza degli uomini (che per suo mezzo è stata creata). Dice: Mi immersi nel fango dell’abisso e non c’è sostanza. In esso mi sono immerso e non ho trovato nulla che io avessi fatto.

6. Sono giunto nel profondo del mare e la tempesta mi ha sommerso. Siano rese grazie alla misericordia di colui che è venuto nel profondo del mare e si è degnato di farsi inghiottire dal mostro marino! Fortunatamente egli ne venne vomitato nel terzo giorno 23. Giunse nel profondo del mare: in quella profondità nella quale noi ci eravamo inabissati quando si fece quel triste naufragio. Egli stesso venne laggiù e la tempesta lo sommerse. Ivi subì l’assalto dei flutti, cioè degli uomini stessi; e subì le tempeste, cioè le grida di coloro che dicevano: Crocifiggilo, crocifiggilo! Mentre Pilato dichiarava: Non trovo in quest’uomo ragione alcuna per cui sia degno di essere ucciso, più forti echeggiavano le grida di quelli che dicevano: Crocifiggilo, crocifiggilo! 24 La tempesta raddoppiava di intensità, fino a sommergere colui che era venuto nel profondo del mare. E il Signore soccombeva per mano dei giudei di fronte a quei flutti cui non aveva ceduto quando camminava sopra le acque 25, e ai quali non solo non aveva ceduto lui, ma neppure aveva permesso a Pietro che vi cedesse. Sono giunto nel profondo del mare, e la tempesta mi ha sommerso.

Cristo non cessa di esortare alla conversione.

7. [v 4.] Mi sono stancato nel gridare; rauche sono divenute le mie fauci. Dove? Quando? Convinti che in questo salmo si descrive la passione del Signore, andiamo a consultare il Vangelo. Vi troveremo la storia della sua passione; vi leggeremo che le acque sono entrate fin nella sua anima, in quanto i popoli hanno prevalso su di lui fino a condannarlo a morte. Lo leggiamo e ci crediamo. Come pure sappiamo che egli fu sommerso dalla tempesta quando le trame ordite dai nemici per ucciderlo ottennero il successo sperato. Ma che egli si sia stancato di gridare e che siano divenute rauche le sue fauci, non soltanto non lo leggiamo, ma anzi leggiamo proprio il contrario. Egli, cioè, non rispondeva ad essi alcuna parola; e nel suo silenzio si adempiva quanto in un altro salmo è scritto: Sono divenuto come uomo che non ode e che nella sua bocca non ha di che rispondere 26. Come pure ciò che aveva profetizzato Isaia: Come pecora è trascinato al macello; e come agnello dinanzi al tosatore, così egli non ha aperto la sua bocca 27. Se è divenuto come uomo che non ode e se nella sua bocca non ha di che replicare, come si è stancato gridando, e come sono divenute rauche le sue fauci? O forse taceva proprio perché era rauco dal lungo ed inutile gridare? Conosciamo, è vero, il grido che emise dalla croce e l’abbiamo letto in un altro salmo: Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 28 Ma, quanto poté essere forte quel grido, oppure quanto mai sarà durato, per rendere rauche le sue fauci? A lungo però egli aveva gridato: Guai a voi scribi e farisei! 29 A lungo aveva gridato: Guai al mondo per gli scandali! 30 Ma, certamente, doveva aver gridato con voce rauca; e per questo non veniva compreso. Come osservarono a volte i giudei: Cosa mai dice costui? Dure sono queste parole: chi le può ascoltare? Noi non sappiamo cosa dica 31. Egli pronunciava tante parole; ma le sue fauci erano rauche. Rauche, naturalmente, per coloro che non volevano intendere la sua voce. Mi sono stancato nel gridare; rauche sono diventate le mie fauci.

La speranza e le sue prove.

8. I miei occhi sono venuti meno. Non hanno più speranza nel mio Dio. Ci guardi il cielo dal riferire queste parole alla persona del nostro capo! Lungi da noi pensare che si siano stancati di sperare in Dio gli occhi di colui nel quale per eccellenza risiedeva Dio, al fine di riconciliare con sé il mondo 32, e che, anzi, era lui stesso il Verbo fatto carne e dimorante in mezzo a noi 33: di modo che non soltanto Dio era in lui, ma egli era Dio in persona. Non può essere, dunque, questo il senso. Non sono venuti meno, cessando di sperare in Dio, gli occhi del nostro capo. I suoi occhi si sono stancati nel suo corpo, cioè nelle sue membra. Queste parole sono delle membra; sono voce del corpo, non del capo. Dove troveremo una tal voce in riferimento al suo corpo e alle sue membra? Che cosa dirò? Quale episodio, fra tanti, ricorderò? Quando subiva la passione, quando moriva, tutti i discepoli avevano perduta la speranza che egli fosse il Cristo. Gli Apostoli furono superati da un ladrone! Egli credette; loro vennero meno 34. Osserva le sue membra nella disperazione! Guarda quei due che egli incontra per via, uno dei quali si chiamava Cleofa. Si era dopo la resurrezione ed essi parlavano e parlavano, ma i loro occhi erano chiusi né potevano riconoscerlo. E come avrebbero potuto riconoscere con gli occhi colui lungi dal quale vacillavano con l’anima? Nei loro occhi era accaduto qualcosa di simile a ciò che era accaduto nei loro spiriti. Parlavano dunque tra loro, quando egli si pose ad interrogarli di che cosa parlassero. Gli risposero: Sei tu un pellegrino così estraneo a Gerusalemme? Non sai le cose che sono accadute? e come Gesù Nazzareno, potente nelle opere e nelle parole, sia stato ucciso dagli anziani e dai capi dei sacerdoti? Eppure, noi speravamo che egli avrebbe riscattato Israele 35. Avevano sperato, ora non speravano più. I loro occhi si erano stancati di sperare nel loro Dio. Ebbene, quando dice: I miei occhi sono venuti meno, stanchi di sperare nel mio Dio, egli trasferisce in se stesso gente di questa fatta. E una tale speranza egli ridonava, quando mostrava le sue cicatrici perché fossero toccate. Nel toccarle, Tommaso torna alla speranza che aveva perduta ed esclama: Signore mio e Dio mio! Erano venuti meno i tuoi occhi, né osavi sperare nel tuo Dio. Hai toccato le cicatrici e questo tuo Dio lo hai ritrovato. Hai toccato la forma del servo e vi hai riconosciuto il tuo Signore. A lui tuttavia il Signore diceva: Poiché hai visto, hai creduto. E preannunziando la nostra fede, con la voce della sua misericordia continuava: Beati coloro che non vedono e credono! 36 I miei occhi sono venuti meno; han perso la speranza nel mio Dio.

Cristo ha pagato debiti non suoi.

9. [v. 5.] Si sono moltiplicati più che i capelli del mio capo coloro che mi odiano senza ragione. Quanto si sono moltiplicati? Fino ad aggregarsi uno dei dodici 37. Si sono moltiplicati più che i capelli del mio capo coloro che mi odiano senza ragione. Paragona i suoi nemici ai capelli del suo capo. Va da sé che essi sarebbero stati rasi, quando lui sarebbe stato crocifisso sul luogo del Calvario. Accolgano le membra queste parole: imparino ad essere odiate senza motivo. Se infatti è necessario, o cristiano, che il mondo nutra odio per te, perché non fai in modo di essere odiato senza ragione, onde riconoscere la tua voce nel corpo del tuo Signore e in questo salmo che di lui profetizza? Ma come potrà essere che, senza motivo, il mondo nutra per te dell’odio? Ciò accadrà quando sarai preso in odio senza aver fatto del male ad alcuno. Questo è essere odiati senza un perché, cioè senza motivo. È poco che il mondo ti odi senza motivo: fa’ in modo che abbia a ripagarti col male per il bene da te fatto. Si sono rafforzati i miei nemici, che mi perseguitano ingiustamente. E come prima aveva detto: Si sono moltiplicati più che i capelli del mio capo, dice poi: Si sono rafforzati i miei nemici. E come prima aveva detto: Coloro che mi odiano senza motivo, così poi aggiunge: Coloro che mi perseguitano ingiustamente. Ciò che prima è senza motivo, poi è ingiustamente. È questa la voce dei martiri: martiri non per la pena che subiscono, ma per la causa per cui soffrono. Non è un motivo di gloria subire persecuzioni, essere tenuti prigionieri, essere flagellati o chiusi in carcere, essere proscritti o uccisi. Solo quando tutto questo si subisce per una causa buona, è una gloria. La gloria sta infatti nella bontà della causa, non nella durezza della pena. Infatti, quali che siano i supplizi dei martiri, forse che possono uguagliare i supplizi di tutti gli assassini, di tutti i sacrileghi, di tutti i criminali? E che? il mondo odia anche questi? Certamente. Essi sorpassano la norma della condotta tollerata dal mondo con l’enormità della loro malizia, e sono, in un certo modo, estranei alla stessa società degli uomini, sovvertendo anche la pace terrena. Essi subiscono molti tormenti, ma non senza ragione. Osserva infatti le parole di quel ladrone inchiodato alla croce insieme con il Signore. Da un lato della croce, uno dei ladroni insultava il Signore crocifisso e diceva: Se sei il Figlio di Dio, libera te stesso. Sentendo questo, l’altro malfattore gli diede sulla voce dicendo: Tu non temi Dio, nemmeno ora che subisci la sua stessa condanna? E noi giustamente la subiamo per le nostre colpe 38. Ecco, non pativa senza motivo; ma con la confessione si è vuotato del putridume ed è divenuto idoneo a nutrirsi del cibo del Signore. Si è liberato della sua iniquità, l’ha manifestata e non l’ha più. Ecco: ivi sono due ladroni, e con loro è anche il Signore. Essi sono crocifissi e lui pure è crocifisso. Il mondo odiava costoro, ma non senza ragione; Cristo invece era odiato senza motivo. Io ho pagato per quel che non avevo rubato. Ecco cosa significa ” senza ragione “. Non avevo rubato, eppure pagavo. Non avevo peccato e pagavo la pena del peccato. Perché soltanto lui fu così: egli veramente non aveva rubato niente. E non soltanto niente aveva rubato, ma per poter venire a noi si è privato anche di ciò che aveva senza averlo rubato. Infatti, non stimò una rapina essere alla pari con Dio, e tuttavia annientò se stesso prendendo la forma di servo 39. Non ha assolutamente rubato nulla. Chi, invece, ha rubato? Adamo. E chi ha rubato per primo? Colui che ha sedotto Adamo. In qual modo ha rubato il diavolo? Porrò il mio trono ad aquilone e sarò simile all’Altissimo 40. Usurpò per sé ciò che non aveva ricevuto: ecco la rapina. Il diavolo usurpò per sé ciò che non aveva ricevuto, e perse ciò che aveva ricevuto; e dal calice stesso della sua superbia diede da bere a colui che voleva sedurre. Gustate – disse – e sarete come dèi 41. Vollero rubare la divinità e persero la felicità. Egli dunque aveva rubato, e per questo dovette rimborsare. Ma io, dice, ho soddisfatto per quel che non ho rubato. Il Signore stesso, nell’approssimarsi della passione, così dice nel Vangelo: Ecco, viene il principe di questo mondo (cioè il diavolo), ma in me non troverà niente; cioè, non troverà motivo per uccidermi. Ma affinché tutti sappiano che io faccio la volontà del Padre mio, alzatevi e andiamo! 42. E andò alla passione, a soddisfare per quello che egli non aveva rubato. Che significano le parole: In me non troverà niente? Non troverà alcuna colpa. Forse che il diavolo ha perduto qualcosa di casa sua? Lo ricerchi presso i ladri; presso di me non troverà nulla. In rapporto al peccato dice di non aver rubato niente, di non aver usurpato nulla che non fosse suo: questo infatti sarebbe stato rapina ed iniquità. Cristo invece non sottrasse al diavolo se non le anime che egli aveva rubate. Diceva in proposito il Signore: Nessuno entra nella casa del forte e porta via i suoi vasi senza aver prima incatenato il forte 43. Egli incatenò il forte e portò via i suoi vasi, ma questo non era un furto. Lo dice anche a te: ” Questi vasi si erano perduti dalla mia grande casa. Io quindi non ho compiuto un furto; ho solo ripreso ciò che mi era stato rubato “.

Sapienza e stoltezza di Dio.

10. [v 6.] Dio, tu hai conosciuto la mia stoltezza. Di nuovo parla a nome del corpo. Vi può essere infatti stoltezza in Cristo? Non è forse lui la virtù di Dio e la sapienza di Dio? Oppure chiama sua stoltezza quella della quale l’Apostolo afferma: La follia di Dio è più sapiente degli uomini 44. La mia stoltezza: cioè l’essere stato schernito da coloro che si credevano di essere sapienti. Tu sapevi perché ciò accadesse: Tu hai conosciuto la mia stoltezza. Che cosa somiglia di più alla stoltezza di questo: avere la possibilità e la forza di far stramazzare in terra con una sola parola i propri persecutori e invece lasciarsi prendere, flagellare, coprire di sputi, schiaffeggiare, coronare di spine, inchiodare a un legno? Tutto questo rasenta i limiti della stoltezza, sembra follia; ma questa follia supera ogni sapienza. È indubbiamente pazzesco; ma anche buttare nella terra il grano, se uno non conosce l’arte dell’agricoltura, potrebbe sembrare una pazzia. Era stato mietuto con grande fatica, lo si era trasportato sull’aia, era stato battuto e vagliato. Si erano superati tanti pericoli delle stagioni e tante tempeste. Si era lavorato tanto da parte dei contadini; e con tanta premura i padroni si erano dati da fare affinché il frumento, ben pulito, venisse riposto nel granaio. Eppure, viene l’inverno e ciò che era stato così ben ripulito e sistemato viene tratto fuori e gettato per terra. Sembrerebbe una pazzia. E se non è pazzia, lo si deve alla speranza. Egli dunque non risparmiò se stesso e nemmeno il Padre lo risparmiò, ma per noi tutti lo diede 45. E di lui dice l’Apostolo: Mi ha amato e ha dato se stesso per me 46. Difatti, se il chicco non cade in terra e non muore, non dà frutto 47. Ecco la stoltezza! Tu la conosci. E se anche i nemici l’avessero conosciuta, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria 48. O Dio, tu hai conosciuto la mia stoltezza; e le mie colpe non ti sono nascoste. È chiaro, evidente, manifesto, che tutto questo è stato detto a nome del corpo. Cristo non commise alcuna colpa; si caricò delle colpe, ma non le commise. E le mie colpe non ti sono nascoste. Vuol dire: ti ho confessato tutte le mie colpe; e prima che aprissi bocca tu le hai viste nel mio pensiero, hai visto le ferite che dovevi sanare. Ma dove? Certamente nel corpo, nelle membra: in quei fedeli che gli erano uniti come membra, fra i quali si annoverava quel tale che confessando a Dio i suoi peccati diceva: E le mie colpe non ti sono nascoste.

La preghiera del corpo di Cristo tra le persecuzioni e gli scandali.

11. [v 7.] Non arrossiscano per me coloro che sperano in te, Signore, Signore degli eserciti. È di nuovo la voce del capo: Non arrossiscano per me! Non si dica loro: Dov’è colui del quale vi eravate fidati? Non si dica loro: Dov’è colui che vi diceva: Credete in Dio, e credete in me 49? Non arrossiscano per me coloro che sperano in te, Signore, Signore degli eserciti. Non siano confusi per me coloro che ti cercano, o Dio d’Israele. Queste parole possono essere intese anche come dette dal corpo: a patto però che tu non consideri questo suo corpo come costituito da un uomo solo. Un uomo solo infatti non è tutto il corpo di Cristo, ma soltanto un piccolo membro; il corpo consta di tutte le membra. Il suo corpo totale è la Chiesa tutta intera. Orbene, questa Chiesa può molto convenientemente dire: Non arrossiscano per causa mia coloro che sperano in te, Signore, Signore degli eserciti. Fa’ sì che io non sia a tal segno tormentata dai persecutori che si levano contro di me, né calpestata dai nemici invidiosi o dagli eretici che, usciti dalla mia compagine, ora mi abbaiano contro. Uscirono perché non erano miei; poiché, se fossero stati miei forse sarebbero rimasti con me 50. Fa’ sì che io non sia oppressa dai loro scandali fino al punto da far arrossire, per causa mia, coloro che sperano in te, Signore, Signore degli eserciti. Non rimangano confusi di me coloro che ti cercano, Dio d’Israele.

Santa sfrontatezza del seguace di Cristo.

12. [v 8.] Per te ho sopportato l’ignominia; la sfrontatezza ha coperto la mia faccia. Conta poco dire: Io ho sopportato; quel che vale è l’aver sopportato per te. Se sopporti una pena perché hai peccato, per colpa tua la sopporti, non a gloria di Dio. Quale gloria avete, dice Pietro, se siete puniti e soffrite come peccatori? 51 Ma se sopporti una molestia per aver osservato il comandamento di Dio, la sopporti veramente per Iddio; e per questo la tua ricompensa resterà in eterno. Non diversamente egli stesso volle sopportare per primo le umiliazioni perché anche noi imparassimo a sopportarle. E se le ha sopportate lui (che non aveva di che essere accusato), quanto più dovremo sopportarle noi che, quand’anche non avessimo il peccato di cui il nemico ci accusa, siamo non di meno rei di qualche altra colpa per cui meritiamo un giusto castigo! Uno ti accusa di essere ladro; tu invece ladro non sei. È un insulto che ti si fa; tuttavia, anche se non sei ladro, non sei tale da non aver nulla che non dispiaccia a Dio. Colui che non aveva rubato niente, che con estrema verità aveva detto: Ecco, viene il principe di questo mondo e in me non troverà niente 52, fu chiamato peccatore e ingiusto 53, fu accusato di essere Beelzebub 54 e proclamato folle; e tu, servo, gravato di tante colpe, sdegnerai di accettare quegli insulti che il Signore accettò, pur non avendo colpe? Egli venne per darti l’esempio. Come se egli avesse sofferto senza un motivo, tu non ne trai alcun profitto! E perché mai avrà lui ascoltato le accuse, se non perché tu non venga meno mentre le ascolti? Ecco: tu le ascolti e vieni meno. Invano allora egli le ha ascoltate: poiché non per sé, ma per te le ha ascoltate. Difatti, per te ho sopportato l’ignominia, la sfrontatezza ha coperto la mia faccia. Dice: La sfrontatezza ha coperto la mia faccia. Che cosa è la sfrontatezza? Essa consiste nel non vergognarsi. È infatti quasi, una colpa sentirci dire: quest’uomo è uno sfrontato. Nobile sfrontatezza per un uomo, non vergognarsi di Cristo. ” Sfrontatezza ” pertanto equivale, su per giù, a ” impudenza “. È necessario che il cristiano abbia questa sfrontatezza, quando si trova in mezzo agli uomini ai quali Cristo non è gradito. Se si vergognerà di Cristo sarà cancellato dal libro dei viventi. È necessario dunque che tu abbia questa sfrontatezza quando sei insultato a causa di Cristo. Così, quando ti viene detto: “Adoratore del crocifisso, adoratore di uno che è morto ignominiosamente, tu che veneri uno che fu giustiziato! ” Se arrossirai, sei morto. Presta attenzione alle parole di colui che non inganna nessuno: Chi si vergognerà di me al cospetto degli uomini, io mi vergognerò di lui al cospetto degli angeli di Dio 55. Sta’ dunque bene attento! Sia in te la sfrontatezza! Sii audace quando sopporti la vergogna in nome di Cristo; sii senz’altro audace! Che cosa temi per la tua fronte quando l’hai munita con il segno della croce? Questo significano dunque le parole: Per te ho sopportato l’ignominia, la sfrontatezza ha coperto la mia faccia. Per te ho sopportato l’ignominia. E perché non mi sono vergognato di te quando mi insultavano per causa tua, la sfrontatezza ha coperto la mia faccia.

Cristo misconosciuto dai suoi.

13. [vv 9.10.] Sono divenuto straniero per i miei fratelli e ospite per i figli della madre mia. È divenuto ospite per i figli della sinagoga. Nella sua patria si diceva di lui: Non sappiamo forse noi che egli è il figlio di Maria e di Giuseppe? 56 E altrove: Ma noi non sappiamo donde sia costui! 57 Ebbene, sono divenuto ospite per i figli della madre mia. Non sapevano donde io fossi; eppure la mia carne era della loro stirpe. Non sapevano che ero nato dalla stirpe di Abramo e che la mia carne era celata in lui già quando il servo, ponendo la mano sotto il suo fianco, giurò per il Dio del cielo 58. Sono divenuto ospite per i figli della madre mia. Perché? Perché non lo riconobbero? Perché lo chiamarono straniero? Perché osarono dire: Non sappiamo donde sia? Perché lo zelo per la tua casa mi divora. Cioè, perché ho perseguitato in loro le loro ingiustizie; perché non ho loro usato indulgenza quando li rimproveravo; perché ho cercato la tua gloria nella tua casa; perché ho flagellato nel tempio coloro che si comportavano male 59, realizzando proprio la predizione che: Lo zelo per la tua casa mi divora. Per questo sono straniero, per questo sono ospite; per questo essi dicono: Non sappiamo donde sia. Riconoscerebbero donde sono se conoscessero i tuoi comandamenti! E, quanto a me, se li avessi trovati obbedienti a questi tuoi comandamenti, lo zelo per la tua casa non mi avrebbe divorato. E gli oltraggi dei tuoi oltraggiatori sono ricaduti su di me. Di questa testimonianza si serve anche l’apostolo Paolo (poco fa abbiamo letto le sue parole), dicendo: Qualunque cosa è stata scritta antecedentemente, è stata scritta perché noi impariamo, in modo che abbiamo la speranza attraverso la consolazione delle Scritture 60. Lì egli dice che sono di Cristo queste parole: Gli oltraggi dei tuoi oltraggiatori sono ricaduti su di me. Perché dei tuoi? Forse che si può oltraggiare il Padre senza oltraggiare Cristo stesso? Perché gli oltraggi dei tuoi oltraggiatori sono ricaduti su di me? Perché chi conosce me conosce anche il Padre 61; e nessuno oltraggia Cristo senza oltraggiare Dio: come nessuno onora il Padre, se non onora anche il Figlio 62. Gli oltraggi dei tuoi oltraggiatori sono ricaduti su di me perché costoro hanno incontrato me.

Sete e digiuno di Cristo.

14. [v 11.] Ho macerato nel digiuno la mia anima e mi si è volto in vergogna. Già in un altro salmo abbiamo illustrato alla vostra Carità il senso spirituale del digiuno di Cristo. Egli digiunava quando vennero meno tutti coloro che credevano in lui: difatti egli è affamato di gente che creda in lui. E tale era anche la sua sete, quando disse alla donna: Ho sete, dammi da bere 63. Aveva cioè sete della fede di lei. E quando disse dalla croce: Ho sete 64, cercava la fede di coloro per i quali aveva detto: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 65. Ma che cosa porsero quegli uomini all’assetato? Aceto. E l’aceto indica anche un [vino divenuto] vecchio. Rifiutandosi di diventare uomini nuovi, non potevano evidentemente offrirgli se non ciò che avevano di vecchio. Ma perché non volevano rinnovarsi? Perché non rientravano nel titolo di questo salmo, ove sta scritto: Per coloro che saranno mutati. Eccomi, dunque! Io ho macerato nel digiuno la mia anima. Respinge anche il fiele che gli porgono: preferisce digiunare piuttosto che accettare l’amarezza. Non entrano infatti nel suo corpo coloro che lo provocano all’ira e dei quali, in un altro passo del salmo, è detto: I provocatori non siano esaltati in se stessi 66. Dunque, ho macerato nel digiuno la mia anima, e mi si è volto in vergogna. Mi si è cambiato in vergogna il fatto stesso di non aver ceduto a loro, cioè l’essere rimasto digiuno di loro. Chi non cede a coloro che lo spingono al male rimane digiuno nei loro riguardi e per questo digiuno si busca degli insulti: cioè viene vilipeso perché non consente al male.

Cristo deriso.

15. [v 12.] E ho preso per mia veste un sacco. Del sacco e del motivo per cui lo indossa già abbiamo detto qualcosa. Ma io, diceva, quando mi molestavano mi rivestivo di cilicio e umiliavo nel digiuno la mia anima 67. Ho preso per mia veste un sacco. Vuol dire: Celando la mia divinità 68, io offrivo loro la mia carne affinché si sfogassero contro di essa. La chiama sacco perché era una carne mortale: tanto che attraverso la carne fu in grado di condannare il peccato mediante la carne 69. E ho preso per mia veste un sacco e sono divenuto per loro una parabola: cioè, motivo di scherno. Si ha la parabola quando si prende un tizio come esempio e se ne dice male. Così quando si dice: ” Vada a finir male come quello “, quel tale fa da parabola, cioè da paragone o da modello di maledizione. Sono divenuto per loro una parabola.

16. [v 13.] Mi insultavano coloro che sedevano sulla porta. Sulla porta non vuol dir altro che ” in pubblico “. E contro di me cantavano coloro che bevevano vino. Credete, fratelli, che questo sia capitato soltanto a Cristo? Ogni giorno gli capita nelle sue membra. Quando un servo di Dio si vede costretto ad opporsi all’ubriachezza e alle orge dilaganti in qualche contrada o paese dove non è ancora ascoltata la parola di Dio, non solo cantano, ma per di più cominciano a cantare contro colui che vieta loro di cantare. Mettete ora a confronto il digiuno di lui e il vino di costoro! E contro di me cantavano coloro che bevevano vino: il vino dell’errore, il vino dell’empietà, il vino della superbia.

Le vie del Signore sono misericordia e verità.

17. [v 14.] Ma io davanti a te con la mia preghiera, Signore. Io stavo dinanzi a te. In qual modo? Pregando. Quando sei colpito da maledizioni e non sai che cosa fare; quando sei coperto di insulti e non hai modo di correggere colui dal quale sei dileggiato, non ti resta altro che pregare. Ma ricordati di pregare anche per lui. Ma io davanti a te con la mia preghiera, Signore. È tempo di grazia, o Dio. Ecco, il chicco di grano viene seppellito; il frutto verrà. È tempo di grazia, o Dio. Di questo tempo hanno parlato anche i profeti, come ricorda l’Apostolo: Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza 70. È tempo di grazia, o Dio. Nella moltitudine della tua misericordia. Ecco perché è tempo di grazia! Per la moltitudine della tua misericordia. Se non ci fosse la moltitudine della tua misericordia, che cosa faremmo noi col cumulo delle nostre iniquità? Nella moltitudine della tua misericordia. Esaudiscimi nella verità della tua salvezza. Aveva detto: Della tua misericordia, e qui aggiunge anche ” la verità “, perché tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 71. Perché misericordia? Perché rimette i peccati. Perché verità? Perché mantiene le promesse. Esaudiscimi nella verità della tua salvezza.

Tentazione e consenso.

18. [v 15.] Salvami dal fango perché non vi rimanga appiccicato. Dal fango di cui prima aveva detto: Sono immerso nel fango dell’abisso e non c’è sostanza 72. E allora, dato che avete ben compresa la precedente spiegazione non rimane, a questo riguardo, materia da dilucidarvi. Dice che deve essere liberato dal fango in cui prima diceva di essere immerso. Salvami dal fango perché non vi rimanga appiccicato. E aggiunge: Sia liberato da coloro che mi odiano. Essi sono dunque il fango in cui ero immerso. Ma questo senso viene, forse, solo suggerito. Poco prima aveva detto: Sono immerso; ora dice: Salvami dal fango perché non vi rimanga appiccicato. Stando alle parole precedenti, avrebbe dovuto dire: “Salvami dal fango in cui sono immerso, liberandomi, non impedendo solamente che io mi attacchi ad esso “. Era dunque immerso con la carne, non con lo spirito; e si esprime così riferendosi alla debolezza delle sue membra. Quando cadi nella rete di uno che ti spinge a commettere l’iniquità, il tuo corpo è, sì, prigioniero (cioè, con il corpo sei immerso nel fango dell’abisso), ma finché non cedi al persecutore non sei incollato al fango. Se, invece, cedi, ci rimani attaccato. Prega dunque affinché la tua anima non sia imprigionata come lo è il tuo corpo. Sii libero, pur nelle catene. Sia io liberato da coloro che mi odiano e dal profondo delle acque.

Confessare il peccato, non scusarlo.

19. [v 16.] Non mi sommerga la tempesta delle acque. Eppure vi era già sommerso. Non lo dicevi tu stesso? Sono giunto nel profondo del mare! E non aggiungevi: E la tempesta mi ha sommerso 73? Ti ha sommerso nella carne: non ti sommerga nello spirito! È un richiamo per coloro ai quali è detto: Se sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra 74. È a costoro che si rivolge l’invito di non lasciarsi imprigionare né quanto al corpo né quanto allo spirito. Difatti anche il solo lasciarsi invischiare materialmente non è cosa da desiderarsi ma, per quanto possiamo, da evitarsi. Tuttavia, se per un qualche attacco verremo a trovarci in mezzo ai peccatori, ormai materialmente siamo impegolati e siamo anche immersi nel fango dell’abisso. Allora all’anima non rimane che pregare affinché non vi resti appiccicata, cioè che non consentiamo al male. Che almeno non ci sommerga la tempesta delle acque sicché noi sprofondiamo nell’abisso di fango. E non mi inghiotta l’abisso, né chiuda su di me il pozzo la sua bocca. Che significa questo, fratelli? Che cosa domanda? È un gran pozzo l’abisso dell’iniquità umana: chiunque vi cade, cade in un abisso. Tuttavia, se chi vi è caduto confessa i peccati al suo Dio, allora il pozzo non chiuderà sopra di lui la sua bocca. Come sta scritto in un altro salmo: Dall’abisso ho gridato a te, Signore; Signore, ascolta la mia voce 75. Ma se in lui si avvera ciò che dice un altro passo della Scrittura, e cioè: Il peccatore, quando sarà nell’abisso del male, disprezzerà 76, su di lui il pozzo ha chiuso la sua bocca. In che senso ” ha chiuso la sua bocca “? Ha tappato, cioè, la bocca di lui. Il peccatore ricusa di confessare la propria colpevolezza: egli è allora veramente morto, e in lui si è compiuto ciò che altrove è detto: Nel morto, che è come chi non esiste, viene meno la confessione 77. Fratelli, dobbiamo temere moltissimo questa sciagura. Se vedrai un uomo commettere un peccato, consideralo come immerso nel pozzo e fagli presente la sua colpevolezza. Se egli ti dirà: ” Ho peccato, veramente, lo confesso “, allora il pozzo non ha chiuso su di lui la sua bocca. Se invece te lo senti rispondere: ” Che male ho fatto? “, egli si fa difensore del suo peccato e allora il pozzo ha chiuso su di lui la sua bocca. Egli non ha più modo di esserne tirato fuori. Mancandogli il rimedio della confessione, non avrà più alcuna via alla misericordia. Se tu ti fai difensore del tuo peccato, in qual modo Dio potrà liberartene? Se dunque vuoi che egli sia il tuo liberatore, sii tu il tuo accusatore.

SULLO STESSO SALMO 68/69

ESPOSIZIONE

DISCORSO 2

La misericordia divina.

1. [vv 17.18.] Avevamo rimandato ad oggi la spiegazione della seconda parte del salmo di cui ieri abbiamo parlato alla vostra Carità; e vedo che è tempo ormai di pagare il debito, purché la sua lunghezza non ci lasci anche oggi debitori. Premetto questo e vi prego di non aspettarvi un lungo discorso sulle cose che sono chiare. Potremo così dedicare maggior tempo ai punti più oscuri e forse soddisfare completamente il nostro debito, in modo che nei prossimi giorni ci sia dato pagare altri ulteriori debiti. Vediamo dunque le parole che seguono. Aveva detto il salmista: Non chiuda sopra di me il pozzo la sua bocca, e di questa frase abbiamo parlato ieri alla vostra Carità. Stiamo bene attenti, con tutte le energie del nostro animo e con la fede dell’amore, affinché questa maledizione non piombi su di noi! Perché allora il pozzo (cioè l’abisso delle colpe) chiude la sua bocca sull’uomo, quando questi non soltanto giace immerso nei suoi peccati ma anche ricusa lo scampo della confessione. Finché infatti l’uomo dice: ” Io sono peccatore “, un raggio di luce illumina ancora la profondità del pozzo. Continuiamo, adesso, l’ascolto di ciò che nel dolore dice il Signore nostro Gesù Cristo, capo e corpo. Come vi abbiamo spiegato, in certi passi dovete riconoscere la voce del capo; che se invece le parole pronunziate non possono essere attribuite al capo, riferitele al corpo. Infatti uno solo è il Cristo, e come tale anche parla: poiché è veramente uno colui del quale è detto: Saranno due in una sola carne 1. E se i due sono una sola carne, perché ti stupisci che siano anche una sola voce? Continua dunque [il salmo]: Esaudiscimi, o Signore, perché dolce è la tua misericordia. Spiega la causa per la quale debba essere esaudito: perché dolce è la misericordia di Dio. Ma non sarebbe stato più logico dire: Esaudiscimi, Signore, affinché sia dolce per me la tua misericordia? Per qual motivo dice: Esaudiscimi, Signore, perché dolce è la tua misericordia? Ha già sottolineato con altre parole la dolcezza della misericordia del Signore quando, in mezzo alla tribolazione, diceva: Esaudiscimi, Signore, perché soffro. E veramente, dicendo: Esaudiscimi, Signore, perché soffro, spiega la causa per la quale implora d’essere esaudito. Ma all’uomo che giace in mezzo alla tribolazione non può non apparire dolce la misericordia di Dio. Di questa dolcezza della misericordia di Dio notate cosa dica altrove la Scrittura: Come la pioggia nella siccità, così magnifica è la misericordia di Dio nella tribolazione 2. Là diceva magnifica; qui dice dolce. Lo stesso pane non sarebbe dolce se non fosse preceduto dalla fame. Dunque, quando il Signore permette o fa sì che noi ci troviamo nella tribolazione, anche allora è misericordioso. Non ci nega il nutrimento ma ne accende il desiderio. Per qual motivo dunque dice ora: Esaudiscimi, Signore, perché dolce è la tua misericordia? Esaudiscimi senza più rimandare: mi trovo in una tribolazione tanto grande che è dolce per me la tua misericordia. Per questo tu differivi il tuo aiuto: perché mi fosse dolce. Ebbene, ormai non c’è più da rimandare: la mia tribolazione è giunta all’estremo; la misura del patire è colma. Venga dunque la tua misericordia per beneficarmi. Esaudiscimi, Signore, perché dolce è la tua misericordia. Secondo la moltitudine delle tue misericordie guarda verso di me, non secondo la moltitudine dei miei peccati.

2. [v 18.] Non distogliere il tuo volto dal tuo ragazzo. È una nuova lode dell’umiltà. Dal tuo ragazzo, cioè dal tuo piccolo; e tale sono io, perché ormai, attraverso la lezione della sofferenza, mi sono sbarazzato della superbia. Non distogliere il tuo volto dal tuo ragazzo! Questa è la stupenda misericordia di Dio della quale prima ha parlato. Infatti nel verso seguente spiega quanto ha detto: Perché soffro, ascoltami prontamente. Che significa: Prontamente? Che non c’è più ragione di rimandare. Io soffro – dice – e la mia sofferenza già mi opprime; non tardi a venire la tua misericordia.

Liberazione occulta e liberazione manifesta.

3. [v 19.] Guarda l’anima mia e riscattala. Non c’è bisogno di spiegazione! Vediamo quanto segue: A cagione dei miei nemici, liberami. Questa petizione è certamente sorprendente, e non possiamo né esporla in poche parole né sbrigarla alla meglio. Tanto è sorprendente. A cagione dei miei nemici, liberami. Che cosa significano le parole: Liberami a cagione dei miei nemici? Che i nemici siano confusi e tormentati dalla mia liberazione. Ma come? Se non ci fosse alcuno che dalla mia liberazione sia tormentato, il Signore non avrebbe dovuto soccorrermi? E sarebbe mai vero che allora soltanto ti muovi a liberare, quando alla liberazione dell’uno corrisponde la condanna di un altro? Ecco, non ci sono nemici che debbano essere confusi o tormentati per la tua liberazione; dovrai in tal caso restare per sempre come sei e non essere liberato? Oppure sarai liberato solo quando la tua liberazione sarà efficace per i tuoi nemici nel senso che mediante la tua liberazione anche loro abbiano a convertirsi? Ma anche questo sarebbe strano, come cioè un tal risultato possa influire sulla sua richiesta. Che forse il servo di Dio viene liberato dal Signore suo Dio affinché ne profittino gli altri? E se non ci fosse alcuno che ne profittasse, quel servo di Dio non dovrebbe dunque essere liberato? Da qualsiasi parte mi volgo, sia alla punizione sia alla liberazione dei nemici, non vedo come possa giustificarsi il motivo di questa richiesta: A cagione dei miei nemici, liberami. A meno che non intendiamo qualche altra cosa che voglio ora esporvi con l’aiuto del Signore. Del suo valore giudicherà, nel vostro intimo, colui che vi abita. C’è una liberazione dei santi che rimane occulta e si compie a loro esclusivo vantaggio. E poi c’è una liberazione pubblica e manifesta la quale si compie a cagione dei loro nemici, per punirli o per liberarli. Dio, ad esempio, non liberò dai tormenti del persecutore i fratelli Maccabei. Antioco, per incrudelire contro di loro, si servì anche della loro madre: con le moine di lei si riprometteva di riaccendere in essi l’amore per la vita, sicché, preferendo di vivere per gli uomini, morissero per Iddio. Ma quella madre (che non era davvero simile a Eva ma alla madre Chiesa), dopo averli partoriti nel dolore, pur di vederli vivi nell’eternità, con gioia li vide morire. Li esortò quindi a scegliere la morte per le paterne leggi del Signore loro Dio piuttosto che vivere in contrasto con tali leggi. Crederemo forse, fratelli, che essi non siano stati liberati? Ma la loro liberazione fu occulta: tanto che allo stesso Antioco, dal quale furono uccisi, sembrò d’avere sfogato contro di loro tutto quello che gli aveva dettato l’impulso della sua crudeltà 3. Quanto invece ai tre fanciulli, essi furono liberati apertamente dalla fornace di fuoco 4: anche il loro corpo fu liberato e la loro salvezza fu manifesta. Quelli furono coronati in segreto, questi liberati manifestamente; ma tutti quanti furono salvati. Quale fu il frutto della liberazione dei tre fanciulli? Perché la loro coronazione fu rinviata? Nabucodonosor stesso si convertì al loro Dio e, dopo averlo disprezzato gettando i servi di lui nella fornace, poi lo glorificò per la loro liberazione. C’è dunque una liberazione nascosta e una liberazione manifesta. La liberazione nascosta è quella dell’anima; la liberazione manifesta riguarda anche il corpo. L’anima è liberata in segreto, il corpo lo si libererà agli occhi di tutti. Se così è, riconosciamo in questo salmo le parole del Signore. Alla liberazione nascosta si riferisce quanto prima aveva detto: Guarda l’anima mia e riscattala. Doveva seguire anche la liberazione del corpo; e questa avvenne quando, dopo la sua resurrezione e ascensione al cielo, inviò dall’alto lo Spirito Santo 5, e si convertirono alla fede in lui coloro che l’avevano sottoposto a tormenti fino ad ucciderlo, e da nemici divennero amici. Ad opera della sua grazia, non per mezzo della loro giustizia. Per questo continua: A cagione dei miei nemici, liberami. “Guarda l’anima mia” si riferisce all’intervento segreto. A cagione invece dei miei nemici, libera anche il mio corpo. Nessun giovamento infatti avranno i miei nemici se tu libererai soltanto l’anima; crederanno di aver ottenuto dei successi, di esser riusciti nelle loro imprese a mio danno. Quale utilità ci sarà allora nel mio sangue, se io precipito nella corruzione? 6 Dunque, guarda l’anima mia e riscattala! Una cosa, questa, che tu solo conosci. Ma poi, a cagione dei miei nemici, liberami: la mia carne non conosca la corruzione.

Vari gradi di fortezza cristiana.

4. [vv 20.21.] Perché tu conosci il mio oltraggio e la mia confusione e la mia vergogna. Che cos’è l’oltraggio? Che cosa è la confusione? Che cosa è la vergogna? L’oltraggio è l’offesa che il nemico mi scaglia contro. La confusione è un sentimento che provoca i rimorsi della coscienza. La vergogna è invece quel sentimento che fa arrossire la fronte dell’uomo smaliziato anche dinanzi ad un’accusa falsa. Nel caso, ad esempio, in cui la colpa non esiste, oppure, anche se colpa c’è, non è di colui al quale viene imputata, capita che la debolezza dell’animo umano provi vergogna pur essendo falsa l’accusa. Arrossisce non per la colpa che gli è rinfacciata, ma perché l’accusa è creduta. Tutte e tre le cose avvengono nel corpo del Signore. Non poteva infatti esservi confusione in colui nel quale non c’era alcuna colpa. Ai cristiani invece era rinfacciato come colpa il fatto stesso d’essere cristiani. In realtà una tale accusa era certamente una gloria; e gli spiriti forti la ricevevano volentieri e senza arrossire minimamente del nome del Signore. Una santa sfrontatezza aveva infatti coperto la loro faccia, avendo essi acquistato la franchezza e il coraggio di Paolo che diceva: Non arrossisco del Vangelo, perché esso è la forza di Dio per la salvezza di ogni credente 7. O Paolo, non sei tu forse adoratore del Crocifisso? È poco, egli risponde, che io non arrossisca del Signore; anzi, ciò di cui il nemico crede io debba arrossire, costituisce l’unica mia gloria. Perché lungi da me il gloriarmi, se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo, per opera del quale il mondo è stato crocifisso per me, e io per il mondo 8. Contro una tale fronte si poteva quindi soltanto scagliare insulti. Essendo la sua coscienza già risanata, non poteva essere toccata dalla confusione, come non poteva esservi paura in una fronte tanto libera. Quando invece un giorno si andò a rinfacciare ad alcuni l’uccisione di Cristo, questi tali si sentirono effettivamente toccati nella loro cattiva coscienza: provarono una confusione salutare e si convertirono, sì da poter dire: Tu hai conosciuto la mia confusione. Ebbene tu, Signore, hai conosciuto non soltanto il mio oltraggio ma anche la mia confusione. E in certuni conosci ancora la vergogna: son coloro i quali, sebbene credano in te, tuttavia si vergognano di confessare pubblicamente la loro fede al cospetto degli empi. In loro esercita più forza la lingua umana che non la promessa divina. Notate dunque costoro, e raccomandateli a Dio, non perché li lasci come sono ma perché, aiutandoli, li porti a perfezione. Diceva infatti uno che insieme credeva ed esitava: Credo, Signore; aiuta la mia incredulità 9. Al tuo cospetto sono tutti coloro che mi fanno soffrire. Tu sai perché in me c’è l’oltraggio; tu sai perché c’è la confusione e perché c’è la vergogna. Liberami dunque a motivo dei nemici, poiché, se tu conosci questi miei sentimenti, essi non li conoscono; e per questo motivo, cioè perché sono al tuo cospetto, coloro che non conoscono tali sentimenti non potranno essere né confusi né corretti se tu non mi libererai manifestamente a cagione dei mici nemici.

La solitudine di Cristo sofferente.

5. [v 21.] Il mio cuore si aspettò l’oltraggio e la miseria. Che significano le parole: Si aspettò? Egli aveva previsto le cose che sarebbero accadute nel futuro, e le aveva anche predette. Non per altro motivo venne infatti sulla terra. Se non avesse voluto morire, non sarebbe nemmeno dovuto nascere: egli invece nacque e morì, ma in vista della resurrezione. Due momenti della vita umana ci erano noti; il terzo invece ci era sconosciuto. Sapevamo che gli uomini nascono e muoiono; non sapevamo che risorgono per vivere in eterno. Per mostrarci ciò che non conoscevamo, egli volle attraversare anche le due fasi della vita che conoscevamo. Per questo è venuto. Il mio cuore si aspettò l’oltraggio e la miseria. Ma la miseria di chi? Aspettò infatti la miseria, ma piuttosto quella di coloro che lo crocifiggevano e lo perseguitavano: in modo che in essi fosse la miseria e in lui la misericordia. Commiserando la miseria di costoro ebbe a dire, mentre era inchiodato alla croce: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 10. Il mio cuore si aspettò l’oltraggio e la miseria; e attesi chi insieme con me si rattristasse, e non ce ne fu. Che cosa servì l’aver tanto aspettato? Cioè, a che cosa servì l’aver predetto che io sarei venuto? Si è realizzato in pieno quanto avevo predetto: Ho atteso chi insieme con me si rattristasse e non ce ne fu; chi mi consolasse e non l’ho trovato. Cioè, non ce n’è stato alcuno. Quanto dice nel precedente versetto: Ho aspettato chi insieme con me si rattristasse, ripete nel successivo: E chi mi consolasse. E quanto esprime nel precedente versetto con le parole: E non ci fu, ripete nel seguente dicendo: E non l’ho trovato. Non aggiunge quindi cose nuove: è la ripetizione della sentenza precedente. Se però volessimo considerare più a fondo questa espressione, potremmo imbatterci in non pochi problemi. Non si rattristarono forse i suoi discepoli quando egli fu condotto alla passione, quando fu inchiodato alla croce e quando morì? Tanto si rattristarono che, quando Maria Maddalena (che per prima lo aveva veduto) corse lieta ad annunziare la sua visione, li trovò che piangevano 11. Ce lo dice il Vangelo. Non è una nostra idea, non è una nostra supposizione. Sappiamo che i discepoli si addolorarono, sappiamo che piansero. E piansero anche delle donne estranee quando egli era trascinato alla passione; tanto che Gesù, volgendosi a loro, disse: Piangete, ma per voi stesse, non per me 12. In che senso dunque egli aspettò chi si rattristasse insieme con lui e non ci fu? Se guardiamo, troviamo i discepoli tristi, piangenti, in lacrime. Per questo ci sembra strana la frase: Ho atteso chi insieme con me si rattristasse e non ci fu; e chi mi consolasse e non l’ho trovato. Guardiamo più attentamente e vedremo come egli abbia atteso chi si rattristasse insieme con lui e non lo abbia trovato. Si rattristavano i discepoli, ma carnalmente: per la vita mortale che morendo il Signore avrebbe dovuto perdere, per recuperarla poi sublimata nella resurrezione. Per questo essi erano tristi. Avrebbero dovuto essere tristi per coloro che, ciechi, uccidevano il medico e che, come pazzi o malati colti da febbre perniciosa, maltrattavano colui che aveva loro recato la salvezza. Egli voleva curare, essi non cessavano di infierire: ecco perché il medico era triste. Guarda un po’ se egli abbia trovato un compagno in questa sua tristezza. Non dice infatti: ” Ho atteso chi si rattristasse, e non ci fu “; ma: Ho atteso chi insieme a me si rattristasse, cioè si rattristasse per lo stesso motivo per il quale io mi rattristavo, e non ne ho trovati. Certamente Pietro lo amava moltissimo, fino a gettarsi senza esitazione fra le onde e camminarvi sopra, quando poi fu liberato dalla voce del Signore 13. Ebbene, quando il Signore venne condotto alla passione, Pietro lo seguì, reso audace dall’amore: tuttavia, spaventato, lo rinnegò tre volte. Per quale motivo, se non perché la morte gli sembrava un male? Voleva perciò evitare ciò che riteneva un male. E si dispiaceva che al Signore capitasse ciò che egli personalmente voleva sfuggire. E per questo già prima aveva detto: Lungi da te, Signore! Dio te ne scampi! questo non ti accadrà. Nella quale circostanza meritò d’essere chiamato Satana, mentre poco prima si era sentito dire: Sei beato, Simone, figlio di Giona 14. Ebbene il Signore, nella tristezza che provava verso coloro per i quali pregava: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 15, non trovò alcuno compagno. E ho atteso chi insieme a me si rattristasse, e non ci fu. Non ce ne fu proprio nessuno. E i consolatori [ho atteso] e non ne ho trovati. Chi sono i consolatori? Coloro che traggono buon profitto. Essi infatti ci consolano, essi sono una consolazione per tutti i predicatori della verità.

Il fiele dei contraddittori di Cristo.

6. [v 22.] E mi hanno dato per cibo il fiele, e nella mia sete mi hanno dissetato con l’aceto. Tutto questo è accaduto alla lettera, e il Vangelo ce lo narra. Ma dobbiamo intendere, fratelli, che il fatto stesso di non aver trovato consolatori, cioè il fatto stesso che non ho trovato chi insieme con me si rattristasse, questo è stato per me fiele, amaro, aceto: amaro per il dolore, aceto per il loro vecchiume. Leggiamo infatti che a lui fu porto il fiele, come dice il Vangelo 16, ma come bevanda, non come cibo. Dobbiamo quindi intendere che lì si realizzava ciò che era stato predetto tanto tempo prima nel nostro testo: Mi hanno dato per cibo il fiele. E in questo stesso fatto, non soltanto in queste parole, dobbiamo ricercare il mistero, dobbiamo bussare per conoscere il segreto, dobbiamo entrare nel velo squarciato del tempio e vedere in esso il sacramento racchiuso sia nelle parole che nel fatto. Dice: Mi hanno dato per cibo il fiele. Non che quello che mi davano fosse un cibo, poiché il fiele era bevanda; ma ciò che mi davano me lo davano per cibo. In effetti il Signore aveva già preso un cibo nel quale era stato iniettato il fiele. Aveva preso un cibo soave, quando aveva mangiato la Pasqua insieme con i suoi discepoli, e in esso aveva mostrato il sacramento del suo corpo 17. In questo cibo così soave, così dolce, sorgente dell’unità di Cristo (unità che l’Apostolo sottolinea dicendo: Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, formiamo un solo corpo 18) in questo cibo soave, chi è che introduce il fiele se non i contraddittori del Vangelo, come un tempo i persecutori di Cristo? Peccarono meno i giudei crocifiggendolo mentre camminava in terra, di quanto non pecchino adesso coloro che lo disprezzano mentre egli siede in cielo. Ciò che fecero allora i giudei quando gli porsero da bere quell’amara bevanda, aggiungendola al cibo che egli già aveva ricevuto, la stessa cosa fanno ora coloro che, vivendo male, seminano scandali nella Chiesa. Questo fanno gli eretici con i loro dileggi. Però non si esaltino in se stessi 19. Essi gettano fiele sopra un cibo così gradito; ma che cosa fa il Signore? Non li riceve nel suo corpo. A prefigurare questo sacramento il Signore stesso, allorché gli offrirono il fiele, lo assaporò, sì, ma non lo volle bere 20. Se non vi fossero eretici da sopportare, noi non assaggeremmo per nulla il fiele; ma, siccome è necessario che ci siano e che li tolleriamo, per questo occorre che assaporiamo il fiele. D’altra parte però, siccome costoro non possono far parte delle membra di Cristo, potremo, sì, assaggiarli, ma non potremo mai accoglierli nel nostro corpo. Mi hanno dato per cibo il fiele, e nella mia sete mi hanno dissetato con l’aceto. Avevo sete e ho ricevuto l’aceto; cioè, desideravo la loro fede e ho trovato il loro vecchio uomo.

Trarre insegnamento dalla sorte dei malvagi.

7. [vv 23.24.] Diventi la loro mensa una trappola al loro cospetto. Quella trappola che mi hanno tesa offrendomi una tale bevanda, sia trappola per loro. Perché: Al loro cospetto? Sarebbe bastato dire: La loro mensa diventi una trappola! Ci sono alcuni che conoscono la loro colpevolezza e in essa con pertinacia insistono: a costoro si prepara la trappola al loro cospetto. Sono quanto mai pericolosi costoro: essi discendono vivi nell’inferno 21. Che cosa è detto infatti dei persecutori? Se il Signore non fosse stato con noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi 22. Che significa: vivi? Che noi [abbiamo fatto il male] consentendo ad essi, pur sapendo che non dovevamo consentire. La trappola è pronta davanti a loro, eppure non si correggono. Essendo la trappola dinanzi a loro, forse che non vi cadranno? Ecco, vedono la trappola e vi mettono il piede e chinano il collo perché sia preso al cappio. Quanto meglio sarebbe per loro allontanarsi dalla trappola, riconoscere il peccato, condannare l’errore, liberarsi dell’amarezza, passare nel corpo di Cristo, cercare la gloria del Signore! Ma tanto forte è la presunzione, che la trappola sta lì, davanti ai loro occhi, ed essi vi cadono. Siano oscurati i loro occhi, affinché non vedano, continua il salmo. Hanno visto senza ritrarne vantaggio; ebbene, che essi non veggano più per niente! Diventi dunque la loro mensa una trappola al loro cospetto. Le parole: Al loro cospetto diventi una trappola non sono un desiderio che così accada ma una profezia del futuro. Non lo dice augurandosi che le cose si verifichino ma constatando che purtroppo si verificheranno. È, questa, una distinzione che noi vi abbiamo spesso sottolineata e di cui voi dovete ricordarvi, affinché ciò che il profeta presagisce ed annunzia mosso dallo Spirito di Dio non sembri imprecazione d’un animo iroso e maldisposto. Tutto questo accadrà certamente, e le cose non potranno andare diversamente da come è stato profetizzato. E siccome vediamo che, quando dallo Spirito di Dio vengono predette delle cose ai malvagi, queste realmente accadono, dobbiamo anche noi ricavarne ammaestramento per poterle evitare. Questo è il vantaggio che ci deriva dalla comprensione [delle Scritture]: cioè, profittare delle stesse vicende dei nemici. Tutto questo accada dunque per loro in retribuzione e in scandalo. Ma sarà forse ingiusto che così accada? No, è giusto. Perché? Perché è in retribuzione. Non accadrebbe infatti ai malvagi una tal cosa se non fosse loro dovuta. Accade loro in retribuzione e in scandalo, perché essi sono a se medesimi di scandalo.

Rivolgersi non alla terra ma al cielo.

8. Siano oscurati i loro occhi, affinché non vedano; e la loro schiena sempre incurva. È la conseguenza. Se i loro occhi saranno oscurati e non vedranno, ne consegue che la loro schiena sarà incurvata. Perché? Perché, cessando di conoscere le cose del cielo, necessariamente penseranno a cose terrene. Colui che sa ben intendere le parole: In alto il cuore! non ha curva la schiena. Dritto nel suo portamento, attende la speranza che s’è riposta nel cielo; e l’attende soprattutto se già anticipatamente vi ha riposto il suo tesoro, che poi sarà seguito dal suo cuore 23. Coloro invece che non badano alla vita futura né vi sperano, perché accecati, costoro pensano alle cose infime di quaggiù. E questo significa ” avere la schiena curva “, avere cioè la malattia dalla quale il Signore liberò quella donna. Satana infatti l’aveva incatenata per diciotto anni; ma il Signore la raddrizzò liberandola dalla sua deformità, con grave scandalo dei giudei per il fatto che la guarigione era avvenuta di sabato. Non a caso si scandalizzarono, perché, se la donna era ormai raddrizzata, essi erano ancora curvi 24. E la loro schiena sempre incurva.

9. [v 5.] Rovescia su di essi la tua ira, e l’indignazione della tua collera li colga. Il senso è chiaro; tuttavia le parole li colga sembrano indicare che essi si trovano in fuga. Ma dove fuggiranno? In cielo? Tu vi sei. All’inferno? Tu sei là 25. Rifiutano d’assumere le ali per volare nella giusta direzione. L’indignazione della tua collera li colga: non permetta loro di fuggire.

Duplice il castigo dei giudei crocifissori di Cristo.

10. [v 26.] Sia deserta la loro casa. Questo accade pubblicamente. Sopra aveva sollecitato la sua liberazione occulta, quando aveva detto: Guarda l’anima mia e riscattala; ma per significare che attendeva anche la liberazione manifesta del corpo, aveva aggiunto: A cagione dei miei nemici, liberami 26. Allo stesso modo qui. Predice loro sciagure occulte; e sono quelle di cui ha parlato poc’anzi. Quanti infatti sono in grado di capire l’infelicità dell’uomo il cui cuore è cieco? Siano strappati a costui gli occhi del corpo; e tutti allora lo diranno misero. Se avrà perso gli occhi dello spirito, rimanendo però circondato dall’abbondanza delle cose terrene, gli uomini seguiteranno a chiamarlo felice; ma saranno uomini che, come lui, hanno perduto gli occhi dello spirito. Che cosa dunque dovrà accadere di palese in costoro, affinché a tutti sia chiaro che il Signore si è vendicato? Per i giudei, infatti, la loro cecità è una punizione occulta; ma quale sarà allora la vendetta manifesta? Sia deserta la loro casa, e nessuno abiti nelle loro tende. Tutto questo è accaduto alla città di Gerusalemme, nella quale essi credevano di essere potenti allorché gridavano contro il Figlio di Dio: Crocifiggi, crocifiggi 27, e quando riuscirono in quell’impresa che fu uccidere colui che risuscitava i morti. Quanto credettero di essere potenti! quanto credettero di essere grandi! La vendetta del Signore li ha raggiunti più tardi: la città fu espugnata, i giudei furono annientati in una strage in cui caddero uccisi non so quante migliaia di uomini. Nessun giudeo può ora avvicinarsi a quel luogo. Dove poterono gridare contro il Signore, ora il Signore non permette loro di abitare. Hanno perduto il luogo dove diedero sfogo al loro furore; e volesse il cielo che conoscessero almeno ora il luogo della loro pace! Cosa giovarono ad essi le parole di Caifa che diceva: Se noi lasceremo vivo costui, verranno i romani e ci toglieranno il tempio e il regno 28? Ecco, non lo hanno lasciato vivo, eppure egli vive; e sono venuti i romani ed hanno tolto loro il tempio e il regno. Abbiamo udito ora mentre veniva letto il Vangelo: Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto riunire i tuoi figli, come la gallina i suoi pulcini sotto le sue ali, e tu non hai voluto! Ecco la vostra casa sarà lasciata deserta 29. La stessa cosa vien detta nel salmo: Sia deserta la loro casa, e nessuno abiti nelle loro tende. Nessuno vi abiti, ma nessuno di loro. Tutti quei luoghi infatti sono pieni di gente, ma non c’è un giudeo.

Il peccato è una ferita; la morte è pena del peccato.

11. [v 27.] Perché tutto questo? Perché colui che tu avevi percosso, essi hanno perseguitato e hanno aggiunto dolore al dolore delle mie ferite. Quale peccato hanno commesso, se hanno perseguitato uno che era già colpito da Dio? Che cosa può essere loro imputato a colpa? La malizia. Infatti in Cristo si compì ciò che doveva compiersi: cioè la passione per la quale era venuto. Eppure egli punì colui che lo avviò a patire, cioè Giuda traditore. Cristo fu crocifisso: ci ha riscattati con il suo sangue, eppure ha punito Giuda per il suo mercanteggiare. Questi gettò via la somma di denaro con cui aveva venduto il Signore e non seppe riconoscere il prezzo col quale egli stesso era stato comprato dal Signore 30. Tale il caso di Giuda. Ma noi vediamo che per ogni uomo c’è una misura secondo la quale egli viene retribuito, come anche vediamo che a nessuno è permesso di incrudelire più di quanto gli sia consentito, sicché ci si chiede: Come avvenne che essi poterono aggiungere dolore a dolore? E qual è la ferita che ci viene inferta dal Signore? Senza dubbio egli parla nella persona di colui dal quale aveva ricevuto il corpo e preso la carne, cioè del genere umano. Parla usando gli accenti di quello stesso Adamo che per primo fu condannato a morte per il suo peccato 31. È quindi un castigo se gli uomini, venendo in questo mondo, vi nascono mortali: pena, questa, a cui poi se ne aggiungono altre ad opera dei malvagi che ci perseguitano. L’uomo non morirebbe se Dio non lo avesse così punito. Perché dunque tu, uomo, vuoi aggiungere tormenti a tormenti? È forse cosa da poco che l’uomo debba un giorno morire? Ciascuno di noi porta con sé una pena che lo affligge, e quanti ci fanno soffrire aggiungono altre pene a questa che già abbiamo e che costituisce il castigo inflitto dal Signore. Fu infatti il Signore che ci colpì con questa sentenza: Il giorno che ne avrete toccato, di morte morirete 32. Da questa nostra stirpe mortale il Signore assunse la carne, e il nostro vecchio uomo è stato crocifisso assieme con lui 33. Ora, con la voce del vecchio Adamo son dette queste parole: Colui che tu colpisti essi hanno perseguitato; e hanno aggiunto dolore al dolore delle mie ferite. A quale dolore e a quali ferite? Al dolore dei peccati essi hanno aggiunto altro dolore. Egli chiama sue ferite i peccati. Ma non pensare al capo! Guarda al corpo! Come in quell’altro salmo, dove è certamente Cristo che parla e fa udire la sua voce (difatti il primo verso fu pronunziato da lui ad alta voce quand’era sulla croce: Dio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato?), e dove nelle parole che seguono, si dice: Lontano dalla mia salvezza le parole dei miei delitti 34. Ecco quali sono le ferite che i ladroni avevano inferte lungo la via a quel tale che il samaritano sollevò sul suo cavallo, mentre il sacerdote e il levita, che l’avevano incontrato al loro passaggio, l’avevano disprezzato, e non erano stati in grado di curarlo. Quel samaritano invece, che stava passando in quei paraggi, ebbe compassione di lui, si avvicinò e lo caricò sulla sua cavalcatura 35. Samaritano in latino si traduce ” custode “: e chi è il custode se non il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo? Poiché è risorto dai morti per non morire più 36, non dorme né sonnecchia chi custodisce Israele 37. Hanno aggiunto dolore al dolore delle mie ferite.

Omicidio e deicidio.

12. [v 28.] Aggiungi iniquità alla loro iniquità. Che significano queste parole? Chi non si spaventa a udirle? È detto a Dio: Aggiungi iniquità alla loro iniquità. Come potrà Dio aggiungere iniquità? Ha dunque presso di sé una qualche iniquità, sì da poterla aggiungere? Sappiamo che sono vere le parole dell’apostolo Paolo: Che diremo, dunque? C’è forse iniquità presso Dio? Certamente no 38. Ebbene, in qual modo dovremmo intendere le parole: Aggiungi iniquità all’iniquità? Il Signore ci assista perché ne diamo una spiegazione esatta e anche breve, tenuto conto della vostra stanchezza. La loro iniquità consisteva nel fatto d’aver ucciso un uomo giusto. A tale iniquità ne è stata aggiunta un’altra: crocifiggere cioè il Figlio di Dio. La loro crudeltà era rivolta contro l’uomo; e certamente, se avessero conosciuto chi fosse, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria 39. Essi, nella loro iniquità, vollero uccidere un uomo; sulla loro colpa venne però accumulata un’altra colpa: crocifiggere il Figlio di Dio. Chi ha aggiunto quest’altra iniquità? Colui che diceva: Forse avranno rispetto per il Figlio mio; lui manderò 40. Erano soliti infatti uccidere i servi che erano loro mandati a riscuotere il canone dell’affitto e delle rendite. Mandò poi il Figlio, affinché uccidessero anche lui. Aggiunse così iniquità alla loro iniquità. Ma perché Dio ha fatto tutto questo? Perché è crudele o, piuttosto, perché giustamente retribuisce? Infatti, accada loro – dice – in retribuzione e in scandalo. Si erano meritati questa cecità che loro impediva di riconoscere il Figlio di Dio. E a far questo fu Dio, che così aggiunse iniquità alla loro iniquità; non però per colpirli ma per risanarli. Come quando aumenta la febbre e si fa più grave la malattia. Non perché se ne aggiunga un’altra, ma perché non sono stati somministrati i rimedi nella prima. Essi si erano comportati in modo da non meritare di essere curati, e così in un certo senso avanzarono ancora nella malvagità. Come sta scritto: I malvagi e gli scellerati progrediscono di male in peggio 41; e fu in tal modo che si aggiunse iniquità a iniquità. E non prendano parte alla tua giustizia. Queste parole sono chiare.

I segnati nel libro della vita.

13. [v 29.] Siano cancellati dal libro dei viventi. Quando i loro nomi erano stati scritti in tale libro? Fratelli, non dobbiamo intendere queste parole come se Dio scriva il nome di qualcuno sul libro della vita e poi lo cancelli. Se uno ebbe a dire: Ciò che ho scritto, ho scritto, riferendosi al cartello ove stava scritto: Re dei giudei 42, potrà mai Dio scrivere il nome di un uomo e poi cancellarlo? Egli ha la prescienza: prima della creazione del mondo ha predestinato tutti coloro che avrebbero regnato con il Figlio suo nella vita eterna 43. I loro nomi ha scritti e questi nomi contiene appunto il libro della vita. Che cosa dice infatti lo Spirito di Dio nell’Apocalisse, parlando delle future persecuzioni che scatenerà l’anticristo? Dice: Cederanno a lui tutti coloro che non sono scritti nel libro della vita 44. Non v’è dubbio quindi che non cederanno all’anticristo coloro che vi sono scritti. Come dunque da tale libro saranno cancellati coloro che mai vi erano stati scritti? Ma, nel dire queste parole, l’autore si conforma alla loro speranza. Essi cioè credevano di esservi scritti. Che significa dunque: Siano cancellati dal libro della vita? Significa: Sia chiaro anche ad essi che non vi sono scritti. Con analoga espressione è detto in un altro salmo: Cadranno al tuo fianco mille, e dieci volte mille alla tua destra 45. Cioè, molti (e fra coloro che speravano di sedersi al tuo fianco e fra coloro che speravano di stare alla tua destra) si scandalizzeranno e saranno separati a sinistra con i caproni 46. Non nel senso quindi che uno che sta alla sua destra poi cada, oppure che uno che siede al suo fianco, in seguito ne sia scacciato. Ma nel senso che inciamperanno nello scandalo molti che già credevano di essere al sicuro. Cadranno cioè molti che pur speravano di sedersi al tuo fianco e molti che speravano di stare alla tua destra. Così dunque accadrà anche a coloro che speravano di essere scritti nel libro di Dio in premio della loro giustizia e ai quali si rivolgevano le parole: Scrutate attentamente le Scritture, nelle quali voi credete di avere la vita eterna 47. Quando la loro condanna sarà data loro a conoscere, saranno cancellati dal libro dei viventi, cioè sapranno che non vi sono stati mai scritti. Il verso che segue chiarisce quanto è detto qui: Che non siano scritti insieme con i giusti. Avevo detto dunque: Siano cancellati uniformandomi a quel che essi speravano; ma, secondo la tua giustizia, che cosa dovrò dire? Non vi siano scritti!

La povertà del cristiano.

14. [v 30.] Io sono povero e afflitto. Perché dice questo? Forse perché conoscessimo il motivo delle maledizioni che questo povero lancia nell’amarezza del suo animo? Infatti molte imprecazioni ha pronunziate contro i suoi avversari. E come se noi gli avessimo chiesto: ” Ma perché tutte queste cose? Non augurare loro tanto male “, egli risponde: Io sono povero e afflitto. Mi hanno ridotto alla miseria, mi hanno immerso in questo dolore: per questo io dico così. Non è però, nelle sue parole, l’indignazione di uno che maledice ma la predizione di uno che profetizza. Vuole infatti inculcarci quanto più tardi dirà della sua povertà e del suo dolore, in modo che noi impariamo ad essere poveri e a sopportare il dolore. Dice: Beati i poveri, perché di loro è il regno dei cieli! e: Beati coloro che piangono, perché saranno consolati 48!Tutto questo ha voluto mostrarci anticipatamente, e a tal fine dice: Io sono povero e afflitto. È tutto intero il suo corpo che dice queste parole. Il corpo di Cristo, in questa terra, è povero e sofferente. Siano pur ricchi i cristiani; è un fatto che, se sono cristiani, sono poveri. A paragone delle ricchezze celesti nelle quali sperano, stimano sabbia ogni ricchezza terrena. Io sono povero e afflitto.

Risorse spirituali del cristiano.

15. [v 31.] E la salvezza del tuo volto, o Dio, mi ha accolto. È forse abbandonato questo povero? E tu ti degnerai di accogliere alla tua mensa questo povero straccione? sì veramente: il volto di Dio ha accolto questo povero e lo ha salvato. Nel suo volto ha nascosto la povertà di lui. È di Dio infatti che si dice: Li nasconderai nel segreto del tuo volto 49. E volete sapere quali sono le ricchezze del suo volto? Le ricchezze terrene possono offrirti di che mangiare a sazietà, e tu mangerai ciò che vuoi e quando vuoi; al contrario le ricchezze di Dio saranno in grado di toglierti ogni fame. Io sono povero e afflitto; e la salvezza del tuo volto, o Dio, mi ha accolto. Per quale scopo? Perché io non sia più povero né afflitto. Loderò il nome di Dio con il cantico; lo magnificherò nella lode. Già lo abbiamo detto: questo povero loda il nome di Dio con il cantico e lo magnifica nella lode. Ma come oserebbe cantare, se prima non fosse stata saziata la sua fame? Loderò il nome di Dio con il cantico; lo magnificherò con la lode. Grandi ricchezze! Quali gemme estrae dal suo tesoro interiore in lode a Dio! Lo magnificherò nella lode. Queste sono le mie ricchezze. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. È dunque rimasto povero? Certo no! Osserva le ricchezze: Come al Signore è piaciuto, così è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore 50! Loderò il nome di Dio con il cantico; lo magnificherò nella lode.

16. [v 32.] E sarà gradita a Dio (la mia lode sarà a lui gradita) più di un giovane vitello che metta corna e unghie. Gli sarà più gradito il sacrificio della lode che non l’immolazione d’un vitello. Il sacrificio di lode mi glorificherà; e ivi è la via nella quale mostrerò a lui la salvezza di Dio. Offri a Dio il sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti 51. Loderò dunque Dio; e questa lode piacerà a lui più che il vitello giovane che metta corna e unghie. Sarà maggiormente gradita a Dio la lode che esce dalla mia bocca che non una grande vittima immolata al suo altare. Dobbiamo dire qualcosa anche delle corna e delle unghie di questo vitello? Colui che è bene istruito nella dottrina e non lesina la lode a Dio deve avere le corna per combattere contro l’avversario e le unghie con cui smuovere la terra. Sapete infatti che così fanno i vitelli ancora giovani, allorché stanno acquistando l’audacia dei tori. E, se il salmo ha cura di precisarci che è un vitello giovane, lo fa per sottolinearne la vita nuova. Ecco, forse un qualche eretico ci contraddice: sia combattuto con le corna. Un altro tizio non ci contraddice ma lo vediamo tutto preso dagli interessi e dalle banalità della terra: ebbene, sia smosso con le unghie! Ti sia dunque gradita la mia lode più di questo vitello. Dopo la miseria e dopo il dolore, essa continuerà nell’eterna compagnia degli angeli, dove non ci sarà più né avversario da respingere combattendo né pigro da smuovere dalla terra.

17. [v 33.] I poveri vedano e siano felici. Credano e godano nella speranza! Siano ancora più poveri, per meritarsi di essere saziati. E non succeda che, mentre pieni di orgoglio, fanno spreco della loro abbondanza, si vedano rifiutato il pane che li fa vivere in modo salutare. Cercate il Signore, o poveri! Abbiate fame, abbiate sete 52! Egli stesso è il pane vivo che è disceso dal cielo 53. Cercate il Signore e vivrà la vostra anima. Perché viva il vostro corpo, voi volete il pane; cercate piuttosto il Signore, affinché viva la vostra anima.

Distacco dal superfluo; coraggio tra le miserie della mortalità.

18. [v 34.] Perché il Signore ha esaudito i poveri. Egli ha esaudito i poveri. Non li avrebbe esauditi se non fossero stati poveri. Vuoi essere esaudito? Sii povero! Le tue labbra gridino il tuo dolore, non il tedio. Il Signore ha infatti esaudito i poveri; e non ha disprezzato i suoi in ceppi. Offeso dai servi, li ha ridotti in ceppi; ma, quando gridavano dalle loro catene, non li ha disprezzati. Quali sono queste catene? La condizione mortale, la corruttibilità della carne, ecco le catene con le quali siamo legati. E volete sapere quanto pesanti siano queste catene? Sta scritto: Il corpo che si corrompe appesantisce l’anima 54. Quando gli uomini vogliono essere ricchi nel secolo cercano degli stracci per avvolgere le catene. Sappiti però limitare riguardo a questi stracci! Cerca solo l’indispensabile per soddisfare le tue necessità. Che se invece tu cerchi il superfluo, non fai che appesantire le tue catene. Nella tua prigione, che almeno ci siano solo queste! Ad ogni giorno basta la sua pena 55. In questa pena noi gridiamo a Dio: Perché il Signore ha esaudito i poveri e non ha disprezzato i suoi in ceppi.

19. [v 35.] Lo lodino il cielo e la terra, il mare e tutto quanto si muove in essi. Ecco le vere ricchezze del povero: ammirare la creazione e lodarne il Creatore. Lo lodino i cieli e la terra, il mare e tutto quanto si muove in essi. Allora soltanto le cose create danno gloria a Dio, quando l’uomo, contemplandole, canta la gloria di Dio.

Dio costruisce la Chiesa.

20. [vv 36.37.] Ascolta ancora: Perché Dio salverà Sion. Non cessa di restaurare la sua Chiesa; incorpora al suo Unigenito le genti fedeli; non priva del premio promesso coloro che credono in lui. Perché Dio salverà Sion e saranno ricostruite le città di Giudea. Si riferisce alle chiese. Nessuno dica: Quando si verificherà questa restaurazione delle città di Giudea? Oh, se tu volessi davvero riconoscere questa restaurazione ed essere pietra viva, tanto da far parte di essa! Anche ora vengono costruite le città della Giudea. Giuda infatti significa ” confessione “; e con la confessione dell’umiltà si ricostruiscono le città della Giudea: dalle quali restano fuori i superbi che si vergognano di confessare. Perché Dio salverà Sion. Quale Sion? Ascolta le parole che seguono: E la discendenza dei suoi servi la possederà; e coloro che amano il suo nome abiteranno in essa.

I veri discendenti dei Padri

21. Il salmo è finito; ma non ci dispiaccia rimanere ancora un istante su questi due versetti. Essi ci danno degli avvertimenti affinché non ci manchi la speranza d’entrare in quell’edificio. Dice: La discendenza dei suoi servi la possederà. Qual è dunque la discendenza dei suoi servi? Forse tu dirai: Sono i giudei nati da Abramo; e noi, che non siamo nati da Abramo, come possederemo questa città? Ma non sono certo discendenti di Abramo quei giudei ai quali diceva il Signore: Se siete figli di Abramo, fate ciò che faceva Abramo 56. Discendenti dei suoi servi sono quindi gli imitatori della fede dei suoi servi. E costoro ne saranno i possessori. Infine, l’ultimo versetto spiega il precedente. Suppone che tu sia turbato credendo che là dove dice: E la discendenza dei suoi servi la possederà, si riferisca ai giudei e che vada a chiedergli: Noi che siamo i discendenti delle genti che adoravano gli idoli e servivano i demoni, come possiamo sperare un qualche posto in quella città? Per risponderti e per darti fiducia e animarti nella speranza, subito aggiunge: E coloro che amano il suo nome abiteranno in essa. Cioè: I discendenti dei suoi servi sono coloro che amano il suo nome; e poiché sono suoi servi, hanno amato il suo nome. Chiunque non ama il suo nome non può dire di essere discendenza dei suoi servi; mentre coloro che amano il suo nome non pensino di non essere la discendenza dei suoi servi.

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