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2022-05-15 5a Domenica di Pasqua Omelia di don Angelo

ArteMusicaPoesia

2022-05-15 5a Domenica di Pasqua Omelia di don Angelo

Il colore di quelle parole

Quinta domenica di Pasqua

15 maggio 2022

Omelia di don Angelo

Se a scriverti è una persona che tu ami, a volte ti chiedi come era la luce quando ti scriveva. Capita con le parole di Gesù oggi. Dove? E come era la luce? Da brivido: nella stanza al piano superiore. Era ormai notte: piovevano da lucerne onde di luce silenziosa. Lui. Gesù, poco prima si era cinto i fianchi con un asciugamano e aveva lavato i piedi dei suoi discepoli. Poi fu cena, l’ultima, il boccone lo diede anche a Giuda. Era da poco uscito, nella notte, e lui li guardava: Teneva in cuore, per loro, parole che prendevano il suono di un testamento. Disse – ora conosciamo il colore delle parole – : “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Tutto faceva invito a non scordare. Forse anche la parola “nuovo”: li lasciava sospesi. La parola “nuovo” – voi lo sapete – è parola che accende attenzione, niente di stantio, di risaputo, di ripetuto, di scolorito. Comandamento “nuovo”.

Se si fossero fermati all’ “amatevi”, avrebbero potuto forse pensare che l’amare gli altri, sino all’amore talvolta del nemico, era comandamento che già si era affacciato in qualche pagina del Primo Testamento. Non stava forse scritto nel libro dell’Esodo: “Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo”? (Es 23,5).

Ma lui non si era fermato a dire: “Amatevi gli uni gli altri”. Aveva mosse le parole, come a prolungarle e aveva aggiunto: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Lì stava il “nuovo”: in quel “come io… così anche voi”: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Il suo comandamento, parole ultime, testamento prezioso. E su quelle parole si sarebbe dovuta verificare, nei secoli, l’identità dei discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

E qui per un inciso, che forse non è un dettaglio, mi si apre una riflessione sul passato. Chi di voi è avanti negli anni –, anche se non come me – ricorda gli esami di coscienza del passato – non so di quelli di oggi – che la verifica, sull’essere o no discepoli, la mettevano su una moltitudine di altre cose – vi lascio pensare quali – e non su questo, o in ombra questo. Che è il comandamento nuovo.

E che strano, strano in apparenza, che nel comandamento nuovo non appaia l’amare Dio, ma “amatevi tra voi”. Stranezza che subito si dissolve al ricordo delle parole di Giovanni nella sua prima lettera: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” ( 1 Gv 4,20). E aggiunge: “E questo è il comandamento che abbiamo da lui”. “Questo”: notate l’insistenza. Senza mai dimenticare la sorgente segreta del nostro amare: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo”.

Vi dicevo che la novità del comandamento sta in quel “come…così”. Di conseguenza gli occhi accorrono a Gesù, a “come” lui ha amato. Non astrattamente. No. Alle sue parole, ai suoi gesti.

Le sue parole, per esempio. E’ scritto che nella sinagoga del suo paese “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Mc 1,22). Autorità – spesso lo dimentichiamo – è da “augere”, aumentare, allargare. Non parole che ti tolgono il fiato – toglievano il fiato gli scribi con i loro mille precetti – ma parole che ti fanno respirare. Lui con il suo annuncio faceva respirare. E io, noi? Togliamo il fiato o facciamo respirare? Siamo soffocanti o liberiamo orizzonti.

Bisognerebbe rincorrere nei vangeli le sue parole. Ma anche i suoi gesti. Pensate al gesto – e lo abbiamo appena ricordato – che prende così grande evidenza nel vangelo di Giovanni da lasciare in ombra l’istituzione dell’eucaristia: il gesto di Gesù, chinato a lavare i piedi dei discepoli. E anche qui appare il “come”, “come io”: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”. Sollevare stanchezze. E come posso io, come possiamo noi, oggi, sollevare stanchezze? Quali stancheze? E dove, come, quando?

Voi mi capite dovremmo ripercorrere pagine e pagine dei vangeli per sorprendere – non senza emozione, penso – come Gesù  ha amato. E non avremo mai finito di farlo. Mi limito a una sintesi limpida che trovo negli Atti degli Apostoli, una sintesi  con cui Pietro racconta di Gesù, a Cesarea nella casa di Cornelio, il centurione romano. Dice: “Passò beneficando e risanando”. Pensate la limpidezza di questi tre verbi. Che salvano da ogni impallidimento del verbo amare: passare, beneficare, risanare.

E le estensioni di questi verbi sono a non finire. Io li sfioro, solo con un accenno e  disordinatamente. A voi dilatarli. A non finire.

Amare è passare. Passare: non, stare lontani, o stare alla finestra, sui palchi o sui balconi. E’ andare con passione per strade e per case: le nostre e le strade e le case del mondo, immergersi, sporcarsi le mani.

Amare è beneficare, fare il bene. Fare il bene e farlo bene. Il vero bene, quello autentico e non quello che ci mettiamo in mente noi, alla maniere di donna Prassede, molto inclinata a fare il bene, ma anche a far coincidere la volontà di Dio con le sue sconnessioni.

Amare è risanare. Non aggiungere ferite a ferite, non ignorare il carico a volte devastante delle ferite altrui, e chiedersi che cosa potrebbe essere balsamo.

I testi molto belli della Liturgia di oggi meriterebbero ben altro commento, ma io mi fermo qui:

“Amatevi come io ho amato voi”….”Passò beneficando e risanando”.

E la domanda ritorna a me:  “Io passo? Passo beneficando e risanando?”.

Gesù ci ricolmi del suo spirito.

Le Letture

LETTURA At 4, 32-37

Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribùito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Commento al filmato:i primi tempi di vita della Chiesa, sono contrassegnati da uno sviluppo tumultuoso del numero «di coloro che erano diventati credenti», le note veementi, appassionate, dell’Orchestra dello splendido “Alla Siciliana”dal Concerto in Fa Magg. di Vivaldi, illuminano di forti emozioni questo brano degli“Atti degli Apostoli:”

In quei giorni. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.

SALMO Sal 132 (133)

Dove la carità è vera, abita il Signore.

Oppure Alleluia, alleluia, alleluia.

Ecco, com’è bello e com’è dolce

che i fratelli vivano insieme! R

È come olio prezioso versato sul capo,

che scende sulla barba, la barba di Aronne,

che scende sull’orlo della sua veste. R

È come rugiada dell’Ermon,

che scende sui monti di Sion.

Perché là il Signore manda la benedizione,

la vita per sempre. R

Commento al filmato: è stupefacente la bellezza di questo “Vivace” dal Concerto in Sol min di Vivaldi,  il canto esultante, gioioso della Tromba, ci introduce alla contemplazione di questo splendido salmo:

Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! -.-.-.-.-.-.- Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre.

EPISTOLA 1Cor 12, 31 – 13, 8a

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.

Commento al filmato:è di una bellezza senza tempo questa “Danse Lente”di César Franck, le note dolcissime, armoniose, del Pianoforte, cantano con toni fiduciosi l’Inno alla Carità:

La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.

VANGELO Gv 13, 31b-35

✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Commento al filmato:l’Organo e l’Orchestra nello splendido “Alla Siciliana”del Concerto in Fa Magg. di Händel, cantano con melodie ineffabili la tenerezza di Gesù nel Suo discorso ai Discepoli:

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

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